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di Lina Grossipagine dimenticate

12/11/2023

L’incipit nei racconti di Calvino. Esempi da "Ultimo viene il corvo"

"L’inizio è il luogo letterario per eccellenza perché il mondo di fuori per definizione è continuo, non ha limiti visibili."
 (I. Calvino, Cominciare e finire)

 

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
(I. Calvino, Perché leggere i classici)

 

Una peculiarità della narrativa calviniana è l’attenzione per gli inizi. L’inizio rappresenta un passaggio cruciale per il narratore: dal mondo non scritto “il mondo fatto di tre dimensioni, cinque sensi e popolato da miliardi di nostri simili” al mondo scritto “fatto di righe orizzontali, dove le parole si susseguono una per volta, dove ogni frase e ogni capoverso occupano il loro posto stabilito”. All’interno di quest’ultimo, è possibile coltivare l’illusione che tutto sia sotto controllo, al contrario, il mondo non scritto è imprevedibile “non finisce mai di sorprendermi, di spaventarmi, di disorientarmi”, e richiede “un aggiustamento speciale per situarsi al suo interno” afferma ancora Calvino nella conferenza in cui affronta il tema del rapporto tra Mondo scritto e mondo non scritto [1]. 
Il mondo scritto, nondimeno, ha le proprie regole, alle quali Calvino dedica ampio spazio nel suo corpus di scritti come attestano le riflessioni nel tempo sul linguaggio, sulla scrittura letteraria e la tecnica della composizione del racconto.   

Particolarmente significativi sono alcuni passaggi del testo della conferenza citata:
"Prima di tutto, se sentiamo così intensamente l’incompatibilità tra lo scritto e il non scritto, è perché siamo molto più consapevoli di cos’è il mondo scritto: non possiamo dimenticarci neanche per un attimo che è un mondo fatto di parole, usate secondo le tecniche e le strategie proprie del linguaggio, secondo gli speciali sistemi in cui s’organizzano i significati e le relazioni tra i significati […] Perciò le storie che possiamo raccontare sono contrassegnate da una parte dal senso dell’ignoto e dall’altra da un bisogno di costruzione, di linee tracciate con esattezza, d’armonia e geometria…”[2]
L’inizio, inteso dunque come cominciare, è il momento di distacco dalla molteplicità delle storie possibili nella mente dello scrittore e della scelta di quella da raccontare.  L’inizio testuale è inoltre, in senso stretto, l’incipit di un racconto o di un romanzo o di uno scritto, di fondamentale importanza per catturare l’interesse e la curiosità del lettore e trasportarlo nella vicenda narrata.  Entrambi questi aspetti sono oggetto puntuale di riflessione nello scritto dal titolo Cominciare e finire [3] nel quale Calvino si sofferma ad analizzare, tramite una rassegna di incipit d’autore, alcuni possibili modi di cominciare la narrazione.
La storia può iniziare:  con un inizio in medias res; con un inizio ritardante, quando l’argomento è preso alla larga dallo scrittore; con un inizio cosmico, prima di entrare nella storia singola, ad esempio il modo in cui Robert Musil comincia L’uomo senza qualità; con un appello alla memoria e all’oblio: il “c’era una volta …” delle fiabe in cui in narratore ricorda storie dimenticate; con un inizio enciclopedico, come, ad esempio, quello della novella decima della giornata ottava in Boccaccio, in cui leggiamo il funzionamento delle dogane dei porti a Palermo [4]
L’inizio testuale è per Calvino un elemento di interesse e di attenzione crescente nel tempo.  Mario Barenghi [5], in uno scritto presente nel catalogo della mostra Favoloso Calvino [6], ripercorre a ritroso nel tempo alcune tappe salienti dei ragionamenti dello scrittore sull’importanza della strategia narrativa. Barenghi fa riferimento, oltre alle conferenze e alle lezioni americane, all’ elaborazione di Se una notte d’inverno un viaggiatore ricordando che Incipit era il titolo di lavoro “del romanzo o iper-romanzo che infilza dieci capitoli di apertura di altrettanti romanzi attribuiti a diversi autori [7], in un gioco ironico sulla scrittura letteraria e le sue possibili soluzioni espressive. E prima ancora, al progetto di Calvino del 1968 [8] per una rivista dal titolo “Alì Babà”, comprendente uno schema nel quale sono indicate le “grandi funzioni” della letteratura (il riso, il terrore, il viaggio, l’eros, eccetera). Lo schema è corredato da una serie di voci inerenti alla “strategia narrativa”, dove figurano le due categorie di soglia il cominciare e il finire, seguite dalle categorie di tempo, suspense, rime e strofe in narrativa[9].

