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di Anna Chiara LugariniIn classe, sconfinando

26/07/2018

Dalla lettura al dialogo sui migranti, oltre gli stereotipi

Attraverso la lettura la possibilità di proporre ai ragazzi un dialogo sui migranti diverso da quello main stream

 

“Guardare una cosa è molto diverso dal vederla; niente si vede finchè non se ne vede la bellezza; allora, e solo allora, quella cosa comincia a esistere. Ora la gente vede le nebbie, non perché ci siano, ma perché poeti e pittori ne hanno narrato la misteriosa bellezza”. Oscar Wilde [1]

Fornire strumenti e narrazioni

L’estate è per molti il momento che più si concilia con la lettura. O almeno lo è per me. Ho più tempo e si potrebbe dire anche più spazio per accogliere narrazioni diverse, personaggi reali o immaginari, di questi tempi come del passato.  Diminuisce la preoccupazione di dover leggere per una finalità specifica (un percorso da preparare per i ragazzi, un argomento da approfondire, un compito da ideare, una lista di letture da suggerire, ecc.) da soddisfare nell’immediato e il tempo si allunga; ritrovo il gusto del leggere perdendomi, curiosando, attingendo anche a storie e pagine che in altri momenti non avrei considerato. Ma a cui invece giungo per una successione di collegamenti accesi da una notizia, da una curiosità, da un commento ascoltato.
Questo in genere. Ma quest’estate c’è qualcosa di diverso. Sento l’urgenza di leggere saggi, articoli di giornale, inchieste, pagine di narrativa con il chiaro intento di prepararmi ad affrontare i n classe – ma non solo – un dialogo sui “loro”: su quegli “stranieri” che affollano i tweet, i commenti nei social, i notiziari, i discorsi della politica corrente che non condivido e che sento il bisogno di arginare, di limitare, di contestualizzare direi ai miei studenti in altre situazioni.  Leggo, cerco, mi documento nella convinzione che come docente sia anche un mio compito quello di aiutare i ragazzi a conoscere la situazione di cui sentono parlare in continuazione, dando loro gli strumenti per condurre una propria ricerca personale che li porti a costruirsi una propria visione e una propria idea di ciò che accade. Non è un lavoro facile quello di fornire gli strumenti né è facile suggerire gli elementi di contesto necessari a leggere e a interpretare un certo tipo di discorso. Lo chiamiamo “razzista”, “discriminatorio”, “di destra”, “populista”…., come rispondere a chi chiede il perché di simili definizioni ? Se l’idea centrale è di far intuire ai più giovani che le idee non si costruiscono né urlando più forte né utilizzando parole aggressive e denigratorie, come fare a trovare un nuovo linguaggio e nuove parole?
A quali appigli ancorare un pensiero che possa essere diverso e che possa valorizzare contro l’esclusione denigrante e offensiva la valorizzazione delle differenze, la necessità della pluralità dei punti di vista invece dell’accanimento contro chi la pensa in modo diverso?
Come parlare dell’importanza dei diritti per tutti e di solidarietà quando in molti sembrano affermare il contrario? 
I ragazzi, io credo, sono capaci di risignificare le parole se li si accompagna a scoprire da dove vengono, per quali ragioni nel passato se ne sono difese alcune piuttosto che altre e che cosa è accaduto quando alcune hanno preso il sopravvento e altre sono state messe al bando.
Ecco, leggo cercando storie, fonti, notizie, dati, riferimenti culturali, etici, da poter condividere e discutere con i ragazzi quando sorgerà la discussione – spontanea o sollecitata che sia -. Credo, insieme a tanti, che alla scuola spetti, così come ci ricordano numerosi documenti istituzionali [2] e illustri pedagogisti e saggi [3] che già molti anni addietro ne scrissero, questo compito di fornire strumenti e narrazioni perché i ragazzi possano comprendere meglio e ascoltare altre voci non urlanti, non denigranti, non ostili, grazie alle quali costruire una diversa rappresentazione di ciò che accade.

