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20/07/2013

Le ragioni per una scuola pubblica

di Marilena Fera (e le sue allieve)

Intervenire  sull’idea di futuro a proposito della scuola, proprio in un momento critico come questo in cui regna un disorientamento generale e anche le più forti convinzioni in questi casi vacillano, genera certamente  qualche timore.  Ma spesso  ci siamo ripetuti in questi anni che per rispondere a interrogativi sulla scuola è ai nostri alunni che dobbiamo fare le domande, anche perché, quando si parla di futuro, sono loro a essere chiamati in gioco.

Così ho posto la domanda: “Che cosa è stata per te la scuola pubblica in questi anni?” proprio a quei ragazzi che, avendo ultimato gli esami nello scorso anno scolastico, erano liberi di poter esprimere  pareri anche negativi senza farsi condizionare dal mio giudizio.

Ora intendo riproporne le risposte, provando anche a  descrivere brevemente il vissuto della loro “persona”, perché  le loro affermazioni non risultino banali e acquistino più senso.

Alessia, che vive con la nonna insieme al fratello perché  è stata abbandonata dai genitori, ha risposto che per lei la scuola è “il luogo dove ognuno è libero di essere così com’è”, dal momento che negli anni trascorsi non ha dovuto nascondere chi fosse e come vivesse; è dunque “il luogo dove non ho avvertito differenze, qui mi sentivo libera di parlare di me stessa”.

Nunzia ha scritto: “In questi anni ho fatto tante di quelle esperienze che non immaginavo, dagli stage in Inghilterra ai viaggi in Italia, le gare di matematica, di chimica, il volontariato alla mensa dei poveri, sempre con ragazzi diversi e ogni volta era un nuovo incontro, nuovi amici, tornavamo con i telefonini zeppi di nuovi numeri telefonici. È il periodo che, secondo me, ricorderemo in futuro con più entusiasmo. Se non ci fosse stata la scuola pubblica? Non so se i miei genitori avrebbero potuto sostenere le spese per consentirmi di partecipare a tutto questo.”

Anna, una ragazza molto timida che ha dato prova di una volontà di ferro, ha scritto: “Vi ricordate prof quando il primo anno eravamo con i compagni del meccanico e ci avete detto che bisognava dare una mano ai ragazzi marocchini? All’inizio non mi sentivo all’altezza del compito, poi man mano sono entrata nella parte della “maestrina” e ho scoperto che più cercavo di aiutare Said e Medhi, più imparavo io, così ho scoperto che la scuola ci aiuta a socializzare, a confrontarci, a crescere.”

L’altra Alessia della classe, che ha perduto il papà due anni fa e ogni tanto deve aiutare la mamma a sbarcare il lunario con qualche lavoretto nei bar,  ha aggiunto: “Professorè, se non ci fosse la scuola pubblica io non avrei mai potuto frequentare una scuola privata, appena riesco a pagarmi l’abbonamento dell’autobus! Non dico che devo diventare un medico… ma penso di avere diritto anch’io di studiare per un diploma!”

Marilena vive con la mamma che esce presto la mattina per andare a fare le pulizie, e lei ha il compito di assistere la nonna: spesso faceva ritardo a scuola perché prima doveva predisporre tutto quello che serviva alla nonna durante il giorno, aveva imparato anche a fare le iniezioni. Un giorno, mentre leggevamo un articolo di giornale, ha detto a bruciapelo di fronte alla classe: “Anch’io sono nata fuori dal matrimonio, per questo vivo solo con mia madre”. Il papà infatti non ha voluto riconoscerla, ma lei lo ha dichiarato con naturalezza perché sapeva che non sarebbe stata giudicata per questo. Non è portata per la matematica, ma ha scoperto l’amore per la storia e ha scritto: “Se non ci fosse stata la scuola pubblica? In questi cinque anni sarei rimasta a casa ad assistere la nonna o sarei andata con la mamma a fare pulizie. Se ci penso professorè, quante cose mi sarei persa! Cosa mi ha dato la scuola pubblica? Ho imparato a rapportarmi con gli altri, a orientarmi nello studio, nelle mie scelte, qualche anno fa non avrei mai pensato di desiderare, come adesso, di voler andare all’università!”

