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di Paolo Citranfilosofia, educazione, società

19/01/2015

I diritti dell'uomo...

... nella storia dell'Occidente

I diritti dell’uomo, che trovano l’espressione più generale e condivisa nella Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo dell’ONU (1948), hanno una storia remota,   strettamente legata all'Occidente e al suo pensiero filosofico, approdato all’Illuminismo. Dalla cultura dell’Occidente scaturiscono diritti largamente riconosciuti come ispiratori della vita dell’umanità intera: ma dall’Occidente si generano il diavolo e l’acqua santa, il colonialismo, il neocolonialismo e il razzismo, la scienza, la tecnologia e la finanza, il pensiero laico e quello cristiano, l’idea di democrazia e quella di progresso, l’attesa del Regno di Dio e quella del Regno dell’Uomo, le regole del conflitto e quelle della pace...

Giusnaturalismo e oltre

Con il giusnaturalismo di Ugo Grozio (1583-1645), si manifesta un distacco dall'alleanza tra politica e teologia. I fatti sociali e le relazioni politiche sono considerati realtà naturali che prescindono da un fondamento divino. Il diritto internazionale regola i rapporti fra sovrani, il diritto civile quello tra persone e gruppi, sulla base del diritto naturale.
Con la Riforma Protestante diventa problematico rifarsi all’autorità religiosa: ma per tutti deve valere un unico diritto, una legge naturale, universale e immutabile, da cui trae fondamento la legge positiva degli Stati: “La legge naturale è un dettame della giusta ragione, che dimostra che un atto, a seconda che è o non è conforme alla natura razionale, ha in sé bassezza o necessità morale”. Grozio ha liberato il diritto da presupposti teologici affermando che il diritto naturale ha validità universale “anche se ammettessimo che Dio non ci fosse”. È un approccio questo che conduce, a rigore, a una limitazione dell’onnipotenza di Dio, perché  “come Dio non può far sì che due per due non facciano quattro, così non può fare che non sia male ciò che è in sé male”. Le leggi naturali sono “indiscutibili, innegabili, chiare ed evidenti” (Ugo Grozio, Il diritto della guerra e della pace. Prolegomeni e libro primo (1625), Cedam, Padova, 2010).
In John Locke (1632-1704), primo teorico dello Stato liberale, il contratto sociale presuppone i diritti naturali alla vita, alla libertà e alla proprietà privata, e lo Stato si costituisce per la salvaguardia di tali diritti.

La fondazione teorica della democrazia moderna può essere invece attribuita a Jean Jacques Rousseau (1712-1778), che sviluppò una critica sociale radicale ai costumi e ai dogmi del tempo - in una contrapposizione tra natura e cultura -  e guardò a una loro trasformazione mediante la politica e l’educazione. Sua è la teoria della sovranità popolare. Nell’esordio dell’Emilio leggiamo che “tutto è bene uscendo dalle mani dell’autore delle cose e tutto degenera nelle mani dell’uomo”. Ma costitituitasi la società civile, nella democrazia delineata nel Contratto sociale, “ogni singolo individuo può, come uomo, avere una volontà particolare, contraria o dissimile dalla volontà generale che ha come cittadino. Il suo interesse privato gli può parlare in modo tutto diverso dell’interesse comune”. Lo Stato allora “lo  forzerà ad essere libero”. Lo spazio lasciato al dissenso e alle minoranze è quindi assai ristretto e la democrazia può trasformarsi al limite in dittatura della maggioranza. “La sovranità popolare, che si esprime nella volontà generale, è inalienabile ed indivisibile e può ricorrere alla forza coattiva nell’ambito delle leggi”.

Rivoluzione e Dichiarazione dei diritti

Con lo  sviluppo e la diffusione del pensiero illuministico il diritto  naturale si traduce in affermazione di diritti universali in America del Nord e in Francia. La Dichiarazione d’Indipendenza dei futuri Stati Uniti (1776) viene fondata su un universalismo razionalistico – naturalistico che giustifica la secessione delle colonie dall’impero britannico. “Verità per se stesse evidenti” sono definite l’uguaglianza e il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.

