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editoriali

12/01/2020

Un orizzonte e una strada

di Giuseppe Bagni

Un Ministro che si dimette è un evento a cui non eravamo più abituati per cui occorre riconoscere a chi lo compie il merito di un gesto di coerenza desueto nel panorama italiano.
Detto questo, la discontinuità – sacrosanta – che l'ex Ministro avrebbe voluto portare nella politica sulla scuola ha finito per alimentare paradossalmente la continuità del cambio dei ministri dell'istruzione: cinque negli ultimi quattro anni. Nemmeno un supplente annuale dura così poco. Quello che dovrebbe fare notizia, allora, non sono le dimissioni del Ministro, ma la dismissione della scuola da parte della politica. Una politica che negli ultimi anni ha fatto, sbagliando molto, e poi provato a disfare ma senza il coraggio  di darsi un nuovo orizzonte verso cui volgere con coraggio lo sguardo.

Quelle dimissioni  hanno il merito di aver rimesso al centro il valore che un Paese che voglia riprendere a crescere deve dare alla scuola, ma, più ancora della carenza di finanziamenti, pesa sulla scuola una carenza di idee e, senza aver chiaro verso quale scuola si vuole andare, ogni finanziamento rappresenta soldi gettati al vento.

I ministri dovrebbero essere ricordati non tanto per gesti più o meno eclatanti - alla scuola non servono condottieri solitari - quanto piuttosto per la capacità di mettersi in ascolto, inaugurando una stagione di dialogo con tutto il mondo interessato all'istruzione.
È necessario un dibattito vero, ampio e approfondito sulla cultura della scuola, per capire quale scuola serve al Paese e quali i passi da compiere.

Noi proponiamo, alla nuova Ministra e al Paese, alcune possibili direzioni di marcia dal costo tutto sommato limitato, ma di grande significato in quanto esplicitano il modello di scuola verso cui si vuole andare.

  • Si sostenga con convinzione la legge sullo jus soli e jus culturae: vista dal mondo della scuola, la legge è non solo sacrosanta ma anche indispensabile.
  • Si porti l'obbligo d’istruzione a 18 anni: è una battaglia di civiltà. Il sistema d'istruzione può coinvolgere più soggetti, ma la responsabilità deve essere affidata alle scuole perché siano garanti della coerenza formativa dei percorsi, contro l'anarchia del sistema attuale che molto spesso aggira l'obbligo di istruire tutti offrendo invece percorsi residuali di basso livello.
  • La dispersione scolastica si combatte non con periodiche dichiarazioni di “dispiacere” per chi non ce la fa, ma investendo risorse vere sulla formazione dei docenti, sulla ricerca didattica e responsabilizzando le scuole sui risultati. Non è un problema dei singoli, è la vergogna di un sistema che nell’ultimo decennio ha dimenticato per strada oltre tre milioni di ragazze e ragazzi.  Significa che la scuola, invece di essere risorsa a disposizione di tutti per superare gli ostacoli, è divenuta per tanti l'ostacolo da superare. E allora si vada verso un meccanismo di trascinamento del finanziamento per l'istruzione legato al PIL, per garantirne l'aumento progressivo
  • Si trattino i risultati Invalsi come dati sensibili delle scuole, come avviene in altri paesi europei dove non ne è permessa la divulgazione. Il Sistema di valutazione serve ai decisori politici per la conoscenza del sistema d'istruzione e deve essere strumento di lavoro per le scuole, togliendo finalmente a queste ultime la paura di essere giudicate sommariamente, per così dire con “rito abbreviato”, rispetto alla complessità dei parametri di cui bisognerebbe tener conto. Per valutare le scuole seriamente, oltre alle rilevazioni nazionali ci vuole un corpo ispettivo degno di questo nome. Gli ispettori in Francia sono più di 3000, in Spagna e Germania circa 1500. Nel nostro Paese ce ne sono 124 per tutto il territorio nazionale.
  • Si tolga il voto nel primo ciclo dando alle scuole la responsabilità dell’individuazione degli opportuni indicatori per documentare e valutare i processi dell'apprendimento e le soglie raggiunte da ciascuna alunna e alunno.
  • Si dia il via a una seria formazione specialistica per gli insegnanti della secondaria di primo e secondo grado, rivedendo il sistema attuale che ci riporta indietro di cinquant'anni, strutturando nello stesso tempo e in forma stabile la formazione in servizio che serve non solo a chi ne è soggetto attivo, ma anche ai soggetti che ne sono responsabili, Scuola e Università, che cresceranno così in conoscenza reciproca e collaborazione.
  • In questo senso, di fronte alla separazione dei Ministeri della Istruzione e dell'Università è necessario riflettere sul fatto che quando fu istituito il Ministero dell’Università, la stessa legge istitutiva indicò esplicitamente una esigenza di coordinamento tra i due dicasteri (art.4, L.168/89), oggi forse ancor più urgente, vista la revisione in corso del sistema di formazione degli insegnanti secondari che vede coinvolte entrambe le istituzioni. Occorre impegnarsi per rendere sistematico tale coordinamento, recuperando forse lo strumento permanente della Commissione, già previsto dalla Legge nello stesso articolo.

Ci sono poi provvedimenti che possono essere assunti facilmente e che avrebbero un impatto importante sulle scuole.
Ripristinare nella secondaria le ore delle cattedre coerenti con l'indirizzo: avere docenti con ore a disposizione per completare le 18 non è un lusso, come ha fatto credere la ministra Moratti, ma è un’opportunità fortissima per una scuola che vuol davvero progettare e coordinare le proprie attività, molto più importante dell'attuale organico potenziato. Eppure dalla Finanziaria del 2003 nessuno ha pensato di abolire un provvedimento che in nome di una finta razionalizzazione sta togliendo da 17 anni risorse e qualità alla scuola.
Altro provvedimento importante sarebbe ripristinare nella primaria e secondaria di primo grado il tempo pieno, mettendo fine allo spezzatino a cui è stato ridotto dagli anni della riforma Moratti.

Occorre, infine, impegnarsi con la massima convinzione nell'impresa di rendere la scuola la “casa del futuro”, non solo degli alunni ma di tutto il paese, dove chi vi abita non è fatto uguale perché indossa un identico grembiule, ma perché tutti i vestiti sono ben accetti.
Per avere un Paese inclusivo domani, ci vuole una scuola inclusiva oggi, nella quale le diversità non vengono nascoste o “curate” come atto caritatevole, ma fatte base di partenza dell'insegnamento: perché lo scopo della scuola non è quello di fare tutti uguali, ma dare a tutti l'opportunità di essere diversi come ciascuno vorrà essere.

l'autore

Giuseppe Bagni Insegnante di Chimica negli Istituti secondari, Presidente nazionale del Cidi, membro eletto del CSPI.