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24/03/2016

Le "Dieci tesi", la grammatica e la Legge Cirinnà

di Agata Gueli

Capita anche questo. Capita cioè di essere a Napoli il 20 febbraio 2016, al Convegno organizzato dal CIDI Nazionale sul tema “Una sfida ancora aperta. A quarant’anni dalla pubblicazione delle Dieci tesi per un’educazione linguistica democratica”, di ascoltare Tullio De Mauro, Alba Sasso e gli altri eminenti relatori, e di riflettere su queste parole tratte dalla "Tesi VII. Limiti della pedagogia linguistica tradizionale", che dicono così:  “nocività dell'insegnamento grammaticale tradizionale: le grammatiche di tipo tradizionale sono fondate su teorie del funzionamento d'una lingua che sono antiquate e, più ancora che antiquate, largamente corrotte ed equivocate  (un Aristotele assai mal capito) [1]

La riflessione sulla sostanza dell’insegnamento linguistico ruota sul principio di funzionamento e sulla sua portata rivoluzionaria sul piano dell’educazione alla cittadinanza dei nostri studenti.
Si cercherà di spiegare qui questa valutazione.

Insegnare la lingua attraverso la grammatica tradizionale, quella cioè della classificazione di ogni cosa in complementi e nella quale sono contemplati ben tre passaggi analitici, quello morfologico-grammaticale, quello logico e quello del periodo, ha indotto e continua purtroppo diffusamente a indurre i nostri studenti ad apprendere nomenclature dal valore di etichette. Esse nulla hanno a che fare con un’autentica riflessione su come funzionano i nostri pensieri, rispetto ai quali le parole messe debitamente insieme servono da traghettatrici di significati da comunicare. Ne risulta un apprendimento di breve durata, quando c’è; oppure, più sicuramente negli studenti più distratti, la noia e l’abbandono del testo di grammatica.

Se, al contrario, partiamo dai due principi su cui si fonda ogni lingua, cioè forma e funzione, ci si possono aprire scenari di grande respiro, forse inaspettati. Si tratta di condurre tutti i nostri studenti, bambini e adolescenti, verso un palcoscenico nel quale alle unità formali della lingua, salite su di esso in ordine magari sparso, si fa immaginare che un regista assegni una funzione, un ruolo, una veste, di modo che ciascuna impari a stare, si spera, al suo posto e a svolgere bene la propria parte.

Fuor di metafora, si tratta di farli riflettere sul fatto che nomi, aggettivi, articoli, verbi, da soli sono solo forme, mentre messi insieme nella frase svolgono una funzione. Le forme sono funzioni in potenza, ed è chi parla o chi scrive che le rende atto  linguistico.

Ora, ragionare e fare ragionare in questi termini, significa a nostro avviso costruire nei nostri studenti la capacità di categorizzare un sistema complesso e aperto, e di sapere poi trasferire le categorie acquisite (come quella di forma e funzione) negli innumerevoli contesti comunicativi (e siamo alla competenza). 

Così può anche accadere che ascoltando Massimo Recalcati  esporre a Palermo [2] le sue idee sul tema dell’essere madre vs l’essere genitrice, con un’apertura  sulla questione riguardante il tema delle unioni civili, da lui ritenute comunque unioni sempre eterosessuali perché fondate sull’amore dell’uno verso l’éteros, l’altro, il diverso da me, si possa applicare quanto sopra detto a proposito del linguaggio:  ogni componente della coppia, a prescindere dalla categoria di -omo o –etero sessuale, è una “forma” a cui poi l’unione, la relazione svolge una funzione non necessariamente da essa dovuta.

Ed eccoci, per esteso, alla valutazione della Legge Cirinnà sulle unione civili e alle ragioni per cui si può stare da una parte o dall’altra della “barricata”. Esse affondano sul possesso o meno di categorie logiche della conoscenza quali quelle di forma e funzione, e sulla capacità di applicarle a contesti non noti, con la competenza di chi sa fare agire i saperi. Con buona pace della grammatica tradizionale e ricordando le parole di Shakespeare: 
Che cos'è un nome? Quella che chiamiamo "rosa" anche con un altro nome avrebbe il suo profumo. Rinuncia al tuo nome, Romeo, e per quel nome che non è parte di te, prendi me stessa.

Rosa dunque come forma,  profumo come funzione.

 

Note

1. Tullio De Mauro, Scuola e linguaggio, Editori Riuniti, Roma, 1975.
2. Massimo Recalcati,  “Il desiderio della madre e il senso della vita”, intervento nel Seminario “Educare oggi”, a cura del’Associazione Genitori e figli e del CIDI di Palermo,  Palermo 24 febbraio 2016.
3. W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, scena II. 
 

 

l'autore

Agata Gueli Docente di materie letterarie, formatrice nel campo dell'educazione linguistica, docente esperto in progetti Indire e Invalsi.

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