Home - filosofia, educazione, società - I diritti dell'uomo in Europa e la biomedicina

di Paolo Citranfilosofia, educazione, società

26/08/2016

I diritti dell'uomo in Europa e la biomedicina

Nella mia esperienza d'insegnamento ho avuto modo di affrontare i temi della bioetica sia nell'ultimo biennio con filosofia e scienze umane/sociali sia nel primo biennio con elementi di scienze sociali (inclusa statistica), anche in collegamento con altre discipline (informatica, biologia). Ritengo che la bioetica debba esser trattata soprattutto alla fine del triennio, in modalità interdisciplinari con principalmente filosofia, biologia e diritto. La mancanza di un'esplicita sua presenza nei programmi ministeriali non credo possa essere un valido impedimento per approfondimenti specifici concordati nel consiglio di classe. Ritengo possa per questo risultare utile a colleghe e colleghi una rapida messa a punto su alcuni temi di bio/etica/diritto,  che presento qui di seguito.

Natura vs contro natura
Appartiene al nostro linguaggio abituale ed ad un ordine concettuale d'uso comune, ma di derivazione filosofica precisa, la distinzione tra naturale e contro natura.
Nell'uso comune il naturale (cioè: secondo natura) significa banalmente ovvio, normale e anche giusto e corrispondente al senso comune. Contro natura è, ovviamente, il contrario: nel caso della sessualità, quando ritenuta  contro natura, si parlava con la massima serietà, presuntivamente scientifica, d'inversione e di invertiti.

Natura e convenzione
Sin dai tempi della Grecia classica si distingueva, in campo etico e politico, tra leggi basate sulla natura (physis) e leggi fondate su un accordo fra gli uomini, su una convenzione arbitraria.
La pederastia è condannabile? Ma Socrate, colui che meglio incarnava nella propria vita il filosofare, praticava la paiderastía come fatto considerato persino doveroso dal punto di vista educativo.
Al contrario, la cultura e l’etica della tradizione ebraico-cristiana hanno sempre considerato contro natura i comportamenti omosessuali. E ciò che è contro natura, nella nostro cultura è tradizionalmente biasimevole. Solo in questi ultimi anni si è fatta largo l'accettabilità dell'omosessualità come modalità della diversità di naturecostumi umani, cosa che in verità nel subconscio accettiamo ancora con difficoltà.
L’assumere il criterio della naturalità o meno di un comportamento come parametro del suo valore etico,  giuridico o pedagogico  va quindi sottoposto al vaglio della critica filosofica, con l’esito di problematizzare il dettato del senso comune validato dalla tradizione.
All’interno del pensiero ebraico-cristiano si colloca la concezione  di Tomaso d’Aquino (1225-1274), il quale è certamente l’autore medievale la cui influenza maggiormente è giunta a noi attraverso la Chiesa cattolica. Essa, al tempo della Controriforma e poi col Concilio Vaticano I (1870) ha individuato la philosophia perennis, che stabilisce la subordinazione  della sfera naturale  rispetto a quella sovrannaturale, pur nella distinzione e nell’autonomia (relativa) delle due dimensioni. Le leggi umane  possono essere conformi o meno al diritto naturale, secondo cui  il potere statale è finalizzato all’attuazione del bene comune, che include la piena realizzazione della persona.  
In fondo, le tre Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo elaborate nel corso della rivoluzione francese (1789 – 1793 – 1795), considerate da questo punto di vista,  non si discostano radicalmente dal tomismo: anch’esse si appellano a una legge naturale (razionale ed universale), da cui deriva la loro validità.
Al contrario, la connessione con storia, cultura, politica ha fatto preferire, per le Dichiarazioni europee dei Diritti elaborate nel secondo dopoguerra, il ricorso al concetto di convenzione, evidenziando in tal modo il loro carattere di accordo che più stati definiscono tra loro e successivamente ratificano, come avviene per tutti i trattati internazionali.

Che cos’è “naturale”

