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di Marisa Cavallidall'Europa e oltre

28/08/2013

Gli italiani e le lingue straniere

Pratiche e rappresentazioni

Questa rubrica prende l’avvio con un post che situa le opinioni degli Italiani tra quelle degli altri Europei su un argomento specifico su cui mi accadrà di ritornare sovente: le lingue straniere.

L’argomento è centrale e di attualità nell’ambito delle riflessioni sulle politiche linguistiche europee, non solo in un’ottica strumentale e funzionale, come troppo spesso avviene, ma soprattutto perché la conoscenza delle lingue straniere è stata considerata, dal dopoguerra in avanti, come uno strumento fondamentale per la costruzione stessa dell’Europa, vale a dire per la creazione di un’Europa coesa, una, pur nelle sue diversità, e, soprattutto, in pace.

Mi baserò sull'indagine di Eurobarometro Gli Europei e le loro lingue, condotta su richiesta della Direzione Generale dell’educazione e della cultura, della Direzione Generale della traduzione e della Direzione Generale dell’interpretazione da TNS Opinion & Social. Coordinata dalla Direzione Generale della comunicazione per conto della Commissione Europea, l’indagine è ormai alla sua terza edizione (2002, 2006, 2012). La finalità è offrire “un quadro delle conoscenze linguistiche, dell’apprendimento delle lingue e dell’atteggiamento dei cittadini europei nei confronti delle lingue e della traduzione”. Mi riferirò all’ultima indagine svolta nella primavera del 2012, con la partecipazione di quasi 27.000 cittadini europei, appartenenti ai 27 paesi europei e a diverse categorie sociali e fasce d’età. Le interviste ai partecipanti sono state realizzate in madrelingua durante un incontro faccia a faccia con l’intervistatore e sulla base di un questionario. Il rapporto completo, con una serie di allegati tecnici, è disponibile sul sito della Commissione europea (numero di riferimento 386).

Il campione italiano è di 1036 interviste svolte tra il 25 febbraio e l’11 marzo 2012.

Nell’analisi dei dati, indicherò tra parentesi il dato generale europeo che servirà di riferimento per le comparazioni. Saranno così illustrate tre tematiche: le competenze dichiarate rispetto alle lingue straniere, usi e vantaggi delle lingue straniere parlate e, per finire, gli atteggiamenti rispetto al plurilinguismo.

Le competenze dichiarate nelle lingue straniere

Il 62% (EU 46%) degli intervistati dichiara di non conoscere alcuna lingua straniera in cui essere in grado di sostenere una conversazione. Per questo dato particolarmente negativo, l’Italia si situa in seconda posizione, subito dopo l’Ungheria (65%) e appena prima del Regno Unito e del Portogallo (61% ciascuno) e dell’Irlanda (60%). Più lontano seguono la Spagna (54%), la Romania e la Bulgaria (52% ciascuna), la Repubblica Ceca (51%) e la Polonia (50%).

Il 38% degli intervistati italiani (EU 54%) dichiara di conoscerne una; il 22% (EU 25%) di conoscerne due - con un aumento di 6 punti percentuali rispetto all’indagine del 2006, l’aumento in assoluto più rilevante tra i Paesi europei; e - dato rimarchevole soprattutto nel confronto con gli altri paesi europei - il 15% (EU 10%) dichiara addirittura tre lingue1.

Questi primi dati sembrano indicare che l’Italia somma un aspetto alquanto problematico: l’assenza generalizzata e largamente superiore al 50% di conoscenze sufficienti in lingua straniera, con altri di una certa eccellenza e comunque indicativi di una situazione che sembra essere in evoluzione.

In rapporto alle politiche linguistiche dell’Unione Europea, solo otto Paesi membri raggiungono l’obiettivo a lungo termine che prevede che ogni cittadino possa esprimersi in almeno due lingue straniere in quanto presentano una maggioranza di risposte positive a questa esigenza (Lussemburgo, 84%; Paesi Bassi, 77%; Slovenia, 67%; Malta 59%; Danimarca, 58%; Lettonia, 54%; Lituania e Estonia, 52% ciascuna).

