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di Paolo Citranfilosofia, educazione, società

09/03/2015

Breve storia dell'anima

Considerazioni inattuali per riflettere su problemi attuali

Pensare l'uomo come unità psicosomatica e quindi la mente come prodotto dell'attività del sistema nervoso centrale contrasta con  il dualismo anima/corpo proprio di larga parte della nostra tradizione culturale, religiosa e filosofica. 

Sangue e vita
Nel più antico ebraismo non si crede a un'anima distinta dal corpo. La vita è collocata nel sangue, ed è per questo che ancor oggi per gli ebrei le carni sono “kosher” (cioè "pure"e "permesse" per l'alimentazione) soltanto se gli animali da cui sono tratte sono  dissanguati (e ciò vale anche per gli islamici).

Cristianesimo apostolico e attesa del Regno
Neanche il giudeo-cristianesimo, cioè il primo cristianesimo che si sviluppa in Palestina a partire dalla ricezione del messaggio di Gesù in un contesto culturale e concettuale strettamente giudaico, ha al centro l’idea di anima: attende piuttosto l’avvento del Regno di Dio - non del Paradiso, dove dimorano le anime beate, né dell’Inferno, in cui  le anime dannate soffrono il fuoco e il ghiaccio spirituali secondo modalità del tutto materiali - ma della resurrezione della carne.

Cristianesimo paolino e ritardo della parusia
In ambiente ellenistico, nella predicazione universalistica di Paolo di Tarso si diffonde l'idea del ritardo della parusìa - cioè dell’atteso ritorno di Gesù Cristo nel tempo finale, messianico e/o apocalittico: si tratta di due concetti distinti, poiché il messianismo riguarda originariamente il popolo d'Israele e il ritorno in terra del regno di un re della stirpe davidica, mentre l'apocalittica concerne eventi cosmici e l'umanità intera, rivelando la catastrofe finale dell'universo ed il Giudizio ultimo. Il cristianesimo, venuto a contatto con quel gran calderone sincretistico che è la cultura della tarda antichità, da quel mondo complesso e variegato recepisce e assume in proprio l’idea di anima immortale come entità demonica solo provvisoriamente abitatrice del corpo, idea che era stata orfica, pitagorica e platonica. L'idea del ritardo della parusia si accompagna alla convinzione che il tempo presente non finirà tanto presto e che saranno primariamente le anime – e non la carne dei morti - ad essere destinate alla salvezza o alla dannazione eterne (cfr. Rudolf Bultmann, Il Cristianesimo primitivo nel quadro delle religioni antiche, Garzanti, Milano 1964).

Escatologia e millenarismo gioachimita
La carne passa quindi sullo sfondo nel futuro escatologico (relativo a tà éschata. cioè alle "cose ultime") del tempo finale (atteso, sulle orme di Gioacchino da Fiore, dal millenarismo medievale, sviluppatosi tra i secc. XII/XIII; ne parla con precisi riferimenti il romanzo storico di Umberto Eco, Il nome della rosa, Bompiani, Milano, 1980).

Lo sviluppo di una nuova idea teologica e la questione delle indulgenze
Così si svilupperà lentamente anche la concezione che molte anime, prima della fine dei tempi, saranno sottoposte a purgazione: sarà così consolidata a partire dal XIII secolo la "nascita del Purgatorio" (cfr. Jacques Le Goff, La nascita del purgatorio, Einaudi, Torino, 2006), simile al terrifico Inferno, ma diverso da esso principalmente perché la purgazione lì è temporanea, non eterna, e si dà quindi la possibilità per i battezzati, quando defunti, di lucrare riduzioni di pena - per sé e per i propri cari - mediante donazioni, lasciti testamentari,  messe, preghiere, buone opere, indulgenze... (quelle che susciteranno la protesta di Martin Lutero).