I diritti dell’uomo non sono salvaguardati quando si faccia uso della tortura, quando un uomo uccida la propria compagna di vita perché l’ha lasciato, quando uno stato intraprenda una guerra di aggressione, quando in un conflitto si pratichino lo stupro e la pulizia etnica. Nella concezione giusnaturalistica questi atti sarebbero considerati contro natura. Nel linguaggio comune sarebbe detto naturale l'impiego di un antibiotico nel caso di un’infezione batterica, sebbene in realtà usare un antibiotico non sia naturale, ma  implichi l’utilizzo di tecnologie, che sono ovviamente artificiali, cioè, per dirla correttamente, non conformemente alla semantica comune e quindipotremmo arrivare a dire: contro natura. In questo senso non è naturale sottoporsi a un' operazione di appendice, in quanto occorre per questo un chirurgo dotato di particolari competenze tecniche, quindi artificiali, contrapponibili all’azione della natura. In tal senso non è così ovvio cosa sia naturale e cosa invece artificiale: il nostro ambiente è infatti sempre antropizzato e modificato dall'azione dell'uomo. Anche quello che nei dépliant turistici viene detto un ambiente incontaminato, in cui sia possibile forse persino vivere allo stato di natura alla maniera di un buon selvaggio, è in realtà un ambiente artificialmente antropizzato.
Tutto il mondo in cui viviamo è artifizio, è cultura: noi siamo infatti natura e cultura; e ciò che è cultura non è detto che sia di per sé contro-natura (espressione che ha abitualmente un'accezione negativa): un grezzo e deterministico scientismo positivista, analogamente all'etica cattolica, ricondurrebbe la sessualità a questione solamente di natura, mentre un approccio sensatamente socio-psico-antropologico riconoscerebbe trattarsi di un mix di natura e cultura.

Bioetica e biodiritto in Europa

La Convenzione per la protezione sui Diritti dell’Uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti delle applicazioni della biologia e della medicina o Convenzione sui Diritti dell’Uomo e la biomedicina (Convenzione di Oviedo - 1997) protegge “dignità”, ”identità” e  “integrità” degli esseri umani senza discriminazioni nei confronti delle applicazioni della biologia, stabilendo che “l’interesse e il bene dell’essere umano devono prevalere sull’esclusivo interesse della società o della scienza” e “un accesso equo ad interventi sanitari di qualità appropriata”. Essa determina la “regola generale” del “consenso libero e informato” circa gli interventi sanitari (con il diritto di ritirarlo “in qualsiasi momento”), tutelando anche “le persone che non hanno la capacità di dare il consenso”.
In proposito risulta di particolare rilevanza e attualità la norma che prevede che “saranno prese in considerazione le volontà precedentemente espresse nei confronti dell’intervento medico da parte del paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la propria volontà”, il che ben rappresenta la fattispecie del noto caso di Eluana Englaro ed evidenzia  la grave carenza della normativa italiana e la sua non conformità al diritto europeo  circa la possibilità di espressione di un testamento biologico o di dichiarazioni anticipate di trattamento di fine vita.
Nella Convenzione di Oviedo è in linea generale vietata ogni ricerca su soggetti umani, salvo quando non esista alcun “metodo alternativo alla ricerca su esseri umani di efficacia paragonabile” e senza una valutazione “indipendente”, scientificamente competente e comprensiva di un esame di “accettabilità sul piano etico”. Tenendo in considerazione le motivazioni di coloro che sostengono l’esistenza di  “diritti per l’embrione”, viene considerata lecita la “ricerca sugli embrioni in vitro” a condizione che ne sia assicurata “un’adeguata protezione”, mentre ”la creazione di embrioni umani a fini di ricerca è vietata”.  
Il primo Protocollo addizionale alla Convenzione di Oviedo (Strasburgo, 1998) riguarda il divieto di clonazione di esseri umani. Il Protocollo addizionale relativo alla ricerca biomedica (Strasburgo, 2005) ammette la “ricerca sugli esseri umani”, comportante  “un rischio”, anche “per la salute psicologica”; ne è esclusa la “ricerca sugli embrioni in vitro”, inclusa invece quella “sugli embrioni e feti in vivo”, secondo il principio che “la ricerca deve essere effettuata liberamente”, ma assicurando “la protezione dell' essere umano”. Valgono le regole che “ricerca su esseri umani può essere intrapresa solo se non c'è alternativa di efficacia paragonabile” e che “non deve comportare rischi e oneri per l'essere umano sproporzionati rispetto ai benefici potenziali”.

