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11/02/2019

Verso l'autonomia rinforzata, ovvero il regionalismo asimmetrico

a cura di insegnare

La definizione "autonomia rinforzata" sta nell' "Accordo preliminare tra Governo e Regione Emilia-Romagna sull’autonomia rinforzata", sottoscritto nel febbraio 2018, mentre la dicitura "autonomia differenziata" ricorre quando nell'esposizione di analoghi accordi entrano anche il Veneto e la Lombardia, come per esempio nel resoconto dal titolo Tre Regioni firmano con il Governo pre-intesa sull'autonomia, sul portale  della Conferenza delle Regioni e Province autonome. La legittimazione terminologica è del resto assai autorevole: è il servizio studi della Camera, che introduce altri due concetti importanti : "regionalismo differenziato" o "regionalismo asimmetrico", in quanto consente ad alcune Regioni di dotarsi di poteri diversi dalle altre, in un documento intitolato, per l'appunto L'autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario .

Piuttosto sarebbe il caso di fare qualche ragionevole distinzione fra autonomia, regionalismo e federalismo, che non sono proprio la stessa cosa e non sempre derivano dagli stessi principi.
Si tratta oltre tutto di termini ancor più ambigui oggi,  in una stagione in cui lo scontro (apparente?) fra  statalismo e localismo, centralismo e sussidiarietà si è arricchito (si fa per dire) di altre cortine fumogene, non ultima ovviamente il "sovranismo", terreno ideologico con cui è possibile al contempo rivendicare l'autonomia del Veneto dallo Stato italiano e dell'Italia dall'Unione Europea, in nome dell'autogoverno dei popoli contro i governi sovraordinati, in un caso i veneti contro l'Italia, nell'altro gli italiani contro l'Europa... 

Insomma, resta difficile contestare che in tale profluvio di aggettivazioni giuridiche relative al tema comune della differenza, del rinforzo per alcuni, dell'asimmetria, non si corra il rischio della crescita delle disuguaglianze in un paese da sempre abituato ad andare a velocità diverse e che ora (ma non da oggi) sembra avviato a dare sostanza ordinamentale e legittimazione giuridica all'attribuzione di poteri differenziati alle singole Regioni sulla base di accordi bilaterali con lo Stato centrale.

Ciò avviene, oltre tutto, in un contesto politico assai frammentato e confuso, dove, invece, tutte le maggiori forze politiche, attualmente al governo o all'opposizione, sembrano favorevoli a questo processo, anche se lo coniugano con toni e prospettive per l'appunto differenziate e asimmeriche. Detto in termini un po' brutali, appare evidente che la natura, i poteri, le scelte delle singole Regioni saranno sempre più legate a chi le governa. E non solo le scelte che esse faranno, il che su alcune questioni è legittimo, ma l'interpretazione e forse anche la quantità e qualità delle materie su cui avranno potestà di farlo. E questa non è questione di poco conto.

Il problema, sia chiaro, non è solo una questione di scelte, ma di eguaglianza degli ambiti delle scelte. La questione riguarda anche l'istruzione perché il terzo comma dell'art. 116, da cui discende tutta questa partita, afferma che:

Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all'articolo 119.

E alla lettera n) del secondo comma dell'art. 117 ci sono per l'appunto le "norme generali sull'istruzione", che, al di là della vaghezza della definizione, lo Stato centrale aveva tenuto per sé e che invece ora possono diventare oggetto di trattativa bilaterale. Il fatto che le differenti Regioni possano apprestarsi a intendere e rivendicare in modi appunto asimmetrici che cosa possa o debba spettar loro, lo dimostra, per esempio, il fatto che mente l'Emilia Romagna sembra orientata a concentrare le sue richieste di maggior potestà sul terreno dei rapporti fra istruzione e formazione professionale o sulla formazione tecnica superiore (cosa per altro condivisibile), Veneto e Lombardia accampano pretese in tema di gestione del personale (questione assai meno rassicurante).

Insomma si apre una stagione assai delicata per la scuola, in un momento in cui non dà certo serenità la presenza di un Ministro, non solo di sicuro schierato sulle posizioni condivise solo da alcune Regioni, ma anche spregiudicatamente inaffidabile sul piano delle affermazioni e degli atteggiamenti. Al punto che forse per invidia dell'alleato di governo che scatena guerre diplomatiche con la Francia, ha pensato bene di lasciarsi andare a una dichiarazione che ha giustamente sollevato l'indignazione di tutti e una ferma levata di scudi nel Sud del Paese...