Un'anima senza corpo in attesa del Giudizio
Seguendo l'itinerario qui brevemente delineato, si può mettere in luce il passaggio da una visione che potremmo dire unitaria dell'uomo a una visione dualistica.  Se all'ebraismo non sembra appartenere originariamente la distinzione anima/corpo, con l'influenza della concettualità greco-ellenistica essa viene fatta propria dal cristianesimo: nell'attesa della ricongiunzione tra anima e corpo con il giudizio  finale, si pensa che già dopo la morte l'anima verrà premiata o punita prima che il corpo resusciti con il definitivo ritorno di Cristo e con l'avvento del suo Regno.

Anime e... angeli
Altra teoria, nello sviluppo delle concezioni antropologiche, è quella che prende le mosse da Aristotele, secondo cui l’anima è forma del corpo, è sinolo, cioè unione di entrambi, i quali risultano inscindibili (da ciò la conseguenza, respinta dal cristianesimo, che, quando muore il corpo, anche l’anima muore). Solo una cristianizzazione della teoria aristotelica, che in qualche modo ne è anche una platonizzazione, perché introduce la possibilità  per l'anima di vivere staccata dal corpo, porta a pensare che tale unione si scinda temporaneamente e che - almeno provvisoriamente - l’anima persista senza il corpo: una condizione temporaneamente analoga a quella degli angeli, pure forme prive di materia. È la concezione che fa propria Tomaso d’Aquino (cfr. Étienne Gilson, Lo spirito della filosofia medioevale, Morcelliana, Brescia, 1969).

Il dualismo cartesiano di pensiero ed estensione
In età controriformistica il laico Descartes riafferma invece in buona sostanza il radicale dualismo antropologico platonico attraverso la distinzione tra res cogitans e res extensa, tra pensiero ed estensione, tra mente e corpo. Cartesio è solito osservare la morte degli animali nei macelli, per conoscere e comprendere il funzionamento della macchina-corpo in cui, nella sua visione filosofica, consiste ciascun animale non umano, o il corpo di ciascun umano,  analoga a un qualsiasi meccanismo, a una sorta di robot funzionante  attraverso una sequenza di rapporti di causa ed effetto (cfr. Ettore Lojacono, Cartesio: la spiegazione del mondo fra scienza e metafisica, numero monografico de “I grandi della scienza”,  n. 16/2000, Le scienze, Milano).
Cartesio attribuisce dignità soltanto al soggetto pensante, non al corpo! Si può pertanto affermare che nella sua concezione l'uomo, più che un'unità, sia un aggregato di due sostanze, quella pensante e quella estesa. Non  quindi un'unità di pensiero ed estensione, in cui è il corpo che pensa e la mente inerisce al corpo, "una mente che origina dall'incontro di cervello, corpo e realtà esterna" e specificamente al cervello, come confermano oggi le neuroscienze (cfr. Alberto Oliverio, Cervello, Bollati Boringhieri, Torino, 2012).

Sacralità o qualità della vita?
Fatto sta che, mantenendosi implicitamente o esplicitamente il dualismo antropologico, in cui ciò che conferisce dignità al vivente è l'anima capace di pensiero intelligente, cioè quella umana, si considera oggi pietosa l’uccisione di un animale malato, pensato come privo d’anima, mentre si tende, in nome della sacralità della vita umana, a protrarla allo spasmo, noncuranti della sua qualità, anche se è segnata da un inutile dolore infernale, o anche se permangono soltanto le sue funzioni vegetative. Il punto è – per chi assume simili posizioni – protrarre comunque la vita. Questo sulla base di non sempre esplicitati, e comunque non da tutti condivisi, presupposti teorici e/o di fede, ovvero di abitudini mentali non sottoposte a critica adeguata.

Autodeterminazione nel fine vita
Ma perché non lasciare che ciascun essere umano decida da sé di quell'estremo momento che è solo suo, lasciandogli decidere se protrarre la vita in situazioni limite? 

Accanimento terapeutico
Se esiste un'anima immortale, distinta dal corpo, perché non lasciare che si presenti, senza artificiali protrazioni della vita, al cospetto di Dio?
E se invece siamo solo corpi mortali dotati di attività mentale, perché protrarre a ogni costo la nostra agonia? (cfr. Maurizio Mori, Bioetica. Dieci temi per capire e discutere, Bruno Mondadori, Milano, 2002, volumetto specificamente pensato per la scuola secondaria di secondo grado).

