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di Maurizio Muragliastereotipando

11/04/2018

"Non ha metodo di studio"

Molto spesso nei Consigli di Classe o ai ricevimenti dei genitori si sente dire che quel tal ragazzo… “non ha metodo di studio”. Però viene un dubbio. Quanti insegnanti saprebbero rispondere a un’eventuale domanda di chiarificazione, del tipo: “Scusi, cosa intende lei per 'metodo di studio'? Cosa dovrebbe fare mio figlio?” Il sospetto è che parecchi potrebbero provare un certo imbarazzo. In parte per la complessità della questione in sé, in parte per l’irresistibile attrazione che esercitano gli stereotipi sugli animi dei docenti. Specialmente gli stereotipi risolutivi, come “É demotivato…”, “Potrebbe fare di più…”, “Non si applica…”. Sono frasi che hanno il potere di chiudere il problema in una formula apparentemente vincente. Come dire che se fosse motivato… se facesse di più…se si applicasse…, ci sarebbero le condizioni per il cosiddetto successo scolastico.

E così pure si dice: “…se avesse metodo di studio”. Tanto che recentemente un accademico che spesso ama pronunciarsi sulla scuola, l’archeologo prof. Salvatore Settis, ha accusato la stessa di avere sostituito il contenuto col metodo. Qualcuno  -questa rivista né da ampiamente conto- gli ha risposto che quello di cui accusa la scuola è proprio quel che non è successo. Vero. Aggiungo: se fosse successo, nove insegnanti su dieci non lamenterebbero proprio la mancanza di metodo di studio e non ascriverebbero proprio a questa l’insuccesso scolastico di taluni allievi. Delle due l’una: o ‘sto metodo si insegna nelle nostre scuole oppure no.

Ma qui la questione si fa spinosa. Cosa si intende per “metodo di studio”? E poi: questa roba è insegnabile? Che risposta può dare a queste domande la vita delle classi?

La parola viene dal greco e ha a che fare col sostantivo odòs che vuol dire “via” e con la preposizione metà, che vuol dire “dopo", "dietro”. Si direbbe che avrebbe a che fare con lo stare “dopo” nella via, cioè nell’andar dietro a qualcosa, nel ricercare probabilmente. É un parola che designa un agire, un percorrere e perseguire strade, qualcosa di simile all’attività dell’investigatore. L’allievo senza metodo sarebbe l’allievo inerte, che non curiosa tra i saperi, che non si attiva, che non va dietro a niente. Questo intendono i docenti? Chissà.

la Treccani definisce così il "metodo": “Ogni procedimento inteso a raggiungere una conoscenza valida, dotata di significato e, soprattutto nel caso della filosofia, vera”. Anche con la Treccani si può pensare a qualcosa di processuale, di collocato nel tempo, disseminato di azioni. La definizione della Treccani apre scenari interessanti alla didattica, perché introduce elementi di validità, significatività e verità attribuibili alla conoscenza che si intende raggiungere. C’è addirittura un riferimento alla filosofia!

Se volessimo lavorare un po’ sulla questione semantica in chiave pedagogica e didattica, potremmo pensare al metodo come a qualcosa colla quale non si nasce. Il metodo, così inteso, lo devi imparare da qualcuno, soprattutto se quel qualcuno lo adotta. É probabilmente una faccenda di apprendistato, il metodo. Se vedo un altro che di fronte a un oggetto qualsiasi si muove in un certo modo cercherò di fare lo stesso o di chiedergli cosa sta facendo.

Non avere metodo, in questa chiave, significherebbe non sapere cosa fare per imparare. Curioso: l’Europa ci martella con la competenza chiave “imparare a imparare”. Ci mancherebbe: è la madre degli apprendimenti. É lei, il metodo. Ma per imparare a imparare occorre che qualcuno insegni a imparare, a patto, ovviamente, che questo qualcuno abbia a sua volta imparato a imparare e, quindi (non è uno scioglilingua) imparato a insegnare.

Un labirinto? Apparente. É l’intreccio della scuola. Imparare e insegnare. Il metodo probabilmente non è una cosa che si ha o non si ha. É il modo di usare la mente per avvicinarsi alla conoscenza. La conoscenza è ovunque, e la mente vi si avvicina come può. Ma è la scuola che ti insegna ad avvicinarti con criterio. Appunto, con metodo.

Non sono sicurissimo che tutti gli insegnanti, quando dicono al genitore, “non ha metodo”, suppongano tutto questo. Forse se lo supponessero si asterrebbero dal dire la cosa. Perché capirebbero che la questione non riguarda un presunto possesso innato dell’allievo, ma una prassi intellettuale che soltanto un adulto colto può innescare. Un adulto a sua volta abituato a studiare con metodo.

 Sarebbe interessante pensare che tutti gli insegnanti studino con i loro alunni. Ma proprio studiare, porsi problemi, cercare fonti, discuterle. Mettere le informazioni in un ordine sensato e poi convenire su quello che si è imparato insieme. Una vera competenza metodologica sviluppata in coesistenza: insegnanti e studenti. Che imparano insieme a imparare. É scuola questa? E se non questa, cos’è la scuola?

Di che cosa parliamo

Traendo spunto da espressioni molto popolari negli ambienti scolastici, la rubrica scava nelle logiche implicite di certe affermazioni e lascia intravedere quale concezione di scuola e di didattica a esse soggiace. È un’occasione per rimettere a fuoco alcuni fondamentali della professione tentando di smascherare le pedagogie implicite che si annidano dietro i miti e i riti linguistici della scuola.

L'autore

Insegna Lettere in un Liceo Linguistico di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formazione per le scuole e scrive su riviste specializzate. È  anche opinionista de "la Repubblica" di Palermo sugli stessi temi. I suoi interessi riguardano soprattutto il rapporto tra curricolo, saperi e competenze. Sul curricolo nel 2011 ha pubblicato un libro per Tecnodid.

www.mauriziomuraglia.com

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