La categoria del cominciare occupa dunque uno spazio significativo nelle riflessioni di Calvino sulla tecnica di scrittura del racconto tanto che, come scrive ancora nella sesta lezione americana, da “problema di come cominciare è diventato il tema stesso del racconto” in Se una notte d’inverno un viaggiatore. 

Incipit avvincenti in grado di rapire il lettore caratterizzano il corpus di racconti Ultimo viene il corvo [10]La raccolta appartiene alla prima stagione della narrativa calviniana, quella dello scrittore di short-stories, e rappresenta una sorta di laboratorio sperimentale di temi [11] e tecniche narrative (il narratore-protagonista, l’autobiografia in prima o terza persona, il racconto eterodiegetico, etc.). Alla sperimentazione tematica e di soluzioni espressive differenti si accompagnano elementi (i colori, la natura, il paesaggio e gli alberi, etc.) e procedimenti (la focalizzazione prevalente sui protagonisti, la tipologia degli incipit, etc) ricorrenti  nelle storie.
Un pomeriggio, Adamo è il titolo del racconto di apertura della raccolta nella edizione definitiva. Il racconto ha un inizio in medias res focalizzato sul personaggio, un giovanissimo giardiniere.  È una storia di adolescenti narrata in terza persona, con elementi autobiografici. Il giovane è il botanico Libereso Gugliemi, allievo dell’agronomo Mario Calvino e giardiniere di casa Calvino, in rapporto di fraterna amicizia con lo scrittore, suo coetaneo.

Un pomeriggio, Adamo
Il nuovo giardiniere era un ragazzo coi capelli lunghi, e una crocetta di stoffa in testa per tenerli fermi. Adesso veniva su per il viale con l’innaffiatoio pieno, sporgendo l’altro braccio per bilanciare il carico. Innaffiava le piante di nasturzio, piano piano, come versasse caffelatte: in terra, al piede delle piantine, si dilatava una macchia scura; quando la macchia era grande e molle lui rialzava l’innaffiatoio e passava a un’altra pianta. Il giardiniere doveva essere un bel mestiere perché si potevano fare tutte le cose con calma. Maria-nunziata lo stava guardando dalla finestra della cucina. Era un ragazzo già grande, eppure portava ancora i calzoni corti. E quei capelli lunghi che sembrava una ragazza. Smise di risciacquare i piatti e batté sui vetri.

- Ragazzo, - disse.
Il ragazzo-giardiniere alzò la testa, vide Maria-nunziata e sorrise. Anche Maria-nunziata si mise a ridere, per rispondere a lui, e perché non aveva mai visto un ragazzo coi capelli così lunghi e con una crocetta come quella in testa.

 Un bastimento carico di granchi e Il giardino incantato sono altri due racconti che appartengono alla personale “letteratura di memoria” dello scrittore. Entrambi gli incipit sono in medias res: lo spazio è quello del paesaggio della Riviera con i suoi colori intensi e netti; il tempo è quello dell’adolescenza dello scrittore; i protagonisti sia del primo racconto corale sia di quello d’avventura, sono ragazzi e ragazze; la narrazione è eterodiegetica.

