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di Paolo Citranfilosofia, educazione, società

08/12/2015

Tra sincronia e diacronia

Due studiosi di humanitas di grande respiro e originalità

Problemi didattici ed epistemologici
Un piccolo merito tra tanti da attribuire ai programmi della scuola elementare del 1985 è quello di aver introdotto nel piano di studi, pur se per una sola ora settimanale, la disciplina denominata "studi sociali". Per contro, le Indicazioni nazionali attualmente vigenti non prevedono più tale materia, pur se i riferimenti alle scienze sociali interni alla storia e alla geografia implicitamente non mancano. In realtà, i contenuti dei saperi storici e di quelli sociali sono spesso sovrapponibili, ma i primi sono affrontati prevalentemente in senso diacronico, i secondi in senso quasi esclusivamente sincronico. È assai probabile che l'influsso storicistico di Giovanni Gentile sulla scuola italiana sia da chiamare in causa a questo proposito, per cui l'approccio storico (peraltro positivamente qualificante i nostri programmi scolastici in senso critico) ha impedito che a lungo si aprisse uno spazio per uno studio sincronico di società e culture.
Sono state alcune sperimentazioni autonome nella secondaria superiore e il progetto Brocca nell'indirizzo socio-psico-pedagogico e in quello economico-aziendale a introdurre lo studio delle scienze umane/sociali. Personalmente ho vissuto molto positivamente dal punto di vista didattico l'insegnamento in un Liceo pedagogico e nel Brocca socio-psico-pedagogico (ancorché in quest'ultimo la quantità delle conoscenze fosse piuttosto ipertrofica).

Le cose oggi sono cambiate: è ben vero che il cosiddetto Liceo delle Scienze umane ha avuto il merito di introdurre nei programmi, oltre alla sociologia, un pizzico di antropologia (da sottintendersi: "culturale"); ma le scienze sociali sono presenti solo per le due varianti di Scienze umane e per un numero di ore esiguo, dando spazio principalmente in un indirizzo alla pedagogia, in tal modo configurando una copia un po' aggiornata del vecchio Istituto magistrale.
Un problema epistemologico e didattico che si pone è quello d'impostare in maniera integrata la relazione fra approccio storico/diacronico e approccio sociologico-antropologico/sincronico: l'integrazione fra i due approcci è di grande interesse, poiché  -come ho accennato- il medesimo oggetto viene analizzato in due ottiche diverse.
Fra gli studiosi italiani ve ne sono alcuni che operano o hanno operato nelle loro ricerche una tale contaminazione con risultati di grande interesse. In questa sede farò riferimento all'antropologo Ernesto De Martino (1908-1965) e allo storico Carlo Ginzburg (1939).

Ernesto De Martino e i "relitti" storico-religiosi del mezzogiorno italiano
De Martino fu ordinario di Storia delle Religioni all'Università di Cagliari: il suo approccio fu di tipo interdisciplinare e prevalentemente etnologico/antropologico-culturale. Fu fortemente influenzato dall'idealismo storicistico di Benedetto Croce, con cui ebbe un'importante frequentazione, ma si rivolse poi, in maniera non dogmatica, al pensiero di Marx e di Gramsci, mantenendo l'approccio storicistico, ma in maniera tale da lasciare spazio alla dimensione che il marxismo chiama "sovrastrutturale" (la quale include la dimensione non economico-sociale, che il marxismo ortodosso -particolarmente in Engels- considerava una sorta di sottoprodotto della struttura economica, considerata primaria).  Senza la pretesa di essere esauriente, mi limito a ricordare qui alcuni dei temi che furono oggetto della ricerca di De Martino. 
Il fenomeno del tarantismo è trattato nel saggio La terra del rimorso, Il Saggiatore, Milano, 2013. "La terra del rimorso - scrive De Martino - è, in senso stretto, la Puglia, in quanto area elettiva del tarantismo", un fenomeno di cui gli "attuali relitti" sono "ancora [1961] utilmente osservabili" nel Salento. Attribuito all'ipotetico morso di un particolare ragno, la taranta, il tarantismo costituisce un "orizzonte mitico rituale di evocazione, di configurazione, di deflusso e di risoluzione dei conflitti psichici irrisoluti che«rimordono» nell'oscurità dell'inconscio", "piegando l'agitazione psicomotoria nel ritmo della musica e delle figure della danza", nella quale il soggetto esistenzialmente sofferente si identifica con il ragno avvelenatore. Su questo tema lo studioso da un lato svolse con la sua équipe un lavoro interdisciplinare di ricerca sul campo, dall'altro, utilizzando fonti scritte, ne colse le radici in quanto "fenomeno storico-religioso nato nel Medioevo e protrattosi sino al '700 e oltre".