Le lingue straniere parlate, i loro usi e i loro vantaggi

Gli Italiani intervistati indicano, come lingua in cui sanno sostenere una conversazione, l’inglese per il 34% (EU 38%); il francese, 16% (EU 12%), residuo forse degli antichi splendori dell’insegnamento di questa lingua in Italia, prima delle politiche linguistiche berlusconiane; lo spagnolo, 11%, con addirittura un aumento di 7 punti (EU 7%); il tedesco, 5% (EU 11%). Il dato sullo spagnolo è particolarmente interessante, in quanto mostra un dinamismo di cui però non è semplice fornire la ragione: grande lingua internazionale di paesi emergenti? particolare dinamismo di istituzioni che la promuovono? preferenza degli Italiani per questa lingua? fenomeni migratori? interesse per la cultura e la letteratura di un paese “mediterraneo”?

Alla domanda rispetto agli usi della prima e della seconda lingua straniera, gli intervistati indicano nell’ordine: le vacanze all’estero, 47% (EU 50%); internet, 25% (EU 36%); la comunicazione con amici, 24% (EU 35%); le conversazioni legate al lavoro in situazioni di faccia a faccia o al telefono, 21% (EU 27%); la visione di film/programmi televisivi/l’ascolto della radio, 15% (EU 37%); la lettura di libri, giornali, riviste, 13% (EU 27%); altro, 6% (EU 5%); nessun uso, 11% (EU 9%); non so, 1% (EU 1%).

Come si può notare, per quasi tutti gli ambiti indicati, gli usi sono molto più ridotti rispetto alle percentuali europee. Due ambiti sono particolarmente problematici: quello delle trasmissioni televisive e radiofoniche e quello relativo alle letture. Per questi due ambiti, la scuola è indubbiamente il luogo più adatto in cui creare l’abitudine di ricorrere a media (audiovisivi e tradizionali) in altre lingue. Per le produzioni cinematografiche e le trasmissioni televisive provenienti dall’estero, ci sarebbe un ampio cambiamento culturale da avviare che potrebbe fornire un forte aiuto e impulso all’apprendimento delle lingue, vale a dire l’adozione della sottotitolazione in luogo del doppiaggio. È opportuno ricordare che i popoli nordici, che eccellono nelle lingue (anche, evidentemente, per numerose altre ragioni), sono abituati sin dalla più tenera infanzia a udire lingue straniere alla televisione senza il doppiaggio e ad acquisirne molto precocemente la comprensione orale. Non ho alcuna illusione che ciò possa realizzarsi in breve tempo nel nostro paese e non solo a causa di certe lobbies che potrebbero opporsi a questo cambiamento. Infatti, a un’altra domanda del questionario che chiedeva se gli intervistati preferissero guardare film e programmi televisivi con i sottotitoli piuttosto che doppiati, le riposte non lasciano dubbi: totalmente d’accordo, 36% (EU 44%); totalmente in disaccordo, 60% (EU 52%); non so, 4% (EU 4%).

Una speranza è tuttavia rappresentata da internet che mette a disposizione di chiunque molti documenti audiovisivi in lingua originale: sta alla scuola aiutare i ragazzi a servirsi di tali documenti, insegnando loro a saperli individuare e scegliere in modo critico e a servirsene adeguatamente sia per esigenze di studio (anche in altre discipline e non nelle sole lingue straniere) e di approfondimento per ragioni personali ma anche ludiche.

I vantaggi dell’apprendimento di una nuova lingua sono così individuati dai partecipanti all’indagine: uso per il lavoro (compresi viaggi all’estero per lavoro), 53% (EU 53%); lavoro in un altro paese, 50% (EU 61%); un miglior lavoro in Italia, 47% (EU 45%); vacanze all’estero, 36% (EU 47%); studio all’estero, 33% (EU 43%); comprensione di persone di altre culture, 33% (EU 38%); soddisfazione personale, 29% (EU 29%); incontro di persone provenienti da altre culture, 20% (EU 29%); per sentirsi più europei, 12% (EU 10%); per usare internet, 6% (EU 10%); per mantenere la conoscenza di una lingua parlata in famiglia, 6% (EU 10%).

