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di Annamaria Palmierila scuola "scomoda"

13/01/2026

Svendita della “scuola pubblica” di inizio anno

Con un perverso “combinato disposto” di  norme, questo governo inaugura l’anno con un bel risparmio  sulla scuola pubblica, che evoca i tempi di Tremonti. E pochi se ne rendono conto.  Un breve elenco, che si può rimpinguare:

1) E’ giunta a quattro Regioni, che non hanno ancora attuato il dimensionamento voluto da Valditara con la L.197/2022 e i successivi decreti, la diffida e poi la comunicazione di commissariamento. Sono le Regioni governate dal centrosinistra, è vero, quelle che  -come  la  Campania, solo per il momento non coinvolta - hanno fatto ricorso contro una norma-capestro che innalza il numero medio degli alunni di ogni scuola autonoma a 938 alunni (ricordate? si era partiti da 600…). Ma non si creda che nelle altre Regioni la scelta di dimensionare le scuole sia stata indolore: chi scrive ha vissuto in diretta le dolorose scelte fatte in Piemonte, e basta scorrere le cronache delle diverse città d’Italia per scoprire che la protesta si è sollevata unanime da nord a sud;  molte regioni hanno solo  chinato il capo,  ottenendo in qualche caso condizioni più favorevoli.  
Bisogna dire che si tratta di una scelta non solo dolorosa, quella di tagliare le autonomie: essa non si traduce "semplicemente" in chiusura dei plessi accorpati,  ma in una perdita di identità sul territorio, nonché in una oggettiva difficoltà di gestione di complessi scolastici con molte sedi dislocate. Un solo Dirigente, una sola segreteria, l’assenza di ogni possibile dialogo quotidiano nella comunità educante.Vi sono genitori che iscrivono i propri figli alla scuola pubblica e per ben 5, 8, 10 anni  non avranno  la “fortuna” di incontrare chi la dirige.

2) il Ministro sta festeggiando il decollo della filiera del 4 + 2 tecnico-professionale, e la festeggia come se essa nascesse da un convincimento collettivo degli italiani. Non è così, purtroppo: con il D. L.127 del 2025 – quello dell’Esame di Stato- all’art.2,  come misura “urgente”,  è stata trasformata la  sperimentazione del 4+2  in offerta ordinamentale. In altri termini i dirigenti scolastici sono stati invitati (e obbligati) a attivare il percorso quadriennale (attraverso un’ ipocrita formulazione,  come “richiesta da autorizzare”) e di fatto, anche abbastanza al buio, saranno spinti a proporre dal prossimo anno ai neoiscritti un percorso  più corto di un anno. Cui prodest?  Allo sviluppo degli Istituti Tecnici Superiori (il cosiddetto +2)  di certo no, visto che non ce ne sarebbero abbastanza per far continuare gli studi a tutti gli studenti dopo i 4 anni. Alle finanze dello Stato certamente, per non parlare di  quelle della Formazione professionale, ormai di fatto “parificata” all’istruzione statale anche nella lunghezza del percorso. I più danneggiati, probabilmente,  gli studenti fragili, che potrebbero essere attratti da questo percorso  perché più breve, ma che di fatto perderanno un anno di scuola, con quel che può significare sul piano del profilo di competenze di uscita.

3) La “maturità” vecchia maniera, contenuta nello stesso decreto Legge 127/2025,  si traduce da un lato in un nostalgico ritorno alla dimensione delle discipline , le quattro “materie”, che tanti di noi “diversamente giovani” ricordano, dall’altro in un taglio di spesa per i commissari pari ad  1/3 . Sarebbe interessante indagare le ragioni di tipo psicologico che spingono ogni Ministro all’istruzione della Repubblica a modificare l’assetto dell’esame di maturità, ma non è questa la sede: di certo oggi ci sono delle solide motivazioni economiche, riuscire a spostare risorse da una parte all’altra per non aumentare mai, proprio mai, l’investimento per l’istruzione pubblica.