Anche Maria non naviga nell’oro, quando è stata bocciata due anni fa la mamma le ha fatto capire che sarebbe stato l’ultimo tentativo per arrivare al diploma. Quest’anno ce l’ha messa tutta, conosceva a memoria anche le pagine del libro dov’erano collocati gli autori.  Chiedevamo tutti a lei: “Marì, a che pagina è D’Annunzio?” “325, prof”, “e Montale?” “437”, segno che a casa quel libro lo aveva aperto eccome, nonostante le interrogazioni non fossero così brillanti. Faceva uno sforzo enorme, ma alla fine ce l’ha fatta. Diceva riferendosi al diploma: “Prof, o lui, o io”. Che cosa ho imparato in questi anni? La voglia di lottare per raggiungere un risultato” e ha aggiunto “spero che questa scuola insegni tanto anche agli altri.”

Veronica è timidissima, ha qualche difficoltà con lo studio e la sua insicurezza è tale che a ogni interrogazione puntualmente si scioglie in lacrime, ma non perde un giorno di scuola. Ha affermato che, nonostante le sue insicurezze, andare a scuola le è sempre piaciuto “Professorè, se vengo a scuola mi sento qualcuno!”  Lo diceva soprattutto quando faceva gli esperimenti in laboratorio col suo camice davanti ai ragazzi delle medie. Agli esami non ha versato una lacrima. Siamo rimasti colpiti. “Se non ci fosse stata la scuola pubblica? -ha ammesso- Mi sentirei ancora un uccellino in gabbia, professorè,  mi sentirei come il fanciullino di Pascoli, che però non riesce a venir fuori!”

Antonio è capitato per caso in questa discussione, aveva sostenuto gli orali il giorno prima e assisteva a quelli di Marilena di cui è innamorato. Non si è tirato indietro quando gli ho chiesto di scrivermi due parole sulla scuola: “In questi cinque anni ho capito il senso della scuola, che non è solo apprendere, studiare ogni materia, è farci comprendere il senso della vita e delle responsabilità che ogni uomo ha alla fine di questo percorso scolastico.”

Le altre hanno espresso più o meno gli stessi pareri, anche quelle meno volenterose alla fine hanno riconosciuto che la scuola pubblica lascia loro qualcosa di importante: Martina salutandomi in corridoio mi ha detto guardandosi intorno: “Non vedevo l’ora di finire, eppure ora non credo che dimenticherò facilmente tutto questo.”

Aggiungo, infine, quello che mi ha scritto il privatista, un signore laureato in ingegneria informatica con moglie e figli, che aveva bisogno del nostro specifico diploma per continuare a lavorare al nord come tecnico di laboratorio: “La scuola pubblica è importante perché offre a tutti la possibilità di formarsi a prescindere dalle proprie condizioni personali. Permette, o almeno dovrebbe permettere, ai più meritevoli di raggiungere un livello di conoscenze necessario per il lavoro, anche se privi di mezzi finanziari.”

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Dietro le parole di questi studenti, che con la loro semplicità sanno rappresentare più realisticamente di noi insegnanti che cos’è la scuola pubblica, se ci riflettiamo bene, sono racchiusi alcuni concetti che credo siano fondamentali ci sembra di condividere. É da questi che secondo me dobbiamo ripartire con forza e direi determinazione, sin dal prossimo mese di settembre.

Per richiamarli mi servirò delle parole che un illustre personaggio, Gustavo  Zagrebelski, ha usato in un convegno del Cidi di qualche anno fa a Roma, e che sono molto attuali sebbene risalgano a sette anni fa, perché contribuiscono a chiarirci cosa sia la scuola pubblica e cosa soprattutto debba continuare a essere [1].