Sulle orme degli Illuministi, tra gli altri di Charles Louis Montesquieu (1689-1755), sostenitore della divisione dei poteri, inizia in Francia la Rivoluzione e viene scritta la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino nel 1789. L’impostazione del documento fa propria la teoria dei diritti umani fondati sulla natura e risente significativamente delle idee liberali e democratiche tra loro commiste. Se ne possono sintetizzare i contenuti con alcuni  concetti-chiave: gli uomini hanno uguali diritti e le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune; sono diritti naturali e imprescrittibili: la libertà, la proprietà, la sicurezza, la resistenza all’oppressione; la sovranità appartiene al popolo, che esprime la sua volontà generale attraverso i suoi rappresentanti; per l’imputato vale il principio della presunzione d’innocenza; la proprietà è diritto inviolabile e sacro: la prospettiva borghese del documento è così evidenziata inequivocabilmente. 

La dichiarazione dei diritti subisce modifiche nel 1793 e nel 1795, in rapporto allo sviluppo degli eventi rivoluzionari. Nel 1793 vi è l’elaborazione di una Costituzione giacobina, sostenuta da Robespierre, marcatamente orientata nel senso della democrazia diretta e della sovranità popolare. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, che funge a essa da preambolo, evidenzia una marcata soluzione di continuità tra la democrazia dichiarata e la pratica abituale  dei processi sommari. Questa Dichiarazione appare rilevante anche perché, sulle orme del Discorso rousseauiano sulla disuguaglianza, precorre l’esigenza del Welfare, nella consapevolezza che non può esserci effettiva libertà se non c’è libertà dal bisogno e che i diritti individuali devono essere resi effettivi con i diritti sociali, quali il lavoro, "soccorsi pubblici" e mezzi di sussistenza, l'istruzione e la cura della conoscenza. La Dichiarazione dei tempi del Terrore e della ghigliottina estremizza il principio democratico, teorizzando una situazione d’instabilità che è nei fatti, sino a enunciare che chi usurpi la sovranità debba essere messo a morte all’istante; che il popolo ha sempre il diritto di modificare o cambiare la Costituzione; che le funzioni pubbliche sono immediatamente revocabili; che  l’insurrezione è diritto sacro e dovere essenziale. Vi trova quindi espressione una democrazia estrema, che prevede assemblee popolari, referendum, durata breve dei mandati, processi sommari, comitati di salute pubblica, diritti sociali di cittadinanza. Si afferma il suffragio universale, ma con l’esclusione del sesso femminile.
Nel 1795, dopo il periodo del Terrore, si definisce una Costituzione prudente, guardinga e moderata, con un governo al cui capo è posto un Direttorio. In maniera precisa vi si esprimono i diritti del cittadino contro gli abusi giudiziari e politici: delazioni, eccessivo rigore verso gli imputati, attribuzione di decisioni sovrane a singoli individui o a riunioni parziali di cittadini; la formazione delle  leggi e la nomina dei rappresentanti e dei pubblici funzionari è ricondotta immediatamente o mediatamente ai cittadini; si sottolineano i doveri, riassunti nella massima: “fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi, non fate agli altri quello che non vorreste vi fosse fatto”.

Tutte e tre le Dichiarazioni vengono enunciate in nome della natura e di una ragione naturale che facilmente si identifica con quella pubblica ragione “maggiorenne”, ormai uscita dalla “minorità” di cui ha parlato Immanuel Kant nel saggio Che cos’è l’Illuminismo?
Le notevoli varianti che si succedono nelle Dichiarazioni accentuano la dimensione della storicità che le connota. Ci troviamo di fronte al paradosso di diritti sedicenti naturali, razionali, universali, evidenti, che in tempi diversi - ma ravvicinati - trovano espressioni anche radicalmente differenti. Le varie versioni dei diritti dell’uomo sono sempre condizionate dal contesto storico, culturale, economico, sociale, politico, per cui la loro presunta universalità va radicalmente ridimensionata sulla base dei diversi contesti che nello spazio e nel tempo conducono alla loro espressione. 

Nessuno specifico riferimento riguarda esplicitamente le donne, se non un documento scritto nel 1791 da Olimpe de Gouges (1748-1793), la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, rimasta sulla carta, ma scritta con l’intendimento di farla adottare dall’Assemblea Nazionale, poiché durante la Rivoluzione le donne svolgoro un ruolo concreto, ma non godono dei diritti di una cittadinanza piena. Il quadro filosofico naturalistico, razionalistico, democratico-liberale trova qui applicazione con un approccio pre-femminista, che evidenzia il potere da sempre esercitato dalle donne nei luoghi decisivi del potere.  Si affermano i “diritti naturali, inalienabili e sacri della donna”, la sua parità rispetto all’uomo, la sua piena appartenenza alla nazione, l’oppressione delle donne esercitata dagli esponenti del sesso maschile… Interessante è l’attenzione rivolta all’educazione delle donne, alle quali viene tra l’altro attribuita, oltre che intelligenza pari a quella maschile, “l’amministrazione notturna” dei pubbli uffici.

