Home - filosofia, educazione, società - I diritti dell’uomo tra etica e Realpolitik

di Paolo Citranfilosofia, educazione, società

02/04/2014

I diritti dell’uomo tra etica e Realpolitik

Spunti per un percorso interdisciplinare di educazione alla mondialità

Il realismo dell’utopia 

L’attività politica si colloca tra due poli, il realismo e l’utopia: le dichiarazioni dei diritti dell’uomo rappresentano un effetto congiunto della necessità di entrambi.
Per sostenere quanto premesso mi servirò di esempi tratti da fonti di vario genere. 

Niccolò Machiavelli (1469-1527) rappresenta emblematicamente il primo polo.  Non era per lui necessario fornire al potere una giustificazione teorica: esso è di fatto, non di  diritto, non risponde a principi estrinseci (teologici, etici, giuridici, ecc.), è legittimato dal fatto stesso di esistere, grazie al possesso, da parte del sovrano, di forza, astuzia e fortuna; in politica si deve badare  alla “verità effettuale della cosa”, non alla “immaginazione di essa”. È inutile vagheggiare “repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere”.

All’altro polo dialettico si colloca Tommaso Moro (1478-1535) con la sua Utopia. Non è però da pensare che Moro fosse un vacuo sognatore di mondi impossibili. Egli volgeva un’attenzione particolare al concretissimo fenomeno delle enclosures, base di quell’accumulazione capitalistica che fu  pre-condizione della rivoluzione industriale, ma anche causa di diffusa miseria, rispetto a cui la giustizia sociale appariva a Moro essere rimedio.

Si è assunta l’Utopia come antitesi all’approccio realistico di Machiavelli. Invero l’opera è caratterizzata da un notevole realismo. Moro analizzò ben prima di Smith e Marx il fenomeno britannico delle recinzioni dei campi, le quali permettevano alle greggi di pascolare in quei terreni da cui i ceti inferiori traevano prima sostentamento, al punto “da mangiarsi perfino gli uomini e da devastare i campi, le case, le città, seminandovi la rovina. Dove si produce una lana più fine e perciò di maggior pregio, i nobili, i signori e perfino alcuni abati recingono tutti i campi ad uso di pascolo e non lasciano nulla alla coltivazione. Fanno il deserto in tutti i luoghi abitati e dovunque vi siano dei terreni coltivati, i contadini sono cacciati via e spogliati dei loro possessi o, spinti dalle vessazioni, sono costretti a venderli” e a loro non resta che rubare o mendicare.
A complemento della denuncia di questa situazione, Moro formulò la sua proposta: “In Utopia, dove ogni cosa è in comune, nessuno dubita che venga a mancargli qualche cosa, purché si abbia cura di mantenere pieni i granai pubblici. La distribuzione dei beni non è ingiusta, né vi sono mendicanti che chiedono la carità. Nessuno possiede nulla, ma tutti sono ricchi”. 

Anche le guerre intestine potranno cessare e la pace vi renderà più felice la vita della collettività.

È proprio partendo dalla verità effettuale che Moro fa valere un imperativo etico nel delineare un modello ideale regolativo verso cui tendere.   

Da Solferino a Norimberga

La battaglia di Solferino (1859) impressionò i contemporanei come memorabile massacro, reso ancor più cruento dalla mancanza di soccorsi ai feriti. Si costituì allora la Croce Rossa e nacque il Diritto internazionale umanitario, derivante da numerose convenzioni, a partire da quella di Ginevra (1864), che riguarda le condizioni dei militari feriti e malati e il trattamento dei prigionieri di guerra. Esso interessò in seguito coloro che non partecipavano attivamente alle ostilità, la protezione delle vittime civili, lo status dei rifugiati, le limitazioni all’impiego delle armi convenzionali e il divieto dell’uso di quelle chimiche; proibì poi di bombardare città, villaggi, abitazioni, fabbricati non difesi, di forzare la popolazione di un territorio occupato a prendere parte alle operazioni militari contro il proprio paese e a prestare giuramento a potenze nemiche…

Largo spazio rimaneva tuttavia per comportamenti arbitrari, in quanto, ove non c’erano espliciti accordi, ci si richiamava a concetti piuttosto generici: “leggi ed usi della  guerra”, “diritto bellico consuetudinario”, “leggi dell’umanità”, “pubblica coscienza”, “diritto delle genti”, “usi stabiliti tra nazioni civili”, da cui tribunali internazionali e guerre di liberazione e di resistenza trassero fondamento giuridico. Norme che erano effetto di convenzioni tra stati sovrani s’integravano con principi considerati ovvi, naturali, oppure consuetudinari; prestavano il fianco perciò all’obiezione di essere lesive del principio nulla lege, nulla iniuria, nulla pena, quindi di non retroattività e di mancanza della garanzia di una sanzione in caso di loro violazione.

Il processo di Norimberga: basi etiche, giuridiche e politiche

Col Patto di Londra (1945), stipulato tra USA, URSS, Gran Bretagna e governo provvisorio francese, si stabiliva che “ufficiali tedeschi e uomini e membri del Partito Nazista” colpevoli di crimini di guerra ”saranno rispediti ai Paesi in cui sono state compiute le loro azioni abominevoli”. Faceva eccezione “il caso dei grandi criminali nazisti i cui reati non hanno alcuna posizione geografica particolare”. Per giudicare quest’ultima categoria si decise la creazione di un Tribunale Militare Internazionale, di cui successivamente si definì lo Statuto, o Carta, a cui aderirono altri 29 Paesi e in merito a cui si precisò che nulla avrebbe impedito al tribunale di apportare correttivi ed aggiunte, come effettivamente si fece, favorendo l’evoluzione di un diritto consuetudinario internazionale, che si perfezionò sentenza dopo sentenza.

