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di Anna Chiara LugariniIn classe, sconfinando

19/03/2018

A scuola tra storie e lingue diverse

Anche quest’anno, tra i numerosi appuntamenti internazionali a favore di qualcuno o di qualcosa il 21 febbraio si è celebrata la Giornata della Lingua madre. La maggior parte delle persone con cui ne ho parlato hanno ammesso di non saperne nulla e del resto sono ancora molto poche le occasioni in cui si discute di lingua madre e di lingue seconde, terze, quarte soprattutto all’interno delle scuole. Proprio per questo con un gruppo di colleghe di lettere, di francesce, inglese e spagnolo abbiamo realizzato un laboratorio per due classi di prima media. L’idea  è nata alla luce di un percorso su cui stiamo lavorando già dall’inizio dell’anno, ovvero quello di studiare le due lingue straniere, cercando relazioni e contatti sia al loro interno sia in con l’italiano, lingua madre per quasi la totalità dei nostri alunni. Un approccio questo, che ci permette di mettere al centro le funzioni comunicative della lingua (per quali scopi utilizziamo la lingua nel quotidiano?) e le sue componenti (i soggetti coinvolti, gli strumenti e i supporti che utilizziamo per trasmettere ciò che vogliamo comunicare, i contenuti che vogliamo trasmettere, ecc.), il contesto all’interno del quale come parlanti, scriventi, uditori ci muoviamo.

Uno degli obiettivi che ci siamo proposti è far cogliere ai ragazzi la ricchezza e la duttilità delle lingue e trasmettere loro il piacere di impadronirsene sempre più per poter dare voce a ciò che vediamo, sperimentiamo, proviamo, pensiamo.
Sfruttando l’occasione del 21 febbraio, abbiamo voluto sottoporre ai ragazzi un quesito: com’è parlare, comunicare, mettersi in relazione in una lingua altra, diversa e spesso lontana sia dall’italiano che dalle lingue apprese a scuola? Come può qualcuno, la cui lingua madre non sia l’italiano, esprimersi, muoversi, vivere, dovendo utilizzare una lingua seconda? Agli occhi della maggior parte dei nostri studenti, e forse anche di altri, imparare una lingua nuova sembra all’inizio qualcosa di complicatissimo: mancano i vocaboli, i suoni sono diversi, i verbi impossibili da imparare a memoria, e poi le “s” o gli accenti …  “Non so come dirlo, proff.” è la frase ricorrente con cui sembra bloccato  qualsiasi ulteriore apprendimento, una sorta di porta che si chiude sulla lingua da studiare – e talvolta anche sull’italiano stesso.

Ma soprattutto quello che ci siamo accorti mancare è la capacità – o anche solo il pensiero – di mettersi nei panni degli altri, di quei compagni che arrivano in classe senza conoscere ancora l’italiano o di quegli uomini, quelle donne, quei ragazzi che si incontrano fuori dalla scuola. È difficile e certo non spontaneo pensare a quanta fatica fa la persona migrante a muoversi in uno spazio nuovo e diverso, dove la lingua non è appiglio per trovare i giusti punti di riferimento, stabilire relazioni, costruire una mappa geografica e personale funzionale al proprio inserimento, ma è, almeno per un po’, una terribile barriera. 

Proprio per innescare la riflessione sulle diversità delle lingue e la loro comune ricchezza, così come per “scoprire” dal vivo quanto una lingua possa essere scoglio e allo stesso tempo appiglio per chi arriva da un altrove abbiamo invitato sette ospiti, cercandoli tra i genitori di alcuni nostri alunni e tra i nostri contatti.
Sette ospiti, ognuno dei quali parlante una lingua madre diversa (russo, armeno, spagnolo, francesce, inglese, coreano, cinese e bangla), sette storie personali diverse. A ogni ospite abbiamo chiesto qualche settimana prima del laboratorio di scegliere una storia tipica della propria cultura da raccontare nella propria lingua madre a un gruppetto di studenti. Abbiamo suggerito di portare alcune immagini che potessero accompagnare la narrazione e permettere ai ragazzi di farsi almeno un’idea del contenuto. Contestualmente abbiamo chiesto di preparare una lista di parole, legate alla storia o prese dalla lingua di tutti i giorni, per presentarle ai ragazzi. La prima parte del laboratorio è stata dedicata così all’ascolto di una narrazione in un’altra lingua e alla riflessione – e anche gioco – sui suoni, sui singoli vocaboli. Quanto ciascun ragazzo riusciva a capire? Quali sensazioni e pensieri sono emersi nell’ascoltare una storia in una lingua diversa dalla propria?

Una breve discussione ci ha permesso di confrontare i diversi vissuti e di far emergere quanto accennato prima: l’ambivalenza tra il fascino per qualcosa di ignoto che desta curiosità e spinge l’ascoltatore comunque a voler capire e comprendere quanto viene detto e il senso di affaticamento e di impossibilità, lo sbarramento dato dal non capire nulla, che porta rapidamente allo stato in cui si smette  di volerci anche solo provare.