Analogo è il metodo documentato in Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 2013, con cui egli incentrò il lavoro sulla "magia lucana". De Martino muove dalla ricerca sul campo di fenomeni antropologici quali "allucinazioni ricorrenti", "fascinazione stregonesca", "possessioni" ed "esorcismi", "abasia e astasia di origine psichica", per cui un "legamento" impedisce a un soggetto di "muoversi dal letto" per una "dominazione" a causa della quale è "affatturato" o "vessato dal demonio". Le "pratiche magiche" vengono lette in chiave esistenziale, hanno una "funzione protettiva" in un quadro di "un insieme di tecniche socializzate e tradizionalizzate rivolte a proteggere la presenza [la propria individuale soggettività presente a se stessa] dalle crisi di «miseria psicologica», in difesa  della possibilità di una partecipazione, per angusta che sia, alla vita culturale", e sono riconducibili - come nel caso del tarantismo pugliese - alla difficile vivibilità nel mondo della "fatica contadina", cui cerca di porre rimedio in Lucania "il mago contadino della zona", che è considerato "l'amico della povera gente".

Il passaggio dall'analisi sincronica a quella diacronica si riscontra quando, movendo dalle radici pre-cristiane della magia, si rileva che il cristianesimo fa propri miti e riti il cui "nucleo magico" entra nell' "esorcismo canonico","che ha come modello Gesù proprio in quanto esorcista". Essa è altresì evidente facendo riferimento al "pianto rituale antico" connesso al lamento funebre, documentato da "relitti folklorici", e successivamente al "tema anti-illuministico per eccellenza" rappresentato dalla "ideologia napoletana della jettatura, nata come compromesso fra l'antica fascinazione e il razionalismo  settecentesco", presente anche in ambienti colti.

Un documentario di eccezionale rilievo.

 

La Taranta, regia di Gian Franco Mingozzi, consulenza di Ernesto De Martino, commento di Salvatore Quasimodo, 1961.

 


Microstoria e dimensione globalistica e di lungo periodo in Carlo Ginzburg
Carlo Ginzburg fa propria la lezione di De Martino: muovendo da una formazione storica, assume all'interno di questa ricerca il ricorso a un "paradigma indiziario" e teorizza la dimensione antropologico-culturale, di cui tende a individuare il divenire nel tempo e nello spazio (cfr. C. Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in AA.VV., Crisi della ragione. Nuovi modelli nel rapporto tra sapere e attività umane, a cura di Aldo Gargani, Einaudi, Torino, 1979).
In contrapposizione a una storiografia fondata sulla totale completezza delle fonti documentarie, Ginzburg nel saggio I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Torino, Einaudi, 1974, subordina gli aspetti folklorici a quelli storici. In particolare, nell'opera citata, il punto di partenza sono alcuni documenti desunti dagli archivi delle diocesi di Aquileia e Concordia, in cui compaiono singolari figure, dette "benandanti", "nati con la camicia" (cioè con la placenta), in età controriformistica interpretati ricorrendo ai parametri inquisitoriali della stregoneria e del sabba. In realtà, queste figure  rimandavano a culti di fertilità precristiani, i cui protagonisti di età moderna sostenevano di "andar vagabondando la notte con strigoni e sbilfoni"; tra benandanti e praticanti la stregoneria esisterebbe una radicale inimicizia, tant'è che i primi nei loro combattimenti notturni userebbero canne di sorgo, mentre i secondi, in stato di trance, vi impiegherebbero contro di loro mazze di finocchio.
Contraddistinti da un'originaria radicale differenza, i manuali a cui ricorrevano gli inquisitori portavano però ad assimilare il fenomeno del benandanti a quello della stregoneria. È documentato che tali particolari credenze diffuse nel Friuli trovano figure analogamente pre-cristiane nei lupi mannari della Livonia e della Lettonia, negli eserciti a cui sarebbero a capo figure come Diana, Perchta e Holda, anch'essi sperimentanti come i benandanti estasi e catalessi. "Le protagoniste delle estasi notturne ci appaiono come variazioni su un identico tema mitico". Nella medesima categoria vengono infatti inseriti fenomeni analoghi, che - seguendo un'ipotesi diffusionistica - vengono ritrovati sin nelle Americhe, come lo sciamanesimo siberiano, caratterizzato da "viaggi estatici nel mondo dei morti" (cfr. Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Torino, Einaudi, 1995).

