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di Paolo Citranfilosofia, educazione, società

31/05/2014

Bambini "clandestini" e diritti negati

La fonte di questa i/stanza  
Augusta De Piero vive in Friuli-Venezia Giulia: figura d’indubbio rilievo e spessore culturale e politico, fa parte di quella categoria di persone che troppo facilmente sono state riposte nello scatolone dei rottamati,  anche a causa dell’insana tendenza a dire ciò che pensano senza peli sulla lingua, in una fase storica in cui l’esser giovane è considerato prerequisito necessario e sufficiente per contare qualcosa nella vita. Insegnante di Storia e Filosofia a Udine, attiva nei gruppi del dissenso cattolico e nell’impegno per la pace, consigliere regionale dal 1983 al 1993, vice-presidente del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, dove ha promosso un’importante legge volta alla  “promozione di una cultura di pace e di cooperazione tra i popoli”, gestisce oggi il blog diariealtro.it, in cui il lettore potrà trovare documentazione su ciò di cui qui si racconta.

Il diritto di andare a scuola
Nel 2009, l’allora ministro degli Interni Maroni – ancor oggi rimpianto per la sua illuminata attenzione ai diritti del fanciullo (particolarmente se extracomunitario) - promosse il famigerato Pacchetto sicurezza approvato con la legge 94. Questa, considerando reato l’ingresso e il soggiorno agli extracomunitari privi di permesso, comportava l’obbligo di denuncia di situazioni d’irregolarità da parte di pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, compreso il personale medico ospedaliero. L’aureo provvedimento esonera però il cittadino straniero che chiede l’iscrizione del proprio figlio a scuola dall’obbligo di esibire il permesso di soggiorno per quanto concerne le “prestazioni scolastiche obbligatorie”. Il carattere buonista (!) di questa disposizione si avverte tenendo conto del fatto che genitori privi del permesso di soggiorno, richiesti della presentazione di tale documento, tenderebbero a non iscrivere i loro figli a scuola per evitare di autodenunciarsi come irregolari. Tuttavia la faccenda sembra valere per la sola scuola dell’obbligo. Ma prima della scuola dell’obbligo esistono l’asilo nido e la scuola dell’infanzia e successivamente c’è la secondaria di 2° grado. È difficile pensare che tale dimenticanza  possa considerarsi puramente casuale. Emerge qui infatti una logica tipicamente leghista! Mandiamo pure a scuola questi figli di vucumprà, ma non confondiamoli con i nostri di pura discendenza celtica, sembra essere la ratio del dettato legislativo, orientata a un temperato umanesimo leghista. Non esageriamo con l’uguaglianza delle opportunità! Conclusione: sembrerebbe esser lasciato alla disponibilità ad assumersi grane da parte del responsabile dell’istituzione l’ovvia decisione di accogliere il minorenne  figlio di stranieri che non esibiscano un permesso di soggiorno, evitando di deprivarlo di esperienze sociali e di apprendimento fondamentali nei primi anni di vita, a partire da quella di una lingua diversa da quella parlata in famiglia, ma parlata nel più ampio ambiente di vita

Il diritto di giocare a pallone
Anche la pratica sportiva può risultare problematica per certi bambini e adolescenti. Molti ragazzini clandestini, come i coetanei italici doc, amano giocare a calcio. Non possono però realizzare la loro aspirazione sportiva, a causa del peccato originale dei loro genitori, colpevoli  di essere privi del permesso di soggiorno. Infatti la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), in conformità a una norma della Federazione Internazionale delle Associazioni Calcistiche (FIFA), impedisce a molti minori di partecipare alle competizioni ufficiali, e quindi di fatto di giocare a calcio, e numerose società calcistiche si vedono costrette a rifiutare il tesseramento ad adolescenti stranieri perfettamente integrati in Italia. Questo si verifica in violazione della Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo, in base a cui è riconosciuto al fanciullo “il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età”. Ciò avviene persino per i minori presenti in Italia perché senza genitori in quanto sono in corso le operazioni per la loro adozione.

Il diritto di essere nati
Ma il rischio di essere discriminati, a cui andavano incontro i figli di immigrati, riguardava il diritto alla certificazione anagrafica, su cui da tempo si è appuntata l’attenzione della nostra Augusta, parendole ci fosse il rischio non fosse rilasciata ai neonati figli di migranti colpevoli del reato di clandestinità. Il Pacchetto Sicurezza prevedeva infatti che, per la registrazione  degli atti di stato civile (certificati di nascita e di filiazione), fosse necessario ai genitori presentare il permesso di soggiorno. In tal modo la richiesta di registrazione di un atto di nascita sarebbe equivalsa a un’autodenuncia, con l’effetto di dissuadere i genitori dall’effettuarla. Per risolvere un po’ alla carlona l’antipatica faccenda – anche dopo la protesta del personale sanitario circa la proposta che voleva trasformare i medici in agenti non segreti di uno stato parapoliziesco, obbligandoli a denunciare la mancanza del permesso di soggiorno di madri e padri clandestini – si ovviò alla legge con una circolare che contraddiceva la legge stessa che doveva interpretare, esonerando i genitori dalla presentazione del controverso documento. Si escogitò dunque un  provvedimento contra legem  (perché una circolare applicativa e/o interpretativa non può contraddire la legge che intende applicare/interpretare), ma con relativa soddisfazione di tutti pro bono pacis. Tuttavia, non  era escluso che amministratori o funzionari particolarmente pignoli potessero prendere sul serio la legge e richiedere la presentazione del permesso di soggiorno, né poteva escludersi che qualcuno evitasse di denunciare la  nascita di un simpatico esserino clandestino, avvenuta magari al di fuori dalle strutture ospedaliere. 

