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di Franco LorenzoniIl dito e la luna...

11/05/2015

Che cosa resta del 25 aprile per i bambini di oggi? Parte II

Leggi la Parte I

Come tener viva la memoria storica nella scuola?

 Una delle ragioni del mutamento di atteggiamento verso la storia recente da parte dei genitori, deriva certo dal fatto di non avere vissuto direttamente gli anni del secondo conflitto mondiale. Mia madre aveva perso in guerra suo fratello ventenne che aveva scelto di fare il partigiano e, per me, le leggi razziali, la resistenza, la presenza dei tedeschi alleati dei fascisti in Italia si legano al nome di Giorgio, ucciso qualche settimana prima del 25 aprile sulle colline di Parma. Ma credo ci sia anche dell’altro nello smettere di interrogarsi sulla storia, che non va addebitato ai bambini e ragazzi di oggi, ma ai loro genitori trentenni e quarantenni.

C’è un grande problema di assenza di parola tra le generazioni, di mancanza di narrazioni orali, che si intreccia a un drastico attenuarsi di curiosità storica.

 Si è detto che nel Novecento il culto della Storia era stato un potente connettivo culturale e sociale, continuamente ravvivato dalle grandi organizzazioni di massa e dai loro organi di informazione e di formazione delle coscienze. Storie di rivoluzioni, di rivolte e di lotte per l’emancipazione venivano continuamente ricordate e raccontate. Basti pensare alla data del 1° maggio, unica festa laica mondiale, diventata poi festa di regime negli stati comunisti, che paradossalmente è celebrata in tutto il mondo tranne che negli Stati Uniti da cui ha origine, perché è a Chicago che fu repressa nel sangue una manifestazione sindacale che rivendicava le otto ore di lavoro per tutti. Un manifestante anarchico, nel momento dell’esecuzione della sua condanna a morte urlò: “Salute, verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!” Le sue parole ci ricordano come, da sempre, chi desidera cambiare il mondo cerca le radici della sua rivolta nella storia. Per affrontare la battaglia tra memoria e oblio, bisogna infatti trovare modi per ridare voce al silenzio di chi ci ha preceduti.

La lezione di Nora Giacobini
“Le stelle sono lontane ma sono lì e si può sempre tentare di avvicinarle per comprenderle, invece la storia non c’è più e mantenerla viva è responsabilità di ciascuno di noi”, amava ripetere Nora Giacobini, una delle fondatrici del Movimento di Cooperazione Educativa, che alla fine della guerra abbandonò lo studio del pianoforte per dedicarsi all’educazione con tutta se stessa, mossa dall’imperativo morale che gli orrori sofferti da troppe vittime innocenti non dovessero essere dimenticati.

 Nel nostro Paese la memoria storica è affaticata e vilipesa e dunque le responsabilità che abbiamo noi che insegniamo nella scuola crescono enormemente.

 Ho avuto la fortuna di condividere anni di ricerca con Nora Giacobini a Roma e nella Casa-laboratorio di Cenci, dove ha vissuto i suoi ultimi dodici anni. L’importante per lei era partire sempre da materiali autentici e da dettagli, come la famosa fotografia del bambino con le mani in alto in un campo di concentramento, perché sosteneva a ragione che sostare a lungo di fronte a un’immagine o dentro a un testo permette di essere toccati, feriti, ciascuno a modo suo. Solo se ci fermiamo a lungo preparando materiali appropriati - sosteneva - si può aprire un cammino di ricerca e conoscenza autentica, che deve essere intima e personale per poter essere poi condivisa e divenire conoscenza collettiva.

 Non si tratta, infatti, di praticare un’educazione ideologica, cercando di trasferire ai ragazzi le nostre convinzioni, ma piuttosto di metterli nelle condizioni di costruirsi da sé le proprie convinzioni, attraverso un corpo a corpo con memorie rese vive da materiali e da incontri con documenti preparati con cura.

Su suo suggerimento un anno, in quinta elementare, ho letto in classe integralmente il Diario di Dawid Rubinowicz (Einaudi, Torino, 2002), ed è stata una esperienza assai coinvolgente, perché quelle pagine ci hanno permesso di avvicinarci, attraverso percorsi di immedesimazione, a un destino per molti versi incomprensibile, perché straordinariamente lontano dall’esperienza dei bambini. Per tante ragazze e ragazzi un analogo processo è stato attivato dalla lettura del Diario di Anna Frank, assai utilizzato nelle scuole insieme a tante pagine di Primo Levi.

 Su suggerimento di Luca Zevi ho letto la presentazione del museo Yad Layeled, realizzato in Israele, primo e unico museo sulla Shoah dedicato all’infanzia. Lì si narra “la storia della vita e le sofferenze di un bambino, e un altro bambino, e un altro ancora…” in un movimento che, anche nel disegno architettonico, invita alla circolarità. È rivolto a ragazzi che abbiano compiuto dieci anni e sceglie di coinvolgerli attraverso documenti che narrano singole storie capaci di toccare, nella loro particolarità, la sensibilità più profonda di chi lo visita. Nell’illustrarne il senso viene fatto l’esempio del racconto di un bambino che, nel momento di massima fame nel ghetto di Varsavia, chiese di poter imparare a suonare il violino.

