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di Maurizio Muragliastereotipando

07/02/2015

"Suo figlio non studia"

Al passaggio di quadrimestre la scuola italiana è presa dalla valutazione “periodica” degli apprendimenti, con tanto di pagelle e ricevimenti genitori. Non è nuovo il mio interesse per il frasario utilizzato all’interno degli incontri “ufficiali” tra scuola e famiglia. [1]
Qui vorrei passare ai raggi x una delle espressioni utilizzate più frequentemente nelle situazioni di “profitto” più dolorose: “Suo figlio non studia”. Chi non l’ha mai pronunciata alzi la mano. Ma alzi la mano anche chi ne ha fatto qualche volta un’analisi semantica. E qui le mani alzate saranno certamente di meno, perché gli stereotipi sono sempre duri a morire e a scuola, si sa,  sono utili soprattutto per non perdere troppo tempo in elucubrazioni. Una bella frase fatta, collaudata da anni di impiego massiccio, potrà sempre fare allo scopo, e “Suo figlio non studia” sembra proprio una di queste.
Proviamo però a smontarla, per quanto possa sembrare paradossale: cosa ci sarebbe da smontare? Soggetto: suo figlio. Predicato: non studia. Su “suo figlio”, con tutta evidenza, nulla da dire. Trattasi di un dato di fatto. Cosa resta allora? Resta una cosa grande così: il verbo studiare. Non solo, ma resta il verbo studiare attribuito ad un soggetto del quale si dicono azioni di cui non si è testimoni oculari. E qui viene il bello.

Prima questione. “Suo figlio non studia” uguale “Suo figlio a casa non tocca libro”. Cosa potrebbe significare di diverso? E’ di tutta evidenza che la prof (ci piace riferirci ad una donna, ma solo per frequenza statistica non per altro) non vive a casa dell’alunno, e quindi compie una vera e propria inferenza. L’affermazione “Suo figlio non studia” è infatti un’inferenza. Per restituirle spessore argomentativo forse occorrerebbe integrarla così: “A quanto mi è dato di constatare nella mia disciplina, suo figlio non studia”, che esalterebbe la valenza indiziaria dell’affermazione di cui qui si discute. Se così fosse, il dialogo scuola-famiglia potrebbe trarne vantaggio, come sempre si trae vantaggio quando in una discussione i partecipanti al dialogo circoscrivono le affermazioni al punto di vista di chi le enuncia, cercando così di apparire assertivi.

Seconda questione. Ma anche all’interno di una possibilità assertiva, che attiene allo stile della discussione, non si può sfuggire alla questione di contenuto che si annida dietro la “constatazione” del non studiare. Cosa vede la prof? L’apprendimento in quanto tale? Certamente no. Quel che vede è quel che l’allievo è in grado di far vedere del proprio apprendimento anche in virtù del tipo di sollecitazioni proposte dall’insegnante. Come dire che siamo davanti ad un sistema più grande, chiamato “apprendimento”, che sfugge alla constatazione diretta di chiunque (qualcuno ha mai indagato gli apprendimenti nella mente di un essere umano?), ad un primo sottosistema, chiamato “prestazione” che invece ricade sotto l’osservazione (oggettiva?) dell’insegnante; e infine ad un ulteriore sotto-sotto sistema che potremmo chiamare “congruenza”, che ha a che fare con il nesso tra la prestazione osservata e le domande proposte dal valutatore. Utilizzando il linguaggio dell’informatica, potremmo affermare che l’insegnante riceve gli output dell’alunno, prodotti in modo congruente con l’input ad esso inviato.