Su sollecitazione di Augusta e altre persone di buona volontà, allo scopo di sanare questa incerta situazione, nella precedente legislatura Leoluca Orlando (IDV), nella successiva (e attuale) il deputato Ettore Rosato (PD), presentarono, con altri co-firmatari, una proposta di legge (attuale PDL. 740) che stabiliva “per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile” (oltre che per quelli relativi ad “attività sportive e  ricreative a carattere temporaneo”, all’”accesso ai pubblici servizi”, alle   prestazioni di scuole ed asili nido, ecc.) non è fatto obbligo di presentare “documenti inerenti agli atti di stato civile”. Essa comunque giace alla Camera, presso la commissione Affari Costituzionali, in attesa di essere presa in considerazione. 

Un pieghevole ingannevole
Nel luglio 2013 Augusta venne in possesso del pieghevole Guida rapida all’ospedale, prodotto dall’Azienda Ospedaliera Universitaria di Udine, e vi scoprì la seguente indicazione circa la “denuncia di nascita”: “COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori, se stranieri non residenti passaporto o permesso di soggiorno valido”. Si attivò subito e per il nuovo anno annotava sul suo blog: “Ieri, 4 gennaio 2014, trovo il dépliant corretto”, datato dicembre,  con la dizione “documento di identità valido di entrambi i genitori”. Ce n’est qu’un début, continuons le combat, suonava un vecchio slogan sessantottesco.  Su questa linea Augusta continuò la sua battaglia perorando la causa di una norma non controvertibile per i piccoli clandestini a loro insaputa. Promosse una petizione alla presidente della Camera Laura Boldrini, scrisse spesso sul blog, telefonò più volte a  Prima pagina, rassegna stampa di Radiorai3. Il 23 aprile per l’ennesima volta Augusta reiterava la sua denuncia e, seppur brevemente, la trasmissione Tutta la città ne parla (che si può ascoltare e scaricare in podcast), affrontava la questione, che veniva lì trattata da Salvatore Fachile, avvocato rappresentante dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione), il quale affermò che c’è un problema ancora più grave di quello dei certificati di nascita,  quello della possibilità di riconoscere il figlio da parte di genitori irregolari senza documenti  “per cui una serie di strutture mediche trovano escamotages” quali “la richiesta di testimoni” o “altri stratagemmi assolutamente stravaganti”. Qualora l’ospedale non riconoscesse la madre, proseguiva il legale, il bimbo sarebbe un “minore non accompagnato”. Quindi da inserire in un istituto e da dichiarare adottabile. O anche, scriveva Augusta, “vittima dei mercati più turpi”.

Tra i molti problemi di scarsa humanitas presenti in Italia e in Europa nei confronti delle persone altre, questa storia di ordinaria burocrazia è un tassello di un triste mosaico.

Nel frattempo, la Corte Costituzionale ha cancellato il reato di clandestinità. Resta la necessità di definire l’aspetto amministrativo della faccenda: i clandestini, infatti, ora restano comunque irregolari.

 

Credits

Andare  a scuola, immagine da  Job. Corriere dell'Università
Giocare a calcio, immagine da Teni@moci in cont@tto. Giornale on line dei ragazzi di Mola

Di che cosa parliamo

Sulle orme della gloriosa rubrica a firma Piccì , "Controcorrente... dai confini" - tenuta per molti anni su insegnare "cartaceo" - tratterò gli argomenti di mia competenza e i temi più vari, che mi sembreranno di un qualche interesse per i nostri lettori, riassumibili sotto la formula sintetica “Filosofia, educazione, società”. Guarderò al presente e all’attuale, ma dal punto di vista soprattutto dell’inattuale, cioè a mio parere di ciò che è maggiormente attuale per chi non si adegui al dettato del pensiero unico e del politicamente corretto.

L'autore

Mi sono laureato in filosofia nel 1972, discutendo una tesi su demitizzazione e mito. Insegnante di Filosofia, Psicologia e Scienze dell’Educazione, ho lavorato nella formazione iniziale e in servizio degli insegnanti, anche come Presidente del Cidi della Carnia e del Gemonese . Mi interessano la filosofia, la pedagogia, la storia,  l’antropologia, la psicologia, le scienze sociali, le religioni, la politica scolastica. Ho approfondito i temi dell’educazione alla pace, dell’epistemologia, della didattica, della cultura materiale; dell’infanzia e dell’adolescenza; del senso del tempo e dei diritti dell’uomo…  Devo decidere che cosa farò da grande.