Perciò  si resta di stucco quando si scopre che  gli unici soldi investiti ex novo nella Legge di  bilancio 2026  sulla scuola si chiamano “buono-scuola” per le scuole paritarie! Aggirando  di nuovo il divieto posto dalla Costituzione  al  finanziamento delle  scuole non statali,  si estende l’idea del buono-scuola  alle scuole private secondarie di I e II grado, con un contributo che può arrivare a 1500 euro per le famiglie con un ISEE nemmeno particolarmente basso, fino a 30.000 euro.  A riprova che questo provvedimento vuol raggiungere una platea estesa, anche medio-borghese. Così, mentre nelle scuole pubbliche si aumentano i carichi di lavoro e le difficoltà gestionali, si favorisce uno “spostamento” delle iscrizioni  verso le private.

Una considerazione finale personale: come dipendente pubblico a tempo indeterminato  mi sono sentita sempre  una privilegiata nonostante tutto, specie guardando ai precari destini delle giovani generazioni;  tra i miei “privilegi” c’è quello di pagare regolarmente le tasse senza possibilità di imbroglio,  per poter mantenere i servizi pubblici destinati a me e a tutti i miei  cari: trasporti, scuola, ospedali, welfare. Non mi lamento certo di un reddito che addirittura mi consente - dovrei dire mi costringe?- a  pagare una aliquota molto alta, fino al 43 per cento.  

E allora mi chiedo e chiedo ai lettori: è possibile, per un cittadino o una cittadina che come me è convinta di pagare le tasse per il bene comune,  non preoccuparsi quando si scopre che con  i soldi dei propri tributi non si sta sorreggendo  la scuola pubblica per la cui qualità  ogni giorno si lavora, giacché quella il Ministero la riforma -  anzi la “innova”- sempre  a costo zero, ma si può finire per finanziare il suo principale competitor?

La domanda è ovviamente retorica.

Di che cosa parliamo

La scuola, se è vera scuola, scomoda le coscienze e le scuote dall'indifferenza poiché è luogo e pratica di democrazia, di inclusione, di tolleranza, di convivenza solidale.
La scuola, se è vera scuola, è contraria al pensiero unico, al conformismo, alle mode, al quieto vivere perché è luogo e pratica di riflessione critica, di sguardo problematico, di pensiero divergente.
E per questo la scuola è scomoda.
È  scomoda perché pratica e rispetta le diversità e i disagi, ma spesso vi si lascia travolgere e inibire e allora diviene scomoda a se stessa.
E deve essere scomoda anche per tutti coloro che la vorrebbero luogo di competizione, di gara, di apprendistato all'arrivismo e alla prevaricazione.
In tal senso  la rubrica raccoglie e racconta momenti e situazioni di scuola "scomoda", talvolta anche per se stessa e spesso per i territori in cui come Istituzione vive e agisce.

L'autrice

Dirigente scolastica presso un istituto professionale di Torino, attualmente tutor organizzatore di Scienze della formazione primaria all'università di Salerno; è stata per due mandati Assessore all'Istruzione del Comune di Napoli al servizio della scuola della sua città, intesa e praticata come diritto inalienabile e bene comune.


 

maestri copertina

Annamaria Palmieri, Maestri di scuola, maestri di pensiero, Aracne, Ariccia, 2015, pp. 246, 14 euro in volume, 8,4 euro in PDF

Nella storia dell’Italia post-unitaria la scrittura letteraria dei maestri-scrittori ha assunto un’importanza straordinaria, perché proprio la scuola ha dovuto affrontare i problemi fondamentali, e tuttora in parte irrisolti, di formazione dell’unità culturale, umana e linguistica della nazione. L’autrice affronta il nodo interpretativo di questa narrazione compiendo una scelta esemplare: tre ‘maestri’, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Lucio Mastronardi, che sono stati scrittori e intellettuali e che hanno vissuto in un’aula scolastica un momento determinante della loro esperienza esistenziale. Per tutti e tre, la scuola fu il luogo di una delusione ma anche della denuncia, humus originario del loro impegno civile, contro la degenerazione del capitalismo e le storture di una società iniqua che vanificava l’utopia democratica ed egualitaria su cui la scuola di massa era nata o stava nascendo: eroi moderni del racconto di un’umile Italia che vive un’ultima stagione di ‘resistenza’ contro la trasformazione in una nazione senz’anima e senza cuore.               

Leggi la recensione su insegnare di Rosanna Angelelli

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