Un libro importante

Tra i testi letti più recentemente suggerisco il romanzo di Carlo Greppi, “Bruciare la frontiera”, in cui Francesco e Kappa, diciottenni da poco, fanno un viaggio seguendo le parole e le storie del nonno fino ad andare a scoprire che cosa è lo spazio della “frontiera”: chi vi ci sosta, chi lo controlla, chi lo sfida e con quali sogni, paure o speranze cerca di oltrepassarlo.
Un viaggio che accompagna i protagonisti, e anche il lettore, a conoscere e a ricordare le storie di cui le frontiere, con la Francia e con la Svizzera in particolare, sono state e sono ancora oggi testimoni. Ecco allora  la vicenda di Ab, innamoratosi di Céline a distanza,  che non ha mai visto la neve e che ha deciso di sfidare il mare per raggiungerla. Comunica con lei in francese ma non conosce parole per parlare di lei in italiano e quando deve chiedere che gli prestino il cellulare per mandarle un messaggio ha in mente un solo modo per far capire chi vuole chiamare: “Mio… più bella cosa che c’è”, dalla canzone che suo zio lo costringeva ad ascoltare in continuazione  e di cui gli aveva detto che “parlava d’amore e che tutti gli italiani la conoscevano” [4].
Maria Montessori scriveva che “il nome è qualcosa pieno di vita e di segreti, che infamma la nostra curiosità e che nella loro moltitudine i nomi corrispondono alla moltitudine delle idee che potè generare la mente umana”. Che manchi la parola perché non si conosce la lingua non significa necessariamente che si innalza la barriera, venga segnato un confine che esclude e discrimina. L’esperienza individuale, il ricordo di una situazione vissuta, una conoscenza anche solo accennata, può farsi appiglio, passatoia, occasione di incontro, e tutto dipende se chi ascolta è disposto o meno ad accogliere, a farsi incontro, a colmare la distanza.
Seguire i tentativi di Ab e di Cèline tra Mentone e Bardonecchia è l’occasione anche per dare un volto e un corpo, parole alle storie meno romantiche dei minori stranieri non accompagnati che cercano di passare il confine tra l’Italia e la Francia a piedi, lungo la montagna o in treno, tentando e ritentando la sorte non una ma decine di volte con il risultato, lo sentiamo nei notiziari, che qualcuno  a volte ce la fa, alcuni scompaiono terribilmente, molti sono costretti a tornare indietro. [5]

Si intrecciano a queste due storie principali il ricordo della vicenda di Ernestyna e Isaak, ebrei in fuga agli inizi dell seconda guerra mondiale che tentano più volte di oltrepassare il confine e mettersi in salvo; l’esodo verso Borgo San Dalmazzo dopo l’8 settembre 1943 e altri riferimenti storici.
L’autore stesso dedica un capitolo finale “Il presente è la storia” per raccontare a quali episodi e a quali figure della storia e della cronaca più recente  ha fatto riferimento per costruire il romanzo, chiarendo così l’intento di raccontare un insieme di vicende a cui anche i più giovani lettori possano accostarsi e trarre stimoli, informazioni, sensazioni per elaborare una propria conoscenza e una propria consapevolezza di ciò che possono significare nella storia e anche oggi termini quali “frontiera” e “confini”.
Le parole non sono mai neutre ma si riempiono dei significati che man mano andiamo elaborando. Credo che anche questo  libro possa contribuire ad arricchire quello spazio semantico nel quale incontrare i ragazzi e proporre loro un discorso diverso sugli “stranieri”, gli sbarchi, i confini, i diritti. Occorrono indizi, tracce, nomi di persone a cui rivolgersi, fonti in cui immergersi e da confrontare e di questo si può andare in cerca leggendo. Costruire in classe uno scaffale con romanzi, riviste, ritagli di articoli di giornale può forse segnare la possibilità di un racconto “altro” e contribuire a quel necessario lavoro di rimozione degli ostacoli che anche l’articolo 3 della Costituzione richiama.

“Sai che si dice che le cose stanno negli occhi di chi le guarda, no? Allora, io ti auguro di riuscire a pianificare questo tuo viaggio, di partire, e po di guardare, guardare, e ascoltare”, scrive il nonno nella lettera lasciata a Francesco.

