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di Bruno Lositovalutare per capire

22/09/2013

Alla fine, tanto tuonò che piovve...

Dopo accuse, smentite, timori e incertezze alla fine il nesso tra rilevazioni Invalsi e valutazione degli insegnanti (dei singoli insegnanti) è stato sancito per decreto legge.
L’articolo 16 del D. L. 12 settembre  2013 n. 104 (Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca) stabilisce “attività di formazione obbligatoria del personale scolastico” al fine di “migliorare il rendimento della didattica, particolarmente nelle zone in cui i risultati dei test di valutazione sono meno soddisfacenti ed è maggiore il rischio socio-educativo, e potenziare le capacità organizzative del personale scolastico”.
Tali attività hanno per obiettivo in particolare il “rafforzamento delle conoscenze e delle competenze di ciascun alunno, necessario per aumentare l'attesa di successo formativo, in particolare nelle regioni ove i risultati delle valutazioni sugli apprendimenti effettuate dall'Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi), anche in relazione alle rilevazioni OCSE-Pisa, risultano inferiori alla media nazionale”.

Già nella  Legge di stabilità 2013  si stabiliva che “a  decorrere  dal  2014  i risultati  conseguiti  dalle  singole  istituzioni  sono   presi   in considerazione ai fini  della  distribuzione  delle  risorse  per  il funzionamento”, ma finora il passaggio dalle singole scuole, considerate nel loro insieme,  ai singoli insegnanti (quali poi? Quelli delle materie oggetto delle rilevazioni? Tutti gli insegnanti?) non è stato ancora compiuto. Molti hanno da sempre sostenuto che il fine ultimo delle rilevazioni Invalsi era proprio quello della valutazione dei singoli docenti, ma Ministero e Invalsi hanno sempre smentito con forza questa ipotesi.

La formulazione del D. L. 104/2013 non è chiarissima, come spesso accade quando si parla di valutazione, ma alcune linee di intervento sembrano abbastanza delineate, anche se lasciano aperte molte domande sulla loro attuazione.
In primo luogo, mentre nella Legge di stabilità (pur nella ambiguità della formulazione che lasciava aperta l’alternativa tra intervento a sostegno delle scuole con problemi maggiori e “premio” alle scuole con risultati ritenuti migliori) si faceva riferimento alle scuole, nell’ultimo decreto legge si fa riferimento esplicito agli insegnanti. La logica implicita in questa scelta è l’individuazione nello scarso livello di competenza didattica e organizzativa da parte degli insegnanti, della causa del minor rendimento degli studenti nelle rilevazioni non solo nazionali, ma anche internazionali.
Le perplessità di fronte a questa scelta sono più di una e corrispondono ad altrettanti aspetti delle attività valutative condotte nel nostro paese, che verranno via via trattate e approfondite in questo “blog”. Mi limito, per ora, ad alcune considerazioni di carattere generale.

Procedure incerte
Indipendentemente dalla legittimità, dal punto di vista normativo e contrattuale, di ‘obbligare’ una parte degli insegnanti italiani a partecipare ad attività di formazione, una prima domanda che si pone è quella delle procedure attraverso cui verranno individuati questi insegnanti.
Nel Decreto si fa riferimento alle “zone” e alle “regioni” in cui i risultati dei test di valutazione sono “meno soddisfacenti”. Quello regionale è il livello di aggregazione utilizzato nella presentazione dei dati sia nelle rilevazioni Invalsi, sia in PISA.
Ma, finora, non era stato mai possibile individuare – dietro le medie regionali – le singole scuole. Quindi, delle due l’una: o si pensa di ‘obbligare’ alla formazione tutti gli insegnanti di intere regioni, oppure l’Invalsi fornirà al MIUR e agli USR i dati disaggregati scuola per scuola. Finora l’Istituto ha sempre detto che questo non sarebbe avvenuto. Per quanto riguarda PISA, poi,  il rendere noti i risultati delle singole scuole è esplicitamente sconsigliato dall’OCSE e, anzi, le scuole campionate vengono garantite sulla riservatezza dei risultati. L’Invalsi ha cambiato linea? Sarebbe opportuno che su questo gli organismi dirigenti dell’Istituto facessero chiarezza. Se, al contrario, si intende coinvolgere la totalità degli insegnanti di intere regioni è probabile che – oltre alla inutilità di una operazione del genere –le risorse previste siano di gran lunga insufficienti. E inoltre sono interessati tutti gli insegnanti o solo quelli delle materie oggetto di rilevazione? È evidente la forzatura in entrambe le soluzioni.