Spunti per una riflessione su a-priori e a-posteriori

 Nonostante l'estrema sintesi di questa esposizione, vi emergono chiaramente alcuni aspetti epistemologici sopra almeno in parte ricordati: in buona sostanza, la combinazione della coppia mito-rito con l'enunciazione di analogie strutturali (isomorfismi), ma anche riferimenti ai cambiamenti succedutisi  nel tempo e nello spazio, documentati nell'interpretazione di quanto è possibile desumervi, zigzagando fra un indizio e  l'altro, tra una lacuna e un fenomeno attestato dalle fonti.
In tale impostazione non c'è posto per a-priori neo-kantiani validi universalmente, non per archetipi junghiani, non per modalità di pensiero proprie di fasi fisse dell'umanità (del tipo: primitivo, evoluto), né per costanti fenomenologiche o strutturalistiche o per fondamenti metastorici narrativi che riattualizzano l'origine mitica nella sua ripetizione rituale (se non quando siano storicizzati e, quindi,  relativizzati: le analogie strutturali vengono ricondotte piuttosto a un'ipotesi diffusionistica).
Per lo storicismo di De Martino, "il sacro è entrato in agonia e davanti a noi sta il problema di sopravvivere come uomini alla sua morte"; infatti esso "non costituisce un'esigenza permanente della natura umana". "Noi, eredi della civiltà occidentale", stiamo uscendo da questa epoca e "il suo tramonto si sta consumando dentro di noi" (cfr. "Mito e scienze religiose nella società moderna", in Furore, Simbolo, Valore, il Saggiatore, Milano 2013, pp. 13-73).

Un'analoga trasversalità fra storiografia e antropologia culturale ritroviamo nella ricerca di Carlo Ginzburg, ma con una sorta d'inversione nel loro rapporto. Così, partendo dalla ricerca storico-archivistica, si potrebbe dire dall'a-posteriori di fatti storici documentati, lo studioso tende ad approdare alla generalizzazione, trovando isomorfismi nell'esperienza umana. Quindi, nella Storia notturna, così egli chiude: "Ciò che abbiamo cercato di analizzare qui non è un racconto tra i tanti ma la matrice di tutti i racconti possibili": una sorta di archetipo, cioè, presente all'interno di una molteplicità di narrazioni mitiche e rituali. Poiché si tratta, come specificato nel sottotitolo, di una decifrazione del sabba, cioè di una rappresentazione mitica che vede una sua forma standardizzata nei manuali ad uso degli inquisitori, Ginzburg ricostruisce le connessioni concettuali in una serie per noi stravagante di elementi propri delle esperienze estatiche: sabba e sciamani presenti nella cultura dei cacciatori siberiani, una dea risuscitatrice degli animali e battaglie rituali per la fertilità, lupi mannari, processioni dei morti, ossessione del complotto, streghe che si trasformano in gatte con un unguento, lebbrosi, ebrei, eretici, benandanti, follia e zoppaggine, rospo, fate, streghe, maghi.
L'autore  mette in luce che si tratta di esseri situati "tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti", in genere in posizione di marginalità. Gli "estatici piombavano assopiti in un sonno profondo: terminato il parossismo si svegliavano e parlavano di varie visioni", spesso sotto l'effetto di sostanze  psicotrope. Ginzburg conclude evidenziando "la somiglianza profonda che lega i miti poi confluiti nel sabba", connessi ad "un tema comune: andare nell'aldilà, tornare dall'aldilà". Essi rimandano ad "un tratto decisivo della specie umana", non ad "un racconto tra i tanti", ma alla "matrice di tutti i racconti possibili", a un tratto strutturale quasi-universale presente nelle molteplici esperienze delle culture storicamente determinate.

 

Di che cosa parliamo

Sulle orme della gloriosa rubrica a firma Piccì , "Controcorrente... dai confini" - tenuta per molti anni su insegnare "cartaceo" - tratterò gli argomenti di mia competenza e i temi più vari, che mi sembreranno di un qualche interesse per i nostri lettori, riassumibili sotto la formula sintetica “Filosofia, educazione, società”. Guarderò al presente e all’attuale, ma dal punto di vista soprattutto dell’inattuale, cioè a mio parere di ciò che è maggiormente attuale per chi non si adegui al dettato del pensiero unico e del politicamente corretto.

L'autore

Mi sono laureato in filosofia nel 1972, discutendo una tesi su demitizzazione e mito. Insegnante di Filosofia, Psicologia e Scienze dell’Educazione, ho lavorato nella formazione iniziale e in servizio degli insegnanti, anche come Presidente del Cidi della Carnia e del Gemonese . Mi interessano la filosofia, la pedagogia, la storia,  l’antropologia, la psicologia, le scienze sociali, le religioni, la politica scolastica. Ho approfondito i temi dell’educazione alla pace, dell’epistemologia, della didattica, della cultura materiale; dell’infanzia e dell’adolescenza; del senso del tempo e dei diritti dell’uomo…  Devo decidere che cosa farò da grande.