“Crescere sradicati, in un altro paese, alieno, in una lingua sconosciuta, più che problemi umani provoca problemi sovrumani, extraterrestri. E qui direi arriva il bello, non solo il difficile”.  [1]

 La seconda parte del laboratorio è stata invece dedicata all’intervista all’ospite con l’obiettivo di farsi raccontare com’è stato dover apprendere l’italiano come L2, quali i momenti più complessi e quali quelli più felici, di soddisfazione. I ragazzi hanno avuto completa libertà di porre le domande, andando così a “indagare” anche aneddoti personali, con l’evidente desiderio di sottoporre a verifica le loro perplessità e i loro dubbi sull’effettiva possibilità di apprendere un’altra lingua fino in fondo.  Le risposte degli ospiti non solo sembrano aver “spianato” almeno per i più la strada verso l’apprendimento curioso e aperto di nuove lingue (molti di loro hanno per altro appreso per vicende personali  quattro o più L2!), ma hanno permesso ai ragazzi di riconoscersi nei percorsi di altri e di far proprie le loro storie di apprendimento linguistico, costellate di graduali successi e numerose sfide.

La pluralità delle lingue e delle storie ascoltate ha infine allargato lo spazio delle nostre aule e spostato i confini: in poche ore abbiamo viaggiato attraverso luoghi e culture diversi, scoprendone le differenze ma anche i rimandi e gli intrecci con le nostre.

“Il pensiero umano sarebbe inutile se non si potesse comunicare con gli altri: è la parola che permette agli uomini di associarsi” . [2]

Avere l’occasione di immergersi e riconoscere il plurilinguismo nascosto eppure presente nei luoghi di tutti i giorni può essere l’occasione per inventare nuove associazioni o ampliare quelle esistenti. Un mescolio di storie e vocaboli che ai nostri ragazzi è piaciuto moltissimo.

Note

1.  Jasmina Tesanovic, "Prefazione" E. Mujcic, La lingua di Ana, Infinito, 2010.
2.  Maria Montessori, Psicogrammatica. Dattiloscritto inedito, Franco Angeli, 2017.

Di che cosa parliamo
 

Quando pensiamo ad una classe, che cosa vediamo? Le pareti, i banchi, un mobilio spesso un po’ scassato, qualche immagine appesa alle pareti, un armadio e in mezzo a tutto questo le ragazze e i ragazzi con i loro zaini, i loro libri, i loro diari e astucci colorati, più o meno rigonfi di oggettini, bigliettini, fotografie.
Ma quante storie riusciamo a immaginare dietro ai loro sguardi? Quante famiglie, quante lingue, quante regioni, città, comuni, quanti affetti, desideri, paure, punti di vista e competenze ci sono? Scopo di questa rubrica è condividere spunti di riflessione, narrazioni, semplici esperienze vissute per testimoniare la pluralità di identità che animano le classi di oggi  e la loro intrinseca mescolanza di culture, indipendentemente dal numero di confini che gli allievi a cui ci rivolgiamo abbiano o meno dovuto  fisicamente attraversare prima di entrare nell’aula e trovarvi il proprio posto. 
E’ possibile allenare un approccio realmente interculturale che valorizzi tutti e tutte?

L'autrice

Laureata in Filosofia, ha lavorato per diversi anni nella cooperazione internazionale con alcune ong italiane. Rientrata a Milano, dal 2005 insegna lettere nella scuola secondaria di I grado ed è tutor della cattedra di Pedagogia Interculturale nel dipartimento di Scienze Umane per la Formazione della Bicocca. Si occupa di formazione e di promuovere attività di partecipazione e di cittadinanza attiva nella scuola e attraverso iniziative promosse con l’Università. Ha progettato e tuttora anima spazi web didattici utlizzati con le classi: www.sconfinamenti.net

 



 

Mariangela Giusti e Chiara Lugarini,  Forme, azioni, suoni per il diritto all’educazione, Guerini, 2012 e seconda ed. 2015.


In seguito alle normative del 2012, 2013, 2014, la scuola italiana dei primi decenni del 2000 ha tutte le caratteristiche per essere scuola dell'inclusione. Le normative (leggi, decreti, circolari) ci sono e rimandano alla visione globale del diritto all'educazione per tutti, sancito dalla Costituzione e dalla "Convenzione internazionale sui Diritti dell'Infanzia". Il compito di dare concretezza a questo diritto è affidato a docenti, educatori e educatrici spesso giovani, alle prime esperienze lavorative, o che hanno svolto altre professioni prima di occuparsi di educazione. Sono professionisti pieni di buone intenzioni, ma inesperti; hanno bisogno di confronto e formazione. L'obiettivo del libro è coniugare il diritto all'educazione di tutti con le capacità di coloro che hanno il compito d'insegnare e educare e che, soprattutto all'inizio, vorrebbero avere dei modelli da seguire.