Si prevede una dettagliata casistica di situazioni, tra  cui il caso dei carcerati, i quali possono  partecipare a una ricerca che può andare a vantaggio della salute di altri infelici analogamente ristretti.
Il Protocollo addizionale relativo ai test genetici per la Salute (Strasburgo, 2008) attribuisce particolare rilievo alla considerazione “che il genoma umano è condiviso da tutti gli esseri umani, formando in tal modo un legame reciproco tra loro, mentre lievi variazioni contribuiscono all’individualità di ogni essere umano”; sottolinea  che genetica e test genetici possono procurare benefici in ambito sanitario a cittadini che usufruiscano di un “accesso equo a servizi genetici di qualità adeguata”. Il Protocollo consegue da “preoccupazioni” derivanti da un “eventuale uso improprio” od “abusi” dei test genetici, in particolare delle informazioni derivanti da essi, generate in tal modo, e dai possibili abusi. Dal suo “campo di applicazione” sono esclusi “test genetici condotti su embrioni umani o sul feto”, sono vietate la discriminazione e “la stigmatizzazione di persone o gruppi” a causa delle caratteristiche genetiche.  
Viene delineata una casistica circa situazioni in cui si può (o non si può) effettuare un test genetico. Il criterio che si può individuare in questa normativa è in linea generale riconducibile al vantaggio che può derivare a persone o categorie di persone in qualche modo vicine al donatore: si è visto per il precedente Protocollo il caso analogo dei carcerati; in questo caso, si tratta per lo più di congiunti. È prevista la possibilità di effettuare programmi di screening genetici a fini sanitari.

I Diritti dell’Uomo tra natura e cultura

Al problema se esistano diritti dell’uomo sosterrei che esistono relativamente al nostro tempo/spazio di vita e alla nostra cultura. Valori e diritti vanno storicizzati; e il  nostro tempo è il tempo della post-modernità, in cui restano tracce concrete nell’ idea - ancor oggi interiorizzata - di progresso, nella tecnologia, nei saperi e nelle menti europeizzate dell’umanità intera. Il nostro spazio è invece quello della globalizzazione, caratterizzato da grandi distanze, ma da comunicazioni ravvicinate. La nostra cultura è una cultura  unificata e colonizzata, cioè occidentalizzata, ma comprendente al suo interno marcate divaricazioni.
Le Dichiarazioni di diritti non derivano  in sostanza da proposizioni fattuali/ dichiarative o esprimenti verità logiche, ma da proposizioni normative/conative, enunciano cioè non un essere, ma un dover-essere, in quanto tale non suscettibile né di una conferma empirica, né di  una validazione logica.
Come ho già rilevato, da sempre la natura  è stata addotta a giustificazione di norme etiche e giuridiche. Ciò che è naturale era e spesso è ancor oggi pensato come buono e desiderabile e l’opposto vale per ciò che è considerato contro-natura. In questa logica, i diritti umani sono considerati universali e razionali dai cultori del diritto naturale perché conformi a natura. Come in etica la famiglia sarebbe società naturale, le aggregazioni non fondate su rapporti eterosessuali  sarebbero invece contro-natura.
Un’analisi delle dichiarazioni dei diritti dell’uomo evidenzia come esse abbiano carattere culturalmente, storicamente e socialmente condizionato, e abbiano un’indubbia matrice di ciò nella cultura europea/occidentale. Se seguissimo la logica di natura/contro-natura, dovremmo concludere che noi siamo tutti e in tutto contro-natura, perché partecipiamo di  una cultura di cui la nostra tecnologia fa parte. Antibiotici, vaccini, disinfettanti, come mezzi per aumentare la produzione agricola e quindi combattere la fame, sono artificiali e quindi paradossalmente contro-natura. In questi casi, non andiamo infatti contro il corso naturale degli eventi?
Non possiamo perciò pensare a carte dei diritti statiche, ma a prodotti storici frutto di convenzioni; e tale è il nome che esse giustamente assumono in Europa, risultando esito di accordi successivi, integrati da protocolli aggiuntivi, da revisioni, modifiche, emendamenti, riscritture…
I diritti dell’uomo vanno quindi pensati in una prospettiva evolutiva ed è inevitabile che sorgano nuovi diritti condivisi in base a costumi e ad accordi (e che altri cadano in disuso).

Nuove famiglie a famiglie "tradizionali"

