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di Maurizio Muragliastereotipando

13/11/2020

“Non li possiamo controllare...”

Mai come in questo tempo di distanziamento didattico, in cui è stato istituito il diaframma tecnologico tra chi insegna e chi impara, si è assistito alla messa in scena del Controllo, vero e proprio mito della pedagogia implicita degli insegnanti delle scuole secondarie. Nei consigli di classe è tutto un chiedersi come sarà possibile verificare gli apprendimenti dei ragazzi se “non li possiamo controllare…”. Proliferano istruzioni per il controllo che sfiorano il delirio poliziesco, tra cui spicca la necessità di non staccare gli occhi dalla videocamera in modo da potere garantire la purezza della prestazione e conseguentemente l’impeccabilità docimologica del soggetto che sta dall’altra parte del monitor. Si incontrano nel proclamare la perfezione dell’atto valutativo il Controllo e l’Esattezza, che non possono mai procedere separati senza che lo zelo dell’insegnante con-i-pennacchi-con-i-pennacchi ne venga ferito.
In gioco c’è una cosa serissima. Che va detta perché lo zelo possa avanzare le sue ragioni. Parlo dell’ Oggettività, che deve essere capace di neutralizzare la richiesta di spiegazioni legittimamente tracimante dagli alunni e dalle loro famiglie. Se la valutazione non corrisponde alle loro attese, l’insegnante deve essere in grado di argomentare, e per argomentare poca chiacchiera: occorrono prove inoppugnabili, preferibilmente quantitative, e nessuna perfezione docimologica è pensabile a fronte di una prestazione contaminata dalla Meet-libertà, nemica giurata del Controllo.
Che libertà possono prendersi i ragazzi? Quella di copiare? Vade retro. Quella di consultare? Complicato. Quale docente, a chiederglielo, riterrebbe incresciosa la consultazione, come gesto culturale? Tutti consultiamo se dobbiamo esibire il nostro sapere: i libri, il PC, il web. Chiunque sia chiamato a dover relazionare o comunque a mostrare di essere in possesso di determinate conoscenze deve consultare. Pertanto ha il diritto di dotarsi del tempo necessario per consultare. Ma funziona così nelle nostre - così ancora si chiamano, evocando i commissariati - interrogazioni?

Diciamolo. Quanto ci seduce la persona colta? Quanto seduce l’immaginario dei docenti italiani l’intellettuale che sciorina il suo sapere senza consultare nulla, così, attingendo alla sua mente enciclopedica? Quanto conta questo mito nella prassi delle nostre scuole, quando si desidera che il nostro allievo risponda alle nostre domande attingendo esclusivamente alla sua mente? C’è un’idea di sapere dietro un mito del genere? Di sapere bello pronto e disponibile ad essere estratto ed esibito? Di sapere per il quale non c’è bisogno di cercare, consultare, collegare?
Tutto sincronico. Io faccio la domanda, tu non guardi niente altro che me e tiri fuori la risposta. Risposta non inquinata da fonti indesiderate e disponibile ad essere etichettata dal Valutatore Oggettivo. Altro che libertà. Qua disciplina ci vuole.

Che birberia ‘sta didattica a distanza. Sta finendo per rendere necessario e urgente tutto ciò che nella didattica in presenza era praticato solo da insegnanti di un certo tipo. Che possono uscire finalmente dalla clandestinità ed essere riconosciuti dai Controllori. Chi erano costoro? Proviamo a farne un identikit spicciolo: quelli che prenditi tempo per rispondere, quelli che puoi guardare il libro, quelli che parlane col compagno di banco, quelli che la tua risposta andava bene per una domanda diversa, quelli che ragioniamo insieme su questa risposta sbagliata, quelli che perché hai copiato proprio questo, e altra materia. Insomma quelli che considerano il Controllo il vero fallimento relazionale ed educativo. Quelli che sanno rischiare: di restare delusi, di essere presi in giro, di non essere ringraziati, di essere traditi. L’insegnante è tale perché coltiva l’umanità. Che non è forza, ma fragilità. Ora questi docenti diventano decisivi.
Gli altri? Quelli, in assetto di presenza, rappresentavano la fauna ordinaria, peraltro ben foraggiata da tutta una costellazione di soggetti - dirigenti scolastici, studenti, famiglie - che in nome di una caricatura di “giustizia” invocavano pronunciamenti inoppugnabili scritti col sangue sul registro elettronico. Argonauti della valutazione. Ma la didattica a distanza ha fatto saltare il tavolo mettendo alle strette quella fauna, che per non rischiare l’estinzione adesso serra i ranghi e irrigidisce fino al grottesco la propria attitudine inquisitoria. Da qui sguardi che non devono staccarsi dalla videocamera, prove oggettive sincrone che fanno vedere seduta stante i risultati ed altra materia tutta orientata a sconfiggere il grande nemico del lavoro scolastico: L’Incertezza.

Il Titanic affonda, ma c’è ancora spazio per l’ultimo colpo di coda del Docente illusionista: “a me gli occhi, please”.

Di che cosa parliamo

Traendo spunto da espressioni molto popolari negli ambienti scolastici, la rubrica scava nelle logiche implicite di certe affermazioni e lascia intravedere quale concezione di scuola e di didattica a esse soggiace. È un’occasione per rimettere a fuoco alcuni fondamentali della professione tentando di smascherare le pedagogie implicite che si annidano dietro i miti e i riti linguistici della scuola.

L'autore

Insegna Lettere in un Liceo Classico di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formazione per le scuole e scrive su riviste specializzate. È  anche opinionista de "la Repubblica" di Palermo sugli stessi temi. I suoi interessi riguardano soprattutto il rapporto tra curricolo, saperi e competenze. Sul curricolo nel 2011 ha pubblicato un libro per Tecnodid.

www.mauriziomuraglia.com

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