Un bastimento carico di granchi
Il primo bagno dell’anno i ragazzi di Piazza dei Dolori lo fecero una domenica d’aprile, col cielo azzurro nuovo nuovo e un sole allegro e giovane. Scesero correndo per i carrugi sventolando le brachette di maglia rattoppate, qualcuno ciabattando già in zoccoli per l’acciottolato, i più senza calze, per non dover faticare a rimettersele sui piedi bagnati. Corsero al molo saltando le reti che si dilungavano per terra e s’alzavano sui piedi nudi e callosi dei pescatori acculati a rammendarle. Tra gli scogli della massicciata si spogliarono, contenti di quell’odore agro di vecchie alghe marcite e di quel volare di gabbiani che cercava di riempire il cielo troppo grande. I vestiti e le scarpe li nascosero nei cavi degli scogli suscitando fughe di giovani granchi; e cominciarono a saltare scalzi e spogliati da uno scoglio all’altro aspettando che uno si decidesse a tuffarsi per primo. L’acqua era calma ma non limpida, di un denso azzurro con riflessi verdi crudi.
Il giardino incantato
Giovannino e Serenella camminavano per la strada ferrata. Giù c’era un mare tutto squame azzurro cupo azzurro chiaro; su, un cielo appena venato di nuvole bianche. I binari erano lucenti e caldi che scottavano. Sulla strada ferrata si camminava bene e si potevano fare tanti giochi: stare in equilibrio lui su un binario e lei sull’altro e andare avanti tenendosi per mano, oppure saltare da una traversina all’altra senza posare mai il piede sulle pietre. Giovannino e Serenella erano stati a caccia di granchi e adesso avevano deciso di esplorare la strada ferrata fin dentro la galleria.

Alba sui rami nudi è un racconto con un incipit folgorante, uno dei più intensi della raccolta. È un incipit ritardante: la narrazione della vicenda è preceduta da una focalizzazione sul tempo della vicenda, la stagione invernale.  La narrazione è eterodiegetica, con una intrusione d’autore, il “noi” di apertura. I temi sono quelli ricorrenti nella raccolta: la natura, il paesaggio: un paesaggio reale in un’atmosfera con suggestioni fantastiche, quasi oniriche, in cui da rami rinsecchiti pendono i frutti maturi, simili a centinaia di lampadine rosse che si accendono: i cachi.

Alba sui rami nudi
Non gela, da noi, di solito: soltanto alla mattina i cespi d’insalata si svegliano intirizziti, un po’ lividi, e la terra fa una crosta grigia, quasi lunare, che risponde sorda alla zappa. Al piede degli alberi, a dicembre, la terra comincia a pigmentarsi di foglioline gialle che a poco a poco la coprono come una trapunta leggera. L’inverno è più trasparenza d’aria che freddo; e in quell’aria sui rami scheletriti s’accendono centinaia di lampadine rosse: i cachi. Quell’anno il piccolo frutteto sembrava un seguito di venditori di palloncini, col loro carico sospeso in aria: nove su quel ramo biforcuto, sei su quell’altro storto, là in cima sembrava che ne mancassero, ma forse era il vuoto delle foglie cadute, quelli verso mezzogiorno erano più rossi, sarebbero maturati prima.

Questo inizio richiama alla mente il rapporto di Calvino con le arti figurative, presente in tante altre opere. L’immagine suggestiva dei rami neri scheletriti e delle macchie di colore a contrasto rimandano all’universo pittorico di Marc Chagall; le trasparenze, la crosta quasi lunare del terreno ricordano l’impressionismo di Claude Monet.
È lo stesso Calvino a spiegare la funzione e la presenza delle immagini nel suo processo creativo e nella sua scrittura “visiva”, quando afferma: "All’origine di ogni storia che ho scritto c’è un’immagine che mi gira per la testa, nata chissà come e che mi porto dietro magari per anni. A poco a poco mi viene da sviluppare questa immagine in una storia con un principio e una fine, e nello stesso tempo - ma i due processi sono paralleli e indipendenti - mi convinco che essa racchiude qualche significato. Quando comincio a scrivere però, tutto ciò è nella mia mente ancora in uno stato lacunoso, appena accennato. È solo scrivendo che ogni cosa finisce per andare al suo posto" . [12]

Il racconto dal titolo Uomo dei gerbidi, sempre in base alle tipologie di incipit delineate da Calvino, si apre con un incipit enciclopedico, con informazioni essenziali sulla Corsica, l’isola montuosa che si staglia alla vista del protagonista-narratore nelle mattine in cui il cielo è limpido. Anche in questo caso la narrazione prende l’avvio da una descrizione in cui si mescolano realtà e immaginazione. I pensieri del narratore omodiegetico (è un paese povero…) si mescolano con gli elementi percettivi, visivi (l’immagine di un’isola che sembra una nave carica di montagne sospesa laggiù sull’orizzonte) dei personaggi.
 