Infine, si tenga presente che nel Regolamento sul sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e formazione (DPR n. 80 del 28 marzo 2013) si configurano procedure di valutazione delle scuole diverse, ai cui esiti viene attribuita una funzione soprattutto in merito all’autovalutazione delle scuole. Che rapporto c’è tra le attività di formazione obbligatoria degli insegnanti e il sostegno all’autovalutazione? Quale il margine di autonomia e di responsabilità delle singole istituzioni scolastiche?

Alcuni problemi irrisolti
Tutte queste domande non hanno trovato all'oggi risposte convincenti e neanche tentativi di chiarimento. Il che è abbastanza preoccupante, tanto più che rimangono irrisolti alcuni problemi relativi alle caratteristiche delle rilevazioni Invalsi e delle prove utilizzate in esse.  Questi sono i problemi  che hanno accompagnato le rilevazioni condotte dall’Istituto negli ultimi anni, nonostante i miglioramenti intervenuti nel corso delle successive rilevazioni, che è importante riconoscere.

Il primo problema è quello delle misure che le rilevazioni consentono di costruire. Ancora oggi, pur avendo l’Istituto iniziato a utilizzare strumenti per la rilevazione delle variabili di contesto familiare e scolastico degli studenti, tali misure non vengono – se non molto parzialmente – utilizzate per ragionare sui risultati conseguiti dagli studenti. È possibile considerare tout court come “meno soddisfacenti” i risultati conseguiti dalle scuole senza una analisi attenta dei contesti entro cui vengono conseguiti?

Ancora. Per la prima volta, quest’anno, nel rapporto Invalsi si opera un confronto diacronico tra rilevazioni successive. Quanto detto (e quanto non detto) nel rapporto lascia aperte molte perplessità e molte domande. Su questo non si può accusare l’Invalsi di mancanza di trasparenza. La domanda, però, è se e in quale misura sia possibile utilizzare i risultati delle rilevazioni per individuare gli insegnanti ‘bisognosi’ di formazione (in funzione del miglioramento o del peggioramento dei risultati).

Una terza riflessione. In questi anni, l’Invalsi ha rivolto particolare attenzione al problema dei cosiddetti “comportamenti opportunistici” (quello che nel lessico specialistico viene individuato come cheating), cercando di ovviare agli stessi con analisi statistiche che consentissero la correzione a posteriori dei punteggi ottenuti dagli studenti.  Ma si tratta di correttivi che non hanno risolto e che non possono risolvere il problema dell’instaurazione e del consolidamento di un rapporto di partecipazione  e di fiducia delle scuole alle attività valutative. Credo che l’ultimo decreto, nella sua formulazione attuale, non potrà che contribuire a incentivare e diffondere il fenomeno del cheating, oltre che a forme ancora più forti, e tendenzialmente più dannose, di teaching to the test. Non sto affermando che questo sia legittimo, mi sembra soltanto che sia realistico attendersi questa conseguenza.

Ma questa è forse una delle conseguenze più dannose che l’ultimo Decreto legge rischia di avere: minare ulteriormente la fiducia delle scuole e degli insegnanti nei confronti della valutazione, fornendo alibi a chi di valutazione (interna ed esterna) non vuole sentir parlare, continuando a difendere pratiche didattiche e valutative sicuramente non migliori delle rilevazioni effettuate dall’Invalsi.

L’impressione è che le scelte di politica scolastica nel campo della valutazione (non solo della scuola, ma anche dell’università) siano al momento affidate a neofiti. Quasi sempre i neofiti si dimostrano più realisti del re, senza essere in grado di cogliere la complessità dei problemi che sono chiamati ad affrontare. A volte, nel nostro Paese abbastanza spesso, i neofiti finiscono per trovarsi nella condizione di Topolino nel disneyano Fantasia, alle prese con piatti, secchi e spazzoloni: quella di apprendisti stregoni ormai incapaci di controllare i processi che loro stessi hanno contribuito a mettere in atto.

 

Di che cosa parliamo

All’espandersi delle attività valutative della scuola e delle università si affianca un senso sempre più diffuso di incertezza, di insoddisfazione, di insofferenza, in larga misura generato dall’alone di tipo ideologico che intorno alla valutazione è stato costruito.
Non  sempre le critiche e le resistenze nei confronti delle attività valutative risultano giustificate, al contrario, a volte nascondono criteri e procedure di valutazione degli studenti certamente non migliori delle prove utilizzate nelle rilevazioni nazionali.
È per questo che è necessario riaprire un dibattito pubblico sulla valutazione in grado di coinvolgere decisori politici, scuole, università e comunità scientifica.

L'autore

Insegno Pedagogia sperimentale e Docimologia all’Università Roma Tre – Dipartimento di Scienze della formazione.
Sono stato ricercatore presso l’Invalsi e insegnante di Scuola secondaria di II grado. Mi occupo di valutazione dei sistemi di istruzione e delle scuole, con un interesse particolare per la valutazione delle competenze chiave e di cittadinanza.