Prevalgono quindi i vantaggi di tipo utilitaristico legati al lavoro. Stupiscono certe percentuali relativamente basse rispetto a vantaggi legati all’incontro e agli scambi con persone di altre culture: gli Italiani intervistati non sembrano nutrire grande interesse per l’apertura interculturale. Stupisce, pure, ma in positivo e per contrasto, quel 12% che ambisce a sentirsi più europeo attraverso lo studio di un’altra lingua.

Atteggiamenti rispetto al plurilinguismo

Tra le lingue ritenute più utili per il loro sviluppo personale, gli intervistati italiani hanno plebiscitato l’inglese, 70% (EU 67 %). Seguono, in ordine decrescente, l’italiano, 13% (EU 5%)2 e nessuna lingua, 13% (EU 12%); il francese, 11% (EU 16%); lo spagnolo, 9% (EU 16%); il tedesco, 8% (EU 17%) ; il cinese, 7% (EU 6%); il russo, 1% (EU 4%).

Una domanda analoga, posta sulla lingua utile da apprendere per i propri figli per il loro avvenire, ha dato i seguenti risultati: l’inglese, 84% (EU 79%); il francese, 14% (EU 20%); il cinese, 12%; (EU 14%); lo spagnolo, 11% (EU 16%); il tedesco, 10% (EU 20%); l’italiano, 5% (EU 2%); il russo, 2% (EU 4%); nessuna lingua, 4% (EU 2%).

Le percentuali cambiano, indizio di un cambiamento di prospettiva: l’inglese ne esce ancora più rinforzato (+ 14 punti); le lingue dei Paesi europei vicini sono pure presenti e in percentuali maggiori; il cinese passa in terza posizione dopo l’inglese e il francese; e il fatalistico “nessuna lingua” scelto per se stessi passa in ultima posizione quando gli intervistati pensano ai loro figli.

È possibile rilevare che, sebbene la politica linguistica educativa italiana sia principalmente volta a favorire l’inglese, in aperto contrasto con tutti gli orientamenti europei, che indicano o il plurilinguismo (Consiglio d’Europa) o la conoscenza di due lingue oltre la propria prima lingua (Unione Europea) come traguardi indispensabili dell’insegnamento delle lingue straniere, l’opinione di una parte degli Italiani e le loro competenze in lingue straniere si mantengono a favore anche (seppure marginalmente) di lingue diverse dall’inglese.

Terminerò questa rapida carrellata sui risultati di questa indagine con le riposte che sono state fornite ad alcune affermazioni rispetto alle quali era richiesta l’adesione o la non adesione. Tra parentesi è indicato il solo dato delle adesioni:

  • ognuno in Europa dovrebbe saper parlare almeno una lingua oltre la propria lingua madre, 88% (EU 84%);

  • le lingue parlate in Europa dovrebbe essere trattate tutte allo stesso modo, 84% (EU 81%);

  • rinforzare le competenze linguistiche dovrebbe essere una priorità politica, 81% (EU 77%);

  • ognuno in Europa dovrebbe saper parlare più di una sola lingua oltre la propria lingua madre, 86% (EU 72%);

  • ognuno in Europa dovrebbe saper parlare una lingua comune, 82% (EU 69%);

  • le istituzioni europee dovrebbero adottare una sola lingua per comunicare con i cittadini europei, 62% (EU 53%).

Come si può notare, le risposte degli intervistati italiani paiono tutte molto favorevoli al plurilinguismo (si vedano le prime quattro affermazioni): addirittura questo posizionamento italiano va, a volte, ben oltre le adesioni ottenute a livello europeo. Purtroppo, l’entusiasmo che possono suscitare questi risultati è fortemente attenuato dalle adesioni alle due ultime affermazioni, dove sembra prevalere una visione monolingue dell’Europa in totale contraddizione con alcune affermazioni precedenti: gli Italiani intervistati sarebbero più che maggioritariamente favorevoli a una lingua comune e più della metà di loro sarebbero d’accordo per l’utilizzo di una sola lingua da parte delle istituzioni europee… Di quale lingua si tratti è fin troppo facile da indovinare. In questo senso, l’imposizione berlusconiana della “I” di inglese - che, occorre riconoscerlo, andava nel senso delle rappresentazioni comuni e dei desideri della maggior parte dei genitori – ha fatto breccia.