Diritto internazionale e diritti dell’uomo

È in qualche modo prevista – già in Grozio - la salvaguardia di diritti in guerra: valgono lo jus gentium e gli accordi internazionaliCon il periodo napoleonico e la Restaurazione, i rapporti internazionali rimangono tra Stati sovrani e non si delinea alcuna autorità politica sovra-nazionale. Qualcosa che possa vagamente prefigurarla può vedere collocati i propri albori quando, di fronte al massacro verificatosi con la battaglia di Solferino  (1859), s’istituì la Croce Rossa e iniziò a svilupparsi il Diritto internazionale umanitario (Convenzione di Ginevra - 1864).  

Col Patto di Londra (1945), stipulato tra USA, URSS, Gran Bretagna e governo provvisorio francese, si stabilisce che i criminali di guerra tedeschi saranno mandati nei Paesi in cui sono stati compiuti i loro delitti. Fa eccezione il caso dei grandi criminali nazisti, i cui reati non riguardano una posizione geografica particolare, per giudicare i quali si decide la creazione di un Tribunale Militare Internazionale, con una definizione successiva del suo Statuto, a cui aderiscono altri 29 Paesi e in merito a cui si precisa che nulla  impedisca di apportare correttivi e aggiunte, favorendo così l’evoluzione di un diritto consuetudinario internazionale, che si perfeziona sentenza dopo sentenza. I magistrati del Tribunale di Norimberga (1945-1946), cittadini dei quattro Stati primi firmatari del Patto, giudicano 24 alti gerarchi nazisti e 6 organizzazioni. Valutano imputazioni e definiscono sentenze relative a crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Si tratta di un fatto giuridicamente rivoluzionario, perché si scavalca il principio della non retroattività della norma e della sanzione. Non sono pochi i motivi di perplessità per tale processo: sono i vincitori che processano i vinti; i processi sono stati istruiti ad hoc e post factum, in assenza di una legislazione che definisca reati chiari e sanzioni precise; suscitano inoltre riserve il principio che l’obbedienza agli ordini non cancelli il crimine e il fatto che la lista degli imputati sia arbitraria e non priva di omissioni. Si delinea così un ritorno non pienamente esplicitato a un diritto naturale universale, inteso come base di una comune humanitas, legata a un sentire comune ai popoli supposti civili; a una sorta di metadiritto a favore di un’umanità lesa da ragioni etiche più che giuridiche. Il carattere retroattivo delle norme viene giustificato con l'eccezionalità dei crimini e superiori e universali esigenze di giustizia.

 

Con l’istituzione dell’ONU, tra i suoi compiti c’è anche quello di fissare quel diritto positivo universalmente riconosciuto che manca nel momento in cui si istituisce  il processo di Norimberga. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) svolge questo ruolo. Le Convenzioni europee da essa prendono la principale fonte ispiratrice. 

 

Immagini

Dall'alto in basso:
Ugo Grozio, Iure belli ac pacis, frontespizio edizione originale
Déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen (1789), da wikipedia
Mrs. Eleanor Roosevelt presenta la Dichiarazione (1948), da wikipedia

 

Di che cosa parliamo

Sulle orme della gloriosa rubrica a firma Piccì , "Controcorrente... dai confini" - tenuta per molti anni su insegnare "cartaceo" - tratterò gli argomenti di mia competenza e i temi più vari, che mi sembreranno di un qualche interesse per i nostri lettori, riassumibili sotto la formula sintetica “Filosofia, educazione, società”. Guarderò al presente e all’attuale, ma dal punto di vista soprattutto dell’inattuale, cioè a mio parere di ciò che è maggiormente attuale per chi non si adegui al dettato del pensiero unico e del politicamente corretto.

L'autore

Mi sono laureato in filosofia nel 1972, discutendo una tesi su demitizzazione e mito. Insegnante di Filosofia, Psicologia e Scienze dell’Educazione, ho lavorato nella formazione iniziale e in servizio degli insegnanti, anche come Presidente del Cidi della Carnia e del Gemonese . Mi interessano la filosofia, la pedagogia, la storia,  l’antropologia, la psicologia, le scienze sociali, le religioni, la politica scolastica. Ho approfondito i temi dell’educazione alla pace, dell’epistemologia, della didattica, della cultura materiale; dell’infanzia e dell’adolescenza; del senso del tempo e dei diritti dell’uomo…  Devo decidere che cosa farò da grande.