Ci sono persone che fanno della scuola il proprio lavoro. E ci sono persone che della scuola diventano l’anima: per come insegnano, per come ascoltano, per la fiducia che sanno accendere negli altri.
Liborio Mingoia è stato una di queste persone.
Il suo commiato lascia un vuoto profondo nella vita di tanti studenti, di tanti colleghi, degli amici e di quanti hanno avuto la fortuna di incontrarlo e di condividere con lui un tratto di strada. Perché un grande uomo di scuola non lascia soltanto il ricordo delle lezioni tenute o degli incarichi ricoperti: lascia un modo di pensare, di stare tra le persone, di intendere la responsabilità educativa.
Il suo percorso di docente di storia e filosofia, di preside, di studioso e autore impegnato nella didattica della storia racconta una vita dedicata alla conoscenza e alla sua condivisione. Anche un’opera come Fare storia con i beni culturali, scritta con Salvina Fiorilla (Sciascia, 2001) testimonia questo impegno: cercare le strade attraverso cui il sapere possa diventare esperienza viva, occasione di scoperta e di comprensione
Ma, più ancora dei titoli e degli incarichi, a renderlo speciale era il modo in cui abitava la scuola e le relazioni.
Con competenza profonda e mai esibita. Con una professionalità discreta, che non aveva bisogno di imporsi per essere riconosciuta. Con quel passo gentile, quel garbo nei modi e nelle parole che lasciavano spazio agli altri, senza mai far pesare la distanza delle conoscenze o dell’esperienza.
Non aveva bisogno di alzare la voce per dare forza a un pensiero. La forza era nella serietà delle sue riflessioni, nella limpidezza delle sue ragioni, nella coerenza tra ciò che diceva e ciò che faceva. Ascoltarlo era un piacere e, insieme, un’occasione di crescita. Da un incontro con lui si usciva spesso con una domanda in più, con uno sguardo più ampio, con qualcosa su cui continuare a riflettere.
Per tante generazioni di studenti è stato questo: un professore che non chiedeva soltanto di sapere, ma insegnava a pensare. A interrogare la storia, a confrontarsi con le idee, a non accontentarsi delle risposte più comode. Formava teste pensanti, non pensieri tutti uguali. Incoraggiava a scegliere, ad argomentare, a riconoscere le semplificazioni, a resistere alle omologazioni. Soprattutto, trasmetteva il desiderio di conoscere.
Nelle sue ore di storia e filosofia, come negli incontri all’Università della terza età, la passione per il sapere diventava partecipazione. Non esisteva un’età
oltre la quale smettere di imparare, né una conoscenza tanto alta da non poter essere condivisa con chiarezza e generosità. Le sue erano lezioni di cultura, ma anche lezioni di vita e di stile.
Questa stessa passione ha animato il suo impegno di fondatore e presidente del CIDI di Gela: un luogo di confronto, di formazione e di crescita per il mondo della scuola. La sua presenza nelle iniziative dedicate alla comunità scolastica testimonia una concezione della professione fondata sul dialogo e sulla responsabilità educativa.
Per tanti docenti e dirigenti è stato un punto di riferimento: una presenza alla quale guardare per ritrovare il senso del proprio lavoro, alimentare la passione educativa, affrontare con maggiore consapevolezza le difficoltà della scuola. Il suo esempio ricordava che la competenza non autorizza la superiorità, che l’autorevolezza può essere gentile, che dietro ogni questione scolastica ci sono persone, storie, fragilità e possibilità da non disperdere.
Liborio quelle persone le vedeva. Al di là del ruolo, della condizione sociale, della facilità o della fatica con cui riuscivano a esprimersi. Riservava un’attenzione particolare a chi restava indietro, agli alunni in difficoltà, a chi disponeva di meno strumenti e aveva meno voce. Senza paternalismi, senza giudizi affrettati, con un rispetto autentico per la dignità di ciascuno. Era pedagogista nell’animo: sapeva che educare significa anche accorgersi di chi rischia di diventare invisibile, riconoscere una possibilità dove altri vedono soltanto un limite, non considerare nessuno definitivamente perduto.
Per questo il suo amore per la scuola era inseparabile dall’idea di giustizia. Una scuola capace di prendere sul serio la promessa dell’articolo 3 della Costituzione: non rassegnarsi alle disuguaglianze, ma impegnarsi a rimuovere gli ostacoli. Una scuola che insegna e, proprio insegnando, offre a ciascuno la possibilità di diventare cittadino consapevole e protagonista del proprio destino.
Anche il suo impegno sindacale apparteneva a questa coerenza: difendere i diritti, la dignità del lavoro, le condizioni di una società più giusta e più equa. Non una battaglia separata dalla scuola, ma un altro modo di averne cura e di custodirne la funzione sociale.
Negli ultimi tempi, nel suo sguardo si avvertiva anche l’amarezza per un mondo che cambia rapidamente e sembra talvolta smarrire l’essenziale: il valore del sapere, il rispetto delle persone, la responsabilità verso gli altri, il senso dei diritti e dei doveri. Era la disillusione dolorosa di chi alla scuola aveva dato tanto e continuava a chiederle di non perdere la propria anima. Quell’amarezza, tuttavia, non cancella il valore del suo insegnamento. Lo rende ancora più necessario. Lascia alle nuove generazioni un invito a non demordere: continuare a fare domande, coltivare un pensiero libero, mantenere viva l’attenzione sulle questioni sociali e sulle ingiustizie. Non confondere la capacità di adattarsi con la rinuncia a cambiare le cose. Non lasciare che la complessità del presente diventi un alibi per l’indifferenza.
Accanto all’uomo di scuola rimane, custodito con il rispetto dovuto alla sua discrezione, l’uomo degli affetti: marito, padre, fratello e nonno prezioso. Alla moglie, compagna anche nella scuola e nella condivisione di profondi principi educativi, ai figli e ai nipoti si stringe l’affetto di quanti gli hanno voluto bene. Custodiamo con discrezione questa parte preziosa della sua vita, così come avrebbe desiderato.
La sua eredità continua nelle aule, nelle scelte quotidiane, nell’attenzione rivolta a un alunno, nell’ascolto di un collega, nel coraggio di difendere una scuola giusta. Continua in tutti coloro che dal suo esempio hanno tratto ragioni per amare questo lavoro e per svolgerlo con maggiore umanità e consapevolezza. Il saluto a Liborio è colmo di affetto e di gratitudine: per la sua intelligenza generosa, per la nobiltà dei sentimenti, per la gentilezza mai separata dalla fermezza dei principi.
Resta la lezione di un uomo capace di avere un pensiero forte senza essere duro, di essere autorevole senza imporsi, di sapere molto senza mai far sentire piccolo nessuno.
È anche così che Liborio Mingoia continuerà a fare scuola.