In sintesi

Ho utilizzato e proposto solo una parte dei dati raccolti dall’indagine. Altri ve ne sarebbero di interessanti da commentare. L’immagine che sembra apparire della situazione delle lingue straniere in Italia è abbastanza contradditoria e problematica: da una parte, le competenze dichiarate sono, nel complesso, non propriamente brillanti; dall’altra, le rappresentazioni del plurilinguismo e dell’apprendimento delle lingue sembrano, a tratti, avanzate e aperte alla diversità e alla pluralità delle lingue, mentre, altre volte, in modo del tutto imprevedibile - e, per me, sostanzialmente inspiegabile - paiono essere favorevoli a un monolinguismo istituzionale europeo. Traspaiono, qui e là, anche certe pigrizie mentali, tutte italiane, rispetto allo sforzo che richiede comunque l’apprendimento di una lingua straniera.

Questi dati, nel loro complesso, forniscono ricca materia di riflessione per coloro che operano in ambito scolastico. Un primo suggerimento potrebbe riguardare il fatto che non occorre solo insegnare le lingue. è fondamentale lavorare anche a fondo sulle rappresentazioni sociali intorno alle lingue: presso gli insegnanti (dapprima), presso gli alunni poi, presso i genitori, presso l’opinione pubblica e, last but not least, … presso i nostri uomini politici. Soprattutto nel momento delicato in cui decidono di mettere mano a una riforma dell’insegnamento delle lingue.

1 In Lussemburgo la percentuale che dichiara di saper parlare tre lingue è del 61%, 37% nei Paesi Bassi e 34% in Slovenia.

 

2 Mi sono chiesta se questa risposta provenga da Italiani di origine straniera.

 

Di che cosa parliamo

Questa rubrica intende presentare ricerche, azioni, esperienze, progetti, orientamenti e prospettive in provenienza da contesti europei e internazionali. Un tema ricorrente, nel quadro della tematica più generale dell’educazione, sarà quello della lingua e delle lingue. Questo ambito trasversale - che tocca tutte le discipline, ha una forte incidenza sul successo scolastico di alunni e studenti e, di conseguenza, sulla loro inclusione sociale - raccoglie, per tutte queste ragioni, alcune delle sfide e delle priorità educative più centrali e vitali delle società attuali.

 

L'autrice

Insegnante di Francese in Valle d’Aosta, poi docente con compiti di ricerca all’IRRSAE e, in seguito, all’IRRE-VDA, si è occupata di formazione, ricerca, documentazione e produzione di materiali didattici. Il suo ambito di lavoro è stato l’insegnamento delle e nelle lingue in un’ottica interdisciplinare e nel quadro dell’educazione bi-/plurilingue come concepita, sino al 2009, in Valle d’Aosta. Si occupa attualmente di educazione plurilingue e interculturale. È consulente presso il Centro Europeo delle Lingue Viventi  ed è associata ad alcuni progetti e azioni dell'Unità delle Politiche Linguistiìche del Consiglio d'Europa.

Ha aperto un blog in lingua francese sulle questioni linguistiche (delanguesetdautre.com) rispetto alle quali è attiva anche su twitter (@de_linguis).

 

Per saperne di più

- la plateforme pour l'éducation plurilingue et interculturelle de l’Unité des Politiques linguistiques du Conseil de l’Europe : www.coe.int/lang-platform/fr

- le nouveau site consacré à l’intégration linguistique des migrants adultes (ILMA) de l’Unité des Politiques linguistiques du Conseil de l’Europe: www.coe.int/lang-migrants/fr

- l’Autobiographie des rencontres interculturelles du Conseil de l’Europe: www.coe.int/lang-autobiography/fr

- le site du Centre Européen des Langues Vivantes (CELV) du Conseil de l’Europe à Graz : www.ecml.at/

- le site du projet Langues minoritaires, langues collatérales et éducation bi-plurilingue – Intercompréhension et compétences interlinguistiques, Centre Européen des Langues Vivantes: ebp-ici.ecml.at/

- le site de l’A.D.E.B.: Association pour le Développement de l’Education Bi/plurilingue: www.adeb.asso.fr/

- le site de la revue du Centre d’Information sur l’Education Bilingue et Plurilingue (CIEBP) et de la revueEducation et Sociétés Plurilingues: www.cebip.com