Quel “non ho avvertito differenze” di Alessia; quell’ “avere diritto anch’io di studiare per un diploma” dell’altra Alessia; le perplessità di  Nunzia sulle spese che “i genitori avrebbero dovuto sostenere” se non ci fosse la scuola pubblica; il “quante cose mi sarei persa!” senza la scuola da parte di Marilena, sono espressioni che ci richiamano alla necessità di garantire  nella nostra società pari opportunità per tutti, almeno da un punto di vista culturale, e poiché parliamo di future donne, è evidente come questo obbiettivo debba essere sentito ancora più urgente e necessario. Infatti, una scuola non pubblica non creerebbe di per sé delle disparità e l’imposizione di tratti sociali distintivi già dall’ingresso nel mondo scolastico?

Queste valutazioni richiamano quello che Zagrebelski in quel convegno definiva “lo spirito dell’uguaglianza”, sostenendo in quel contesto che “senza leggi uguali per tutti, la società si divide in caste e la vita collettiva diventa dominio di oligarchie”. E si potrebbe aggiungere che senza una scuola pubblica le oligarchie sono inevitabili. Diceva inoltre che, se all’interno della società non c’è mobilità sociale, si ingenera qualcosa di pericoloso che è “l’invidia sociale” e proponeva la metafora dello stadio, all’interno del quale c’è la tribuna dei vip della finanza, della politica, della mondanità e nelle curve migliaia di “potenziali clientes”, che farebbero di tutto per essere ammessi alla tribuna, anziché giudicare criticamente questa situazione.

 Una scuola che non consenta il confronto tra realtà sociali diverse, dove l’immigrato incontra il figlio dell’operaio, fino ad arrivare al giovane rampollo di famiglia alto borghese, come potrebbe contribuire a rimuovere le disuguaglianze culturali e sociali? Potrebbe rendere più  facile la mobilità sociale? Chi garantirebbe il pensiero critico, chi avvertirebbe come “perverso” l’arrivismo e la rincorsa al successo o al carrierismo a tutti i costi, che crea frustrazioni e disagi, ansia da prestazione?

“Più cercavo di aiutare Said e Medhi, più imparavo io”, dice Anna, poi aggiunge “la scuola ci aiuta a socializzare, a confrontarci, a crescere.” Zagrebelski avrebbe trovato in queste parole “l’atteggiamento altruistico della democrazia”, cioè la disponibilità a mettere in comune qualcosa, anzi il meglio di sé: tempo, capacità, risorse materiali. Democrazia è solidarizzare con la fatica degli altri. Oppure avrebbe usato l’espressione “rispetto delle identità diverse”. In questo, egli dice, la scuola può fare molto per promuovere “la reciproca accettazione e con ciò abbassare l’insolenza dei segni distintivi”. Ma anche in questo caso, potrebbe essere una scuola non pubblica a curare questo aspetto così fortemente sociale e pubblico?

Quando Veronica dice: “Professorè  mi sentirei come il fanciullino di Pascoli che però non riesce a venir fuori!” e insieme a lei altre spesso ripetono: “La so questa cosa,  ma non trovo le parole”, come non pensare a ciò che Zagrebelski definisce “spirito del dialogo e cura delle parole”, tanto più fondamentale quanto più parliamo di scuola, perché è il luogo dove si costruisce il dialogo, il luogo dove gli strumenti del dialogo, le parole devono essere oggetto di cura particolare, “in quanto il numero di parole usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia”, ma chi come Veronica o Maria non riesce a fare uscire le parole, perché l’ambiente in cui sono cresciute ne è privo, in che tipo di scuola troverebbero posto se non in una scuola pubblica?

Quando Maria con tutte le sue difficoltà dice ingenuamente “Prof, o lui (il diploma), o io” e manifesta il desiderio di migliorare a tutti i costi, aggiungendo: “spero che questa scuola insegni tanto anche agli altri!”, o quando Antonio scrive: “La scuola deve farci capire il senso della vita e delle responsabilità che ogni uomo ha alla fine di questo percorso scolastico”, a me viene in mente ciò che il prof. Zagrebelski chiama “cura delle individualità personali”, perché la scuola ha il compito di alimentare non di reprimere, di forgiare i caratteri affinché siano in grado si superare le difficoltà, incoraggiando gli interessi e le vocazioni personali, incoraggiando il senso di responsabilità.