Proveremo ad affrontare questi temi con una serie di contributi e anche con rimandi a interventi pubblicati altrove, che ci paiono interessanti e significativi per capire alcune delle posizioni in campo e soprattutto l'ampiezza e la gravità della posta in gioco. Perché, purtroppo, gran parte della scuola ci sembra ancora una volta un po' troppo distratta e passiva, nonostante l'estrema rilevanza di ciò che si sta discutendo.

Una sola ferma convinzione vorremmo qui esprimere: noi siamo certi che ciò che conta non sia più tanto (o non sia mai stato) il luogo in cui vengono prese le decisioni, ma la loro natura, ovvero i principi cui si attengono. Per noi lo spartiacque (e non da oggi) è la scelta fra combattere e ridurre oppure accettare e ampliare le differenze. Qui sta il nostro discrimine: scelte che tendono a ridurre disuguaglianze e squilibri fra le persone, le comunità, le istituzioni, i territori, gli stati sono per noi tendenzialmente giuste e e condivisibili. Scelte che tendono ad amplificare disuguaglianze e squilibri, fossero anche fatte in nome del merito o della (reale o presunta) virtuosità dei comportamenti o peggio del luogo di nascita, del colore della pelle, della lingua parlata o della religione professata sono per noi tendenzialmente sbagliate e non condivisibili.

Un nostro primo commento "postato" sulla pagina fb della rivista.

Prima i veneti e i lombardi. Poi magari gli emiliano-romagnoli. Poi, a seguire, gli altri, in disordine sparso. 
In questo miscuglio di localismi, regionalismi e sovranismi, declinati in nome dell' “autonomia rinforzata”, che hanno come denominatore comune la miscela fra individualismo sostanziale e sussidiarietà apparente, vanno crescendo le discussioni sulle annunciate iniziative del governo per la regionalizzazione del sistema scolastico, vecchia bandiera del centro destra, non del tutto estranea  alle pulsioni del centrosinistra e ora raccolta dal governo del cambiamento giallo-verde. Pochi e dispersi, ma fermi, i contrari, in nome di un bene comune di natura costituzionale, che sappia coniugarsi col senso dello Stato e della sana gestione dell’interesse pubblico.
Certo non è facile difendere uno stato centrale che da vent'anni sulla scuola non ne indovina una e ne disfa molte, ma è sicuro che disarticolare il sistema scolastico, comunque venga fatto, aumenterà le spese (strutturali e correnti), le disuguaglianze (fra nord e sud e fra centri e periferie), le incompetenze (sia quelle formali sballottate confusamente fra organismi territoriali che quelle sostanziali dei soggetti che le governeranno), il caos (di norme, procedure e ricorsi).
L'autonomia (anche non rinforzata) e una chiara divisione dei compiti fra organismi istituzionali e pubblici avrebbe dovuto servire per distribuire le responsabilità, alleggerire le procedure, accrescere la funzionalità, invece sono solo aumentati l'inefficienza e lo scarica barile. Oltre la voglia di spendere il denaro, se c’è, là dove viene prodotto (vero motore delle iniziative annunciate) e il concorso a soggetti privati spesso dal dubbio pedigree.
Senza finanziamenti e senza sani e solidi principi guida sulla gestione della cosa pubblica nell'interesse collettivo (perché sono questi che entrambi mancano) rischiamo di assistere solo all'ennesima inconcludente bagarre socialmediatica in cui si è autotrasformata la nostra democrazia. E pure la scuola finirà nel calderone delle materie da propaganda elettorale permanente. Anzi, c'è già dentro da un pezzo! Purtroppo.
Anche su questo terreno è bene che la scuola stia attenta a ciò che viene proposto e sta accadendo, prima che sia troppo tardi.(m.a.)


In questo speciale 

Rosamaria Maggio, Dal “Non uno di meno” a “Prima gli italiani”!

Mario Ambel, Il ministro ad Afragola: frase contestata e contesto plaudente


 
Seguiranno, a breve, altri contributi e una rassegna di interventi interessanti.

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