Conoscenza della storia delle religioni come nodo didattico interdisciplinare
Quanto sopra esposto  ha a mio avviso un interesse generale, ma anche una valenza didattica, rispetto alla quale posso richiamarmi  alla mia personale esperienza d'insegnamento della filosofia e della pedagogia.
Innanzitutto mi riferisco alle problematiche di argomento religioso. La religione ha infatti una grandissima rilevanza antropologica  ed esistenziale, testimoniata dalla storia dell'umanità nella molteplicità dei contesti culturali. Il fatto che nella scuola italiana ne sia previsto un insegnamento soltanto di tipo confessionale (che - a mio parere - non esclude una qualche possibilità di coglierne alcuni aspetti trasversali rispetto alle discipline, come per esempio i rilevanti elementi religiosi/teologici fondamentali nella Commedia dantesca e in generale pressoché tutta la storia del pensiero filosofico) costituisce un forte limite sul piano dei nostri curricula formativi. E dato poi che, da laici, per riprendere il saggio di Benedetto Croce, non possiamo non dirci cristiani (Perché non possiamo non dirci cristiani, La Locusta, Vicenza, 2004), il riferimento alla storia del cristianesimo - sul piano di quella cultura che abbiamo ereditato e che spesso non va nell'italiano medio oltre la conoscenza approssimativa di un blando ricordo catechistico - appare essenziale per la conoscenza delle nostre radici, inclusa l'idea della possibilità del ricorso al metodo storico-critico nello studio dei testi biblici e particolarmente neotestamentari, considerati per fede rivelati, come pure di quelli considerati apocrifi.
Di fatto è assai frequente che, per capire la storia della filosofia e la storia della pedagogia (ma anche della letteratura e di vari altri ambiti dello scibile: arte, scienze naturali, scienze sociali ...), le connessioni con la conoscenza della storia delle religioni abbiano una rilevanza essenziale. 

Bioetica a scuola
Questo aspetto di didattica disciplinare mi riporta a un aspetto rilevante dei miei studi universitari, rimuginati e sperimentati attraverso la prassi didattica.  
Le brevi considerazioni relative al fine vita mi richiamano invece all'ultimo periodo della mia esperienza d'insegnante, in  cui si cominciava a delineare l'opportunità di toccare i temi della bioetica, un tempo lontani rispetto alle problematiche che si pensava potessero affrontarsi nella scuola, anche a causa di meccanismi di tabuizzazione, e che oggi mi sembra non vadano ignorati, passando magari - ma non necessariamente - attraverso il confronto fra esperti di diverse impostazioni.

 

Di che cosa parliamo

Sulle orme della gloriosa rubrica a firma Piccì , "Controcorrente... dai confini" - tenuta per molti anni su insegnare "cartaceo" - tratterò gli argomenti di mia competenza e i temi più vari, che mi sembreranno di un qualche interesse per i nostri lettori, riassumibili sotto la formula sintetica “Filosofia, educazione, società”. Guarderò al presente e all’attuale, ma dal punto di vista soprattutto dell’inattuale, cioè a mio parere di ciò che è maggiormente attuale per chi non si adegui al dettato del pensiero unico e del politicamente corretto.

L'autore

Mi sono laureato in filosofia nel 1972, discutendo una tesi su demitizzazione e mito. Insegnante di Filosofia, Psicologia e Scienze dell’Educazione, ho lavorato nella formazione iniziale e in servizio degli insegnanti, anche come Presidente del Cidi della Carnia e del Gemonese . Mi interessano la filosofia, la pedagogia, la storia,  l’antropologia, la psicologia, le scienze sociali, le religioni, la politica scolastica. Ho approfondito i temi dell’educazione alla pace, dell’epistemologia, della didattica, della cultura materiale; dell’infanzia e dell’adolescenza; del senso del tempo e dei diritti dell’uomo…  Devo decidere che cosa farò da grande.