Uomo dei gerbidi
Al mattino presto si vede la Corsica: sembra una nave carica di montagne sospesa laggiù sull’orizzonte. Se si fosse in un altro paese ne sarebbero nate delle leggende; da noi no: la Corsica è un paese povero, più povero del nostro, nessuno ci è mai andato e nessuno ci ha mai pensato. Quando di mattina si vede la Corsica è segno che l’aria è chiara e ferma e non accenna a piovere. In una di queste mattine, sull’alba, mio padre ed io salivamo per i pietreti di Colla Bella, col cane alla catena.

Il racconto, La casa degli alveari, incentrato all’inizio sulla casa, è una sorta di monologo del protagonista/io narrante della storia.  La casa, come indica il titolo e sottolinea l’uso del termine legato all’idea di possesso (casa mia) è un alveo, un nido protettivo, in cui il protagonista si è rinchiuso per sopravvivere.  La descrizione iniziale della casa è funzionale alla caratterizzazione del personaggio, un emarginato nella cui mente i pensieri si affollano e ronzano confusi e disordinati, e alla complessità dei suoi stati d’animo. Sembra che Calvino abbia voluto sperimentare un linguaggio nuovo, coerente con il disagio emotivo espresso dal protagonista/io narrante, di cui non fornisce alcuna descrizione: non ha un nome e non ci sono tratti fisici. Il paesaggio è anche in questo racconto quello ligure, con la natura rigogliosa e colori netti: la riva di ginestre, il bianco della casa, le patate germogliate e viola.

La casa degli alveari
É difficile vederla da lontano e anche uno che c’è già stato una volta non ricorda la strada per tornarci; un sentiero c’era e l’ho distrutto a vangate, coprendolo di rovi che attecchissero e cancellassero ogni traccia. Casa mia me la son scelta bene, perduta su questa riva di ginestre, bassa un piano che non è vista da valle, bianca per un intonaco calcinoso, ròsa dai buchi delle finestre come un osso.
Terra avrei potuto lavorarmene intorno e non l’ho fatto, mi basta un quadrato di semenzaio dove le lumache rodano lattuga e un giro di terrazza da rincalzare a colpi di bidente, per farne uscire patate germogliate e viola. Non ho bisogno di lavorare più di quanto mangio, perché non ho nulla da spartire con nessuno.

Il racconto Il bosco degli animali appartiene alla linea tematica della raccolta che rievoca la Resistenza e le vicende drammatiche della guerra. In questo caso, i rastrellamenti che sconvolgono l’intero universo contadino, coinvolgendo uomini animali e cose. La storia è narrata in terza persona con un incipit ritandante rispetto all’argomento specifico (Quella mattina il contadino Giuà Dei Fichi…). La descrizione iniziale è una sorta di antefatto che comunica una sensazione di tensione causata da un agitarsi improvviso per qualcosa che è accaduto e ha sconvolto gli equilibri, anche quelli naturali della vita del bosco. La movimentata immagine iniziale (al bosco sembra che ci sia una fiera) si contrappone, creando un sentimento di attesa, alla immagine isolata e solitaria del contadino ignaro di quanto sta accadendo al paese. 

Il bosco degli animali
I giorni di rastrellamento, al bosco sembra che ci sia la fiera. Tra i cespugli e gli alberi fuori dai sentieri è un continuo passare di famiglie che spingono la mucca od il vitello, e vecchie con la capra legata a una corda, e bambine con l’oca sotto il braccio. C’è chi addirittura scappa coi conigli.
Da ogni parte si vada, più i castagni son fitti, più si incontrano panciuti bovi e scampananti mucche che non sanno come muoversi per quei dirupati pendii. Meglio ci si trovano le capre, ma i più contenti sono i muli che una volta tanto posson muoversi scarichi, brucando cortecce per i viottoli. I maiali vanno per grufolare in terra e si pungono coi ricci tutto il grugno; le galline s’appollaiano sugli alberi e fanno paura agli scoiattoli; i conigli che in secoli di stalla hanno disimparato a scavar tane non trovano di meglio che cacciarsi dentro il cavo degli alberi. Alle volte s’incontrano coi ghiri che li mordono.
Quella mattina il contadino Giuà Dei Fichi, stava facendo legna in un remoto angolo del bosco. Non sapeva nulla di quel che succedeva al paese…