I magistrati del Tribunale di Norimberga (1945 - 1946) erano cittadini del Regno Unito, degli USA, dell’URSS e della Francia; giudicarono 24 alti gerarchi nazisti e 6 “organizzazioni criminali”. Imputazioni e sentenze erano relative ai crimini contro la pace, concernenti l’avere  messo in atto “una guerra di aggressione o in violazione di trattati internazionali”; ai crimini di guerra, relativi al diritto umanitario consuetudinario, legato alla convinzione che anche il conflitto armato dovesse svolgersi entro certe regole minime di civiltà, e alle convenzioni fissate in precedenza all’Aja e a Ginevra, norme vigenti che fissavano precise fattispecie; ai crimini contro l’umanità, commessi dalla Germania nazista verso i propri cittadini ebrei, zingari, avversari politici, col presupposto che si ritiene vi siano limiti connessi ai diritti dell’uomo e del cittadino.
Si trattava di un fatto giuridicamente rivoluzionario, perché si scavalcava il principio della non retroattività della norma e della sanzione

Non furono pochi i motivi di perplessità per tale processo: erano i vincitori che processavano i vinti; i processi erano stati istruiti ad hoc e post factum, in assenza di una legislazione che definisse reati chiari e sanzioni precise; suscitavano inoltre riserve il principio che l’obbedienza agli ordini non cancellasse il crimine e il fatto che la lista degli imputati fosse arbitraria e non priva di omissioni. Si delineava così il richiamo a un diritto universale, a una sorta di metadiritto a favore di un’umanità lesa da ragioni etiche più che giuridiche; era messa in discussione la sovranità statuale, che comportava che ogni stato fosse absolutus e quindi non sottosposto a sovranità altre, nemmeno a quella dell’etica. Ciò valeva anche per il regime nazista, dove vigeva il Führerprinzip, quindi l’obbedienza assoluta al capo.

È chiaro che è difficile parlare di giustizia neutrale: nessuno si sognò mai di punire l’eccidio di 20.000 ufficiali polacchi compiuto da parte russa nel bosco di Katyn (1940), né l’espulsione da parte sovietica di più di 14 milioni di tedeschi dalle loro terre; nessuno fu punito per il bombardamento angloamericano di Dresda o per le atomiche lanciate su Hiroshima o Nagasaki!

La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo

Al termine della II guerra mondiale si istituì l’ONU, tra i cui compiti c’era quello di stabilire principi che in tutti gli Stati salvaguardassero il rispetto di diritti condivisi. Si trattava di stabilire quel diritto positivo universalmente riconosciuto che mancava nel momento in cui si istituì  il processo di Norimberga. La “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” fu approvata con otto astensioni dall’Assemblea Generale dell’Onu nel dicembre1948, ma solo nel 1966 poté avere lo statuto di  un trattato vincolante e non solo quello di un’indicazione di principi, grazie all’approvazione formale dei vari governi.

Si trattava comunque di una convenzione inevitabilmente arbitraria, frutto di compromessi tra stati, condizionata da interessi, riserve mentali e universi culturali diversi, Weltanschauungen, etiche, ordinamenti giuridici dei grandi e dei piccoli della Terra, che enunciava ideali definiti comuni più o meno convintamente e fedelmente perseguiti, dovendo fare i conti con la Realpolitik e i veti delle Grandi Potenze presenti nel Consiglio di sicurezza. Perciò si afferma spesso trattarsi di inutili enunciazioni utopistiche, infruttuose rispetto alle effettive pratiche degli Stati, come per esempio si è riscontrato recentemente nel caso della secessione della Crimea dall’Ucraina, in cui elemento decisivo non è stato certo il sia pure invocato principio del diritto all’autodeterminazione dei popoli,  ma il dato di fatto della preponderante potenza russa.

Ritengo tuttavia che essi rappresentino una meta verso cui convergere, un’utopia che può essere  riferimento per tutti attraverso (e nonostante) le politiche concrete degli Stati. 

 

Immagini

Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Tommaso Moro, 1527, New York. Frick Collection
Henry Dunant at Solferino,  La battaglia di Solferino, 1859, Museo nazionale del Risorgimento, Torino
Un momento del Processo di  Norimberga (1945)
Manifestazione filosovietica in Crimea (2014)
 

Di che cosa parliamo

Sulle orme della gloriosa rubrica a firma Piccì , "Controcorrente... dai confini" - tenuta per molti anni su insegnare "cartaceo" - tratterò gli argomenti di mia competenza e i temi più vari, che mi sembreranno di un qualche interesse per i nostri lettori, riassumibili sotto la formula sintetica “Filosofia, educazione, società”. Guarderò al presente e all’attuale, ma dal punto di vista soprattutto dell’inattuale, cioè a mio parere di ciò che è maggiormente attuale per chi non si adegui al dettato del pensiero unico e del politicamente corretto.

L'autore

Mi sono laureato in filosofia nel 1972, discutendo una tesi su demitizzazione e mito. Insegnante di Filosofia, Psicologia e Scienze dell’Educazione, ho lavorato nella formazione iniziale e in servizio degli insegnanti, anche come Presidente del Cidi della Carnia e del Gemonese . Mi interessano la filosofia, la pedagogia, la storia,  l’antropologia, la psicologia, le scienze sociali, le religioni, la politica scolastica. Ho approfondito i temi dell’educazione alla pace, dell’epistemologia, della didattica, della cultura materiale; dell’infanzia e dell’adolescenza; del senso del tempo e dei diritti dell’uomo…  Devo decidere che cosa farò da grande.