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di Margherita Fratantonionoi e loro

19/01/2015

Un'inaspettata normalità

Era l’estate del 2010, e sulle pagine di insegnare, immaginavo come mi sarebbe piaciuto vivere il distacco dalla scuola; mi auguravo una giusta commozione, un sano rimpianto, quel minimo di dolore che accompagna tutti i passaggi, questo in particolare. Mancavano tre anni alla pensione, quando non sapevo ancora di quello in più che mi avrebbe regalato la Fornero. Esprimevo la speranza di una chiusura gradevole, e nello stesso tempo malinconica, un lieve struggimento,“la gioia di essere tristi” di cui parlava Victor Hugo. Ebbene, non è andata proprio così.

Intanto, non è stato bello finire la carriera da sola, in una scuola di quasi cento docenti, per sentirmi dire più volte al giorno, da settembre a giugno, quanto fossi invidiata: un fastidioso tormentone che non è riuscito a farmi sentire l’eletta, l’unica, nonostante l’unica fossi davvero.
Il 2 settembre poi sono partita, per scongiurare il temuto magone, aspettando che mi raggiungesse. Macchè!  La mente rimaneva sgombra dal pensiero di un anno che stava per cominciare senza di me. Sono tornata il primo giorno di scuola, dopo cinquantasette primi giorni di scuola che hanno scandito la vita, tutto sommato piacevolmente, e ancora non è successo nulla. Insensibilità? Emozioni che si sono impigrite?  Avrei ceduto volentieri un po’ di questa sorprendente serenità per una partecipazione più sentita, ma tutto è stato normale, senza euforia, né nostalgia.  

Mi fa sorridere, oggi, amaramente, rileggere quello che scrivevo allora, quando prefiguravo l’addio alla cattedra con una sorta di benevolenza compiaciuta e mi auguravo di arrivarci non troppo stremata. Quando speravo che avrei avuto fino all’ultimo giorno energia abbastanza per fare, sperimentare, insegnare imparando ancora qualcosa.
Invece, solo una grande spossatezza; non fosse stato per la paura che il tempo si vendicasse e si fermasse dispettosamente,  avrei contato i giorni, chissà, forse anche le ore. Quanto è stato lungo l’ultimo anno di scuola! In quei mesi che non passavano mai, mi chiedevano se ero contenta, e io rispondevo che no, perché dovevo fare i conti quotidiani con  la stanchezza. Qualcuno, che la sapeva più lunga, diceva che in realtà il mio inconscio non voleva andare in pensione, ma lo voleva eccome, almeno quanto la mia parte consapevole!

Ho lasciato un piccolo testamento, però, prima di andare, ottenendo che in una classe mi sostituisse la mia amica Tiziana, tra tutti i colleghi di lettere quella che sento più affine, e i ragazzi hanno molto apprezzato. Il progetto di counseling, gestito per tanti anni in solitudine, è stato consegnato a un collega. Claudio è serio, affidabile, preparato nella teoria come nella pratica, e ne sono contenta.
Il penultimo anno, per volontà della dirigente e ingenuità mia (quante carriere ci vogliono per imparare a non farsi usare!)  lo sportello d’ascolto si è fuso e confuso con la funzione strumentale. Le scuole, si sa, per risparmiare, esigono da noi prestazioni sempre più articolate: come se, nel mio caso, la specializzazione in counseling e la lunga esperienza con studenti e genitori (fatta di colloqui e conduzione di gruppi) fossero poca cosa e avessero bisogno di altro ancora per giustificarsi.
Che stupida  invenzione, la funzione strumentale! Individuiamo una persona, le diamo un incarico di prestigio illusorio, ma di tanta responsabilità, la paghiamo pochissimo, la massacriamo di lavoro, alleggerendo quello del preside, e il gioco è fatto. Tra gli obblighi della funzione strumentale (brutta anche nella definizione!) e la quotidianità in classe,  la scuola si è trasformata in una somma infinita di operazioni semplici, tutte da  tenere  a mente; sparita la complessità, il clima sempre più nevrotico,  lo sfruttamento sempre più sfacciato, il ruolo sostenibile solo per il privilegio della maturità, che è  più bello da dire rispetto ad anzianità.

E loro, i ragazzi? Dovrei dire, per decenza, che mi mancano, ma non è vero. Sono passati quattro mesi e tra qualche giorno avranno la pagella senza la mia valutazione, e senza, da parte mia, nessuna  tristezza,  né entusiasmo.
Mi consolo pensando che le relazioni restano. Lontani dalla scuola, forse i nostri studenti saranno interiorizzati, alcuni come figure reali, altri come immagini sfocate, molti come caratteri di cui non ricorderemo il nome, ma un comportamento, un episodio, il tipo di legame, sì, e i momenti intensi del nostro stare con loro.  Sarà forse normale non incontrarci più, se davvero le nostre vite si sono incontrate quando ne hanno avuto l’opportunità.

È sconfortante, però, rileggere un passaggio di ciò che scrivevo quattro anni fa: “Bisogna continuare a rimettersi in gioco, anche se pensavamo di non averne più bisogno; e farlo ancora a dispetto delle riforme deliranti, delle pietre che piovono con il peso delle offese sulla professionalità, sul rigore, sull’etica e l’impegno”. 
Cercavo allora, convinta, un rimedio nella consapevolezza, nell’identità che ci ha rafforzato durante i decenni, e che avrebbe continuato a darci sicurezza, in solidarietà, coerenza e resistenza. In questi giorni, mentre le mie colleghe più giovani di me (ma non per questo giovani!), quelle che hanno dato molto alla scuola e a loro stesse grazie alla scuola, stanno valutando se utilizzare la scorciatoia dell’ opzione donna, io solo ora sto percependo la delusione: di avercela fatta bene per due anni, un po’ meno bene il terzo, e di essere crollata proprio vicino al traguardo.  

Di che cosa parliamo

Noi e loro: le nostre stanchezze, e gli entusiasmi che sopravvivono; i loro linguaggi, sempre nuovi e sempre gli stessi.
Noi e il filo sottile dell’autorevolezza, i saperi, i dubbi, le certezze; loro e la ricerca di individuazione, i modelli che li  rassicurino, così evidenti e indecifrabili.  
L’intento della rubrica è l’assunzione di uno sguardo rinnovato sui rimandi quotidiani,  per stare un po’ meglio a scuola, tutti, e più consapevolmente: osservando, insieme, nell’apparente immobilità,  le relazioni e i piccoli, grandi cambiamenti; ascoltando e auto-ascoltandoci, per stabilire confini via via  più efficaci.

L'autrice

Ha insegnato Italiano e Storia negli Istituti tecnici. Specializzata in counseling ad orientamento gestaltico, ha gestito lo sportello d’ascolto a scuola e corsi sulla genitorialità, avvalendosi della vita di  classe e degli incontri individuali come occasioni di riflessione sul nostro relazionarci con gli adolescenti, sul nostro modo (e il loro) di vivere quotidianamente la scuola.
 Lasciata la scuola, è in pausa di riflessione sulla sua vita e sulle eventuali modifiche alla rubrica.


Scrive di cinema e psicologia per Cinema Free e per Taxidrivers (rubrica Luci e ombre).