Note

1. Oscar Wilde, citato in P. Greppi, Bruciare la frontiera, Feltrinelli, Milano, 2018.
2. “(…) La scuola fornisce le chiavi per apprendere ad apprendere, per costruire e per trasformare le mappe dei saperi rendendole continuamente coerenti con la rapida e spesso imprevedibile evoluzione delle conoscenze e dei loro oggetti. Si tratta di elaborare gli strumenti di conoscenza necessari per comprendere i contesti naturali, sociali, culturali, antropologici nei quali gli studenti si troveranno a vivere e ad operare”. Tratto da: Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, 2012.
3. Maria Montessori, solo per citare un nome, scrisse della relazione tra educazione e costruzione della pace in numerosi saggi, tra cui la conferenza tenuta a Ginevra nel 1932 “Peace and Education” in cui esplicita chiaramente quanto l’educazione debba contribuire alla costruzione di un ordine sociale diverso e come da questo dipenda l’esistenza degli uomini. “Se la pace fosse elevata a disciplina, non ve ne sarebbe di più alta, perché da essa dipende la vita stessa del popolo e forse il progredire o lo sparire di tutta la nostra civiltà”.
4. C. Greppi, cit.
5. Si fa ferimento alle notizie di cronaca che nel 2017 e anche quest’anno hanno messo in luce come molti migranti vengano respiti alla frontiera tra l’Italia e la Francia. Esemplare è anche il caso del francese Cédric Herrou, diventato celebre per aver accolto i migranti che riuscivano a superare il confine e che proprio per questo era stato condannato. Recentemente la sua condanna è stata annullata dal Consiglio costituzionale francese che ha ritenuto non accettabile come reato il fatto che venga offerto aiuto disinteressato ai migranti irregolari.

 

 

 

 

 

Di che cosa parliamo
 

Quando pensiamo ad una classe, che cosa vediamo? Le pareti, i banchi, un mobilio spesso un po’ scassato, qualche immagine appesa alle pareti, un armadio e in mezzo a tutto questo le ragazze e i ragazzi con i loro zaini, i loro libri, i loro diari e astucci colorati, più o meno rigonfi di oggettini, bigliettini, fotografie.
Ma quante storie riusciamo a immaginare dietro ai loro sguardi? Quante famiglie, quante lingue, quante regioni, città, comuni, quanti affetti, desideri, paure, punti di vista e competenze ci sono? Scopo di questa rubrica è condividere spunti di riflessione, narrazioni, semplici esperienze vissute per testimoniare la pluralità di identità che animano le classi di oggi  e la loro intrinseca mescolanza di culture, indipendentemente dal numero di confini che gli allievi a cui ci rivolgiamo abbiano o meno dovuto  fisicamente attraversare prima di entrare nell’aula e trovarvi il proprio posto. 
E’ possibile allenare un approccio realmente interculturale che valorizzi tutti e tutte?

L'autrice

Laureata in Filosofia, ha lavorato per diversi anni nella cooperazione internazionale con alcune ong italiane. Rientrata a Milano, dal 2005 insegna lettere nella scuola secondaria di I grado ed è tutor della cattedra di Pedagogia Interculturale nel dipartimento di Scienze Umane per la Formazione della Bicocca. Si occupa di formazione e di promuovere attività di partecipazione e di cittadinanza attiva nella scuola e attraverso iniziative promosse con l’Università. Ha progettato e tuttora anima spazi web didattici utlizzati con le classi: www.sconfinamenti.net

 



 

Mariangela Giusti e Chiara Lugarini,  Forme, azioni, suoni per il diritto all’educazione, Guerini, 2012 e seconda ed. 2015.


In seguito alle normative del 2012, 2013, 2014, la scuola italiana dei primi decenni del 2000 ha tutte le caratteristiche per essere scuola dell'inclusione. Le normative (leggi, decreti, circolari) ci sono e rimandano alla visione globale del diritto all'educazione per tutti, sancito dalla Costituzione e dalla "Convenzione internazionale sui Diritti dell'Infanzia". Il compito di dare concretezza a questo diritto è affidato a docenti, educatori e educatrici spesso giovani, alle prime esperienze lavorative, o che hanno svolto altre professioni prima di occuparsi di educazione. Sono professionisti pieni di buone intenzioni, ma inesperti; hanno bisogno di confronto e formazione. L'obiettivo del libro è coniugare il diritto all'educazione di tutti con le capacità di coloro che hanno il compito d'insegnare e educare e che, soprattutto all'inizio, vorrebbero avere dei modelli da seguire.