Un bel libro per ragazzi, appena uscito, a firma di Irene Cohen- Janca, con illustrazioni di Maurizio Quarello (L’ultimo viaggio, Orecchio Acerbo Editore, Roma, 2015), narra gli ultimi mesi vissuti dal grande pedagogo polacco Janusz Korczak, mettendosi dal punto di vista di uno dei ragazzi della sua casa per orfani. L’illustrazione più toccante del libro è quella che ci invita a sostare di fronte al momento più misterioso e sconvolgente dell’intera vicenda: il corteo di bambini e ragazzi, guidati da Korczak, che avanza con una bandiera al vento cantando verso il treno che li porterà in un campo di annientamento. Tra i tanti diari scritti dagli abitanti del ghetto di Varsavia, diversi narrano con stupore quel corteo pieno di forza e vitalità. Il medico ebreo avrebbe potuto non montare su quel treno, ma non esitò un istante nella scelta di condividere l’estrema sorte dei suoi orfani. Riuscire a cogliere il senso più profondo di quella estrema ribellione all’infamia nazista, penso sarebbe un compito con cui dovremmo provare a cimentarci noi educatori nella scuola.

 Sento tuttavia che resta un vuoto e una difficoltà difficilmente sormontabile, perché cercare di immedesimarsi in chi ha vissuto il tempo del male assoluto è pressoché impossibile. Eppure non c’è altra strada che tentare. L’incontro dei bambini e dei ragazzi con la storia è necessario che si nutra di approfondimenti, collegamenti, ragionamenti complessi e del tornare e ritornare sulle cose, ma credo debba sempre partire da una ricostruzione personale, da qualcosa che si trova nella parola ricordo, che nomina il cuore, il sentimento, come ci dice l’etimo latina. Si tratta di un’operazione particolarmente delicata ma essenziale, in un tempo fortemente segnato dalla velocità e dalla semplificazione, da nuove lontananze e indifferenze.

 A Roberta Passoni è capitato quest’anno di approfondire il tema a partire da una sola parola: deportazione. I bambini l’hanno trovata in un capitolo della Breve storia del mondo di Ernst Gombrich (Salani, Firenze, 2006), dedicato alle persecuzioni degli ebrei nell’antico Egitto, e l’hanno immediatamente collegata a una testimonianza ascoltata il 27 gennaio, ragionando con rara nitidezza intorno alle diversità che non si sopportano, perché incomprensibili. Secondo i suoi bambini di quarta elementare, infatti, così dovevano apparire agli egiziani antichi gli ebrei, così “strani” nel loro monoteismo convinto. Se ci pensiamo, intorno a una parola come deportazione si potrebbe trascorrere un anno intero di riflessione, collegandosi alle più diverse discipline. E forse l’analisi potrebbe risultare di grande utilità per interpretare che cosa accade nel mondo di oggi.

 

Di che cosa parliamo?


Nell'educare intrecciamo sempre il vicino e il lontano, l’essenziale e il superfluo. Talvolta, senza neppure accorgercene, li confondiamo. E’ possibile rompere distanze, accogliere, immedesimarci? E’ possibile coltivare l’osservazione puntuale insieme a uno sguardo capace di andare lontano? Si proverà a ragionare intorno a queste difficoltà...

L'autore

Sono maestro elementare dal 1978  e lavoro a Giove, in Umbria. Appartengo al Movimento di Cooperazione Educativa e ho fondato insieme ad altri, nel 1980, la Casa-laboratorio di Cenci, che è un luogo di ricerca e sperimentazione educativa che intreccia temi ecologici, artistici e interculturali. Dal 2000, grazie a Roberta Passoni, che coordina con me le attività educative a Cenci, affrontiamo i temi dell’inclusione organizzando momenti residenziali di approfondimento chiamati Aperture, in cui sperimentiamo una condivisioni di percorsi tra ragazzi portatori di disabilità, insegnanti e operatori, cercando un rovesciamento costruttivo dei ruoli. Sono stato allievo di Emma Castelnuovo e ho collaborato con lei fino ai suoi 100 anni, organizzando l’Officina matematica, un appuntamento annuale per continuare la ricerca intorno ai suoi materiali didattici. Credo alla profondità del pensiero infantile a cui ho dedicato il mio ultimo libro: I bambini pensano grande

 

Un libro

 

copertinalorenzoni

 

I bambini pensano grande, Sellerio, 2014

 

 

 

La recensione di Giuseppe Bagni su insegnare

 

 

Un'intervista su Canale 5