Terza questione. Utilizzando un paradigma indiziario, alla luce di quanto si è fin qui detto, l’insegnante sarebbe davanti ad un output che le permetterebbe di risalire all’input da lei stessa fornito al momento del compito o dell’interrogazione. Non solo, ma le consentirebbe altresì di risalire ad un secondo input, quello fornito al momento della spiegazione, se ella volesse stabilire anche un nesso tra output della prova e input risalente al momento, come suole dire oggi, “erogativo”. E magari la nostra prof avrà compiuto questo passaggio indiziario chissà quante volte. Poiché Marco “prende” (nel senso che glielo dà l’insegnante: egli con tutta evidenza non “prende” proprio nulla….) sempre “tre” o “quattro”, vorrà dire che Marco:
1) non ha ben capito le domande e il loro nesso con le spiegazioni;
2) non ha capito a monte le spiegazioni;
3) non sono avvenute le spiegazioni;
4) ha compreso le spiegazioni e a casa non le ha approfondite (non le avesse capite o non fossero esse avvenute, ci sarebbe stato poco da fare a casa per il nostro Marco…).

Quarta questione. Il verbo studiare. Alla luce di quanto sopra, che vuol dire “studiare” (e quindi, sul piano epistemologico, valutare il significato dello stereotipo “suo figlio non studia”)? Treccani: "Applicarsi all’apprendimento e all’approfondimento di uno o più campi o settori di conoscenza e di esperienza, o anche di un singolo argomento". Apprendere e approfondire. Dunque qualcosa che ha a che fare con il passaggio dalla superficie alla profondità. Dovrebbero essere le competenze, se Recalcati è d’accordo. [2] Sì, le competenze, quelle cose che potrebbero cominciare a prendere corpo a casa solo quando a scuola è avvenuto qualcos’altro, quella storia dell’input di cui si parlava. Dunque, come si può vedere, arrivati alla quarta questione, tutta la faccenda si è ingarbugliata dietro l’apparente facile “Suo figlio non studia”, cui un genitore molte volte può opporre: “Ma io veramente lo vedo nella sua stanza con i libri”. Anche il genitore non ha molte carte in mano. Egli vede un corpo seduto a tavolino con dei libri aperti. Che ne sa di quel che sta avvenendo nella testa del figlio, e che ne sa del nesso che si può instaurare tra quel che succede nella testa del figlio e le spiegazioni (se ci sono state) dell’insegnante, e che ne sa del nesso che c’è tra queste spiegazioni e le domande dell’interrogazione, e che ne sa della capacità che non avrebbe avuto il figlio di muovere ciò che sapeva a fronte di queste domande? Non ne sa con tutta evidenza nulla.

Quinta e ultima. Ma questo gioco di incastri, che poi è il gioco della valutazione, dovrebbe essere di pertinenza della signora prof, che però non può squadernare tutto questo suo sapere all’interno di un ricevimento di un’ora per classe, con folle inferocite di genitori che aspettano da due ore. Se Marco ha “quattro”, insomma, vorrà dire che Marco non “studia”, cioè non è capace di apprendere o approfondire quelle “cose” che a scuola l’insegnante blabla, e sulle quali poi l’insegnante blabla, determinando, forse, il fatto che Marco all’interrogazione blabla. Il genitore non può pretendere in pochi minuti che la prof gli spieghi tutto questo. Marco non studia. Che per favore la smetta e si metta a studiare.

 

 

 

Note

1. M. Muraglia, Fare di più o fare di meglio, Scuolainsieme, 2/2011.
2. M.Muraglia, L’ora in-competente di lezione, insegnareonline, 1/2015

Di che cosa parliamo

Traendo spunto da espressioni molto popolari negli ambienti scolastici, la rubrica scava nelle logiche implicite di certe affermazioni e lascia intravedere quale concezione di scuola e di didattica a esse soggiace. È un’occasione per rimettere a fuoco alcuni fondamentali della professione tentando di smascherare le pedagogie implicite che si annidano dietro i miti e i riti linguistici della scuola.

L'autore

Insegna Lettere in un Liceo Linguistico di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formazione per le scuole e scrive su riviste specializzate. È  anche opinionista de "la Repubblica" di Palermo sugli stessi temi. I suoi interessi riguardano soprattutto il rapporto tra curricolo, saperi e competenze. Sul curricolo nel 2011 ha pubblicato un libro per Tecnodid.

www.mauriziomuraglia.com

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