Per concludere, un suggerimento. Sulla base degli esempi fin qui proposti, tratti da incipit della prima raccolta di racconti di Calvino, potrebbe essere interessante, nell’ambito di un percorso di lettura o di una attività di laboratorio linguistico-letterario, proporre a studenti di secondaria superiore una analisi mirata di incipit di racconti o romanzi anche già noti per una (ri)lettura “di scoperta come la prima”, per usare le parole di Calvino quando invita a (ri)leggere i classici. Una scoperta che può riguardare, oltre alla varietà dei temi e dei generi, la diversità delle tecniche narrative e delle soluzioni espressive adottate dallo scrittore.

 

Note

[1] L’argomento del rapporto tra questi due mondi è affrontato in modo puntuale nel testo The Written and the Unwritten World, scritto per una conferenza tenuta a New York nel 1983.

[2]cfr. Italo Calvino, Mondo scritto e mondo non scritto, Oscar Mondadori, 2002, pp.121-22

[3]  Si tratta dello scritto pubblicato in Appendice alle Lezioni americane, un inedito, ricavato dai manoscritti preparatori delle Norton Lectures, datati 1985, oggetto della sesta lezione rimasta incompiuta, Concistency.

[4]  Cfr. Italo Calvino, Lezioni americane: Sei proposte per il prossimo millennio (Oscar opere di Italo Calvino Vol. 7), Mondadori, Edizione del Kindle, pp.159-167

[5]  Cfr. Mario Barenghi, Fantasia/Immaginazione. Cominciare e finire, in Favoloso Calvino. Il mondo come opera d’arte: Carpaccio, de Chirico, Gnoli, Melotti e gli altri (di Mario Barenghi), Electa 2023

[6]  La mostra è allestita alle Scuderie del Quirinale a Roma (13.10,2023- 04.02. 2024)

[7]  Cfr. M. Barenghi, op. cit., p. 263

[8] «Alì Babà». Progetto di una rivista 1968-1972 , a cura di M. Barenghi, M. Belpoliti, “Riga”, 14, Marcos y Marcos, Milano 1998

[9] Cfr. M. Barenghi, op.cit. p.264

[10] La raccolta ha una vicenda editoriale complessa, con tre diverse edizioni, in cui confluiscono testi pubblicati in quotidiani e riviste. La prima edizione è apparsa nel 1949 e rivista nel 1976, le altre nel 1958 e nel 1969.

[11]  Cfr. Italo Calvino Presentazione in Ultimo viene il corvo, Oscar Mondadori, 2002, p. VIII.

[12]  Cfr.  Postfazione ai Nostri antenati (Nota 1960) in Italo Calvino, Romanzi e racconti, I, I Meridiani, Mondadori 2003, p. 1210

 

 

Di che cosa parliamo

 

(ri)dare forza a parole già dette. La narrativa italiana e straniera cui riferirsi per parlare di scuola è affollata di esempi tuttora letti  rispetto ad altri a torto dimenticati. Lo spazio della mia I/stanza non vuole essere una retrospettiva e neppure una trincea nostalgica, ma intendo parlare di scuola e di educazione attraverso la (ri)lettura di pagine (di letteratura e non) a partire dalle riflessioni o dalle emozioni già “fissate” in un testo, per cercarvi corrispondenze, risposte, stimoli, suggestioni e altro ancora rispetto agli interrogativi sull’educazione e la società di oggi. Pagine godibili, ancora capaci di generare un rapporto empatico con il lettore, ora come semplici elementi di “cornice”, ora perché essenziali allo sviluppo di una narrazione.

L'autrice


Come insegnante nei licei, si è occupata di didattica del latino e dell’italiano. In molte attività di formazione ha collaborato a lungo con Università, Istituti  di ricerca, Associazioni di insegnanti, scuole e reti di scuole. Ha svolto attività di  ricerca presso l’INVALSI coordinando progetti in ambito nazionale e internazionale sulla valutazione degli apprendimenti e sulle competenza di lettura e scrittura.  È autrice di numerosi articoli e saggi su riviste specializzate;  di monografie, di testi scolastici e di ricerca didattica nell’editoria diffusa; di rapporti di ricerca.