Con i loro pensieri questi ragazzi hanno dimostrato di aver incontrato nei cinque anni, il tipo di scuola che “dovrebbe essere”, e questa scuola c’è anche, con mille difetti certo, ma c’è e dobbiamo smettere di denigrarla! Ha bisogno di essere incoraggiata, come si fa con i ragazzi, dobbiamo prenderci cura di lei, sostenerla, perché affronti continui esami di fronte a commissioni esterne che non conoscono la storia personale, non conoscono i suoi sforzi, le difficoltà di fronte a una società che agisce contrastando tutto ciò che noi insegnanti facciamo giorno per giorno con i nostri alunni.

La nostra scuola, quest’anno, ha  traslocato nell’edificio nuovo, sembrava di essere in un altro mondo, non c’è stato un giorno di occupazione, non una porta dei bagni rotta, i ragazzi si sono resi disponibili a pulire il cortile pur di avere il permesso di fare ricreazione fuori. La vecchia sede non era una scuola, i ragazzi non la sentivano come se gli appartenesse, in quell’edificio che aveva più l’aspetto di un carcere si sentivano emarginati, diversi e si comportavano come tali. Ecco perché dico che la scuola va sostenuta!

L’ultima parte dell’anno scolastico, purtroppo, non si è conclusa bene, perché abbiamo avvertito il peso di quanto è successo nell’Istituto Tecnico di Corigliano, che per noi che insegniamo ad Acri, è una realtà con cui condividiamo molte cose. Mi riferisco a Fabiana la ragazza trucidata dal fidanzatino. Alcuni insegnanti di quei due ragazzi lavorano nella nostra scuola e conoscevano entrambi, vittima e carnefice. In quei giorni, abbiamo avvertito il peso di quella tragedia  che rischiava di schiacciarci, buttandoci in faccia i nostri fallimenti. Perché se nelle scuole ci sono gli “Antonio” che capiscono il senso di responsabilità che l’uomo ha, tanti altri ragazzi crescono in ambienti con idee distorte contro cui è difficile combattere, se la scuola pubblica non è supportata da altre agenzie educative. Ecco perché dico che va sostenuta la scuola, non bombardata di critiche negative.

Quale scuola allora vorrei che aprisse i battenti nel prossimo mese di settembre? Non quella rinunciataria che “crea distacco dal mondo”, facendo calamitare su di essa ancora di più tutte le critiche che immancabilmente vengono fuori quando la crisi colpisce un Paese e che diventa il capro espiatorio su cui far cadere colpe non sue, ma la scuola per dirla un’ultima volta con Zagrebelski, che non rinuncia “all’atteggiamento sperimentale”, necessario per ogni democrazia, necessario per ogni scuola pubblica che voglia ripartire con spirito democratico. I ragazzi ci insegnano giorno per giorno che ne hanno bisogno, dalle loro risposte scopriamo che non chiedono una scuola privata, semmai una scuola che funzioni meglio. Soprattutto le ragazze vogliono ritrovarsi ogni anno a settembre davanti a quel portone che a loro apre un mondo di cui non vogliono privarsi: lo testimonia il fatto che la maggioranza di loro non perde un giorno di scuola, perché capiscono che mancherebbero a un’opportunità continua, e noi dobbiamo incoraggiare gli studenti in questo sentimento di appartenenza, sperimentando percorsi e strade che li aiutino a ritrovare se stessi, ritrovare “il senso della scuola” come dice Antonio.

La democrazia e una società più sana si costruiscono partendo dalla scuola pubblica e se questa trova l’approvazione dei ragazzi, non ha bisogno di altre valutazioni.

Note e allegati

1. Gustavo Zagrebelsky  intervenne il 4 marzo 2005 al 34° Convegno nazionale  del CIDI "Una scuola per la cultura - il lavoro - la democrazia",  con una relazione dal titolo “Democrazia”; di quell’intervento forniamo il resoconto redatto in contemporanea dal Cidi stesso e un contributo dal titolo Un decalogo contro l’apatia politica, nonché e la trascrizione di una parte dell’intervento tratti da www.edscuola.it.

l'autore

Marilena Fera Docente di lettere nelle scuole secondarie di II grado, fa parte della segeteria del Cidi Cosenza.

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