La riflessione e la discussione nel campo della bioetica e del biodiritto sono ancora molto aperte e in via di evoluzione lenta e ancora non approdata ad un’ampia condivisione sulle questioni che riguardano la famiglia. In questo settore si fa ancora sovente  ricorso alla philosophia  perennis di Tomaso d’Aquino ed alla dicotomia naturale/contro-natura, e vige ancora l’antinomia tra la bioetica cattolica della sacralità della vita opposta  a quella laica della qualità della vita (dell’umano e del post-umano).
Sono oggi nell’occhio del ciclone temi quali: coppie di fatto, matrimonio tra omosessuali, fecondazione assistita, diritto alla genitorialità (dal punto di vista di  chi  adotta  o di chi è adottato).
Sulle coppie di fatto: il matrimonio è un costume, una convenzione storicamente determinata, a valenza giuridica, economico-sociale, e, per i credenti, religiosa. Quando, per i più svariati motivi, non si voglia o non si possa accedere all’istituto matrimoniale, sembrano esserci ragionevoli motivi perché non possano essere fissate garanzie certe per le coppie di fatto, tenute assieme da legami soprattutto affettivi e/o a valenza sessuale, etero- , omo- , bi- o trans-.
Orientamenti diversi di sessualità hanno, per quel che sappiamo, sia una componente di natura che una componente di cultura. Un'interpretazione paleopositivista ammetterebbe una valenza solo biologico-naturale. Ma pare anche plausibile che alla base delle tendenze sessuali di ciascuno vi siano esperienze personali di tipo socioaffettivo e una rilevante componente legata all’ambiente socioculturale in cui si è vissuti, come ci ha insegnato Freud.
Si è detto della pederastia nella Grecia classica. Ma è anche risaputo che pratiche omosessuali sono largamente presenti in generale in istituzioni totali (cfr. Michel Foucault) al cui interno sono contenute/ristrette persone di un unico sesso: caserme, carceri, collegi, conventi… E la psicoanalisi ci induce a ricondurre a esperienze relazionali  infantili le diverse tendenze di tipo sessuale.
Quanto al matrimonio, se è una convenzione, nulla vieta concettualmente che una nuova convenzione linguistica e concettuale s’instauri, includendo anche unioni omosessuali. Nulla vieta infatti di modificare una convenzione linguistica. Il problema sarà piuttosto di valutarne l’opportunità. Ne trarrebbe vantaggio la coppia omosessuale? Ne trarrebbe vantaggio la società nel suo complesso, in relazione alle modificazioni nel costume e nei valori che si determinerebbero? Se ne dovrebbe garantire l’uguaglianza di trattamento con i coniugi eterosessuali dal punto di vista della possibilità di adottare una prole? E se sì, un’opzione in questo senso sarebbe a vantaggio dei figli adottati, tenendo presenti  le dinamiche interne alla famiglia e quelle con l’ambiente sociale esterno che si instaurerebbero nel caso di una coppia diversa da quella tradizionale? Si può parlare di un diritto umano all’adozione?  Quali conseguenze dal punto di vista psicologico ne potrebbero derivare per i minori adottati? E quali nel caso di famiglie monoparentali

Diritto a essere e ad avere genitori 

Queste problematiche s’intrecciano con le ipotesi del diritto alla genitorialità -  o alla non genitorialità. Entrano in gioco in modo consistente per questo tema i prodotti artificiali della ricerca biomedica. Nel caso della contraccezione, è chiaro che in questa si impiegano tecnologie e farmaci. C'è da chiedersi, per esempio,  se per una procreazione responsabile, abbia senso il divieto cattolico dell’uso del preservativo (tra l’altro autentico farmaco contro gravi forme di contagio), o di altri anticoncezionali, che hanno controindicazioni analoghe quelle di qualsiasi altro prodotto terapeutico. 
Nel caso poi dell’aborto (distinto dalla semplice contraccezione), esso richiama un intrico  complesso di problemi, quali: il diritto (o il non diritto) all’autodeterminazione della donna,  il diritto (o il non-diritto) a interrompere  una vita umana in fieri. E se si effettua questa scelta, in quali situazioni, per quali motivi  ed entro quale momento della gravidanza va ammessa?

Quando si affermi il diritto alla genitorialità, entra  in gioco la questione generale dell’impiego - che rientra ovviamente nell’ambito dell’artificialità - della fecondazione medicalmente assistita (e della maternità surrogata).  La legge 40/2004 - ormai pressoché totalmente smontata da sentenze della Magistratura ordinaria, della Corte Costituzionale e della  Corte dell’UE - forniva  indicazioni che sfiorano il livello dell’idiozia, quando prevedeva il divieto della diagnosi preimpianto ai fini dell’accertamento dell’eventuale presenza nell’embrione di malattie genetiche, con la conseguenza di correre il rischio d’impiantare in utero un embrione gravemente ammalato e di indurre, conseguentemente, all’aborto terapeutico. Si prevedevano, inoltre,  il divieto di una produzione di embrioni superiore a tre per un unico impianto e quello della crioconservazione degli embrioni, a prescindere da concrete indicazioni mediche, con il rischio per la donna di sottoporsi più volte ad un’overdose ormonale.
Queste limitazioni erano in larga misura riconducibili al diritto del concepito e metafisicamente alla questione del quando esso/egli possa considerarsi persona. La posizione cattolica, considerando che lo sviluppo del concepito è un continuum e che esiste già una vita umana dal momento dell’unione tra spermatozoo ed ovulo, vieta su di esso alcun intervento; quella laica, invece,  afferma il carattere pragmatico e convenzionale del momento che si stabilisce come termine oltre il quale si attribuisce al concepito la qualifica di persona, evidenzia il carattere indifferenziato delle cellule embrionali e la mancanza si un sistema nervoso che permetta all’embrione in fase iniziale di essere considerato senziente e men che meno cosciente o capace di relazioni.
Trattandosi di affrontare la questione delle nuove famiglie, mi sembra vada preso in considerazione il tema dell’adozione, un nodo problematico che non si riduce certo a quello oggi alla ribalta delle adozioni da parte di coppie omosessuali o di single. In termini di diritti, è in gioco la relazione tra chi intende adottare e chi ha il sacrosanto diritto di avere dei genitori.
Non va quindi dimenticato il bisogno e il diritto del minore di avere una famiglia. Nel caso di coppie omosessuali o di single,  attestandomi sui principi del caso per caso e del meglio come nemico del bene, rimango perplesso per quanto concerne l’esigenza di tenere in considerazione i meccanismi identificativi che entrano in gioco nella famiglia tradizionale, come evidenziato dalla psicoanalisi, e l’inserimento in una società coi suoi pregiudizi e il fatto che essi sono lunghi a morire.
Il diritto all’adozione – che ponga per il possibile le basi di una buona qualità della vita - va visto, a mio parere, sì dal punto di vista dei genitori, ma soprattutto dal punto di vista dei figli, per i quali sarebbe da operare scelte sulla base di prevedibili buoni processi identificativi.

Morire in pace: la questione della buona morte

Il diritto a non essere sottoposti a terapie obbligate, previsto dall’art.32 della Costituzione Italiana  e dalla Convenzione di Oviedo, si collega alla questione dei diritti di fine vita, riconducibile in sintesi al diritto di morire in pace, che implica il poter morire senza essere tormentati da dolori infernali, il diritto quindi di poter ricorrere a cure palliative, di poter usufruire di sedazione, analgesia e/o anestesia, anche quando ciò possa comportare il costo di abbreviare la durata della vita. Una persona, in situazione tale da essere supportata da trattamenti di rianimazione, dovrebbe poter esprimere preventivamente il proprio parere in merito alla loro applicazione o non-applicazione nei suoi confronti e in relazione alle possibilità degli esiti di essi.
Per chi si trovi in stato vegetativo permanente, dovrebbe esser prevista la possibilità di porre fine a trattamenti terapeutici quali la ventilazione, l’idratazione e la nutrizione artificiale o altri interventi sanitari (tra l’altro inutili e alquanto costosi per il nostro sistema di welfare).
A questo proposito, la possibilità di stabilire le proprie volontà circa il fine vita per mezzo del testamento biologico, parrebbe oggi costituire una regola minima di civiltà, sancita dalla stessa Convenzione di Oviedo. L’obiezione secondo cui la vita, venendoci da Dio, non è a nostra disposizione, è viziata da presupposti confessionali e non tiene conto della necessaria distinzione tra  etica privata ed etica pubblica. Questo discorso non può, a mio parere,  non condurre alla questione del rispetto dei diritti della persona nel fine vita, anche nel caso di eutanasia attiva volontaria: un tabù in Italia oggi ben lontano dall’essere in via di superamento.

 

Di che cosa parliamo

Sulle orme della gloriosa rubrica a firma Piccì , "Controcorrente... dai confini" - tenuta per molti anni su insegnare "cartaceo" - tratterò gli argomenti di mia competenza e i temi più vari, che mi sembreranno di un qualche interesse per i nostri lettori, riassumibili sotto la formula sintetica “Filosofia, educazione, società”. Guarderò al presente e all’attuale, ma dal punto di vista soprattutto dell’inattuale, cioè a mio parere di ciò che è maggiormente attuale per chi non si adegui al dettato del pensiero unico e del politicamente corretto.

L'autore

Mi sono laureato in filosofia nel 1972, discutendo una tesi su demitizzazione e mito. Insegnante di Filosofia, Psicologia e Scienze dell’Educazione, ho lavorato nella formazione iniziale e in servizio degli insegnanti, anche come Presidente del Cidi della Carnia e del Gemonese . Mi interessano la filosofia, la pedagogia, la storia,  l’antropologia, la psicologia, le scienze sociali, le religioni, la politica scolastica. Ho approfondito i temi dell’educazione alla pace, dell’epistemologia, della didattica, della cultura materiale; dell’infanzia e dell’adolescenza; del senso del tempo e dei diritti dell’uomo…  Devo decidere che cosa farò da grande.