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di Maurizio Muragliastereotipando

14/04/2017

"Se opportunamente guidato"

Questo è uno stereotipo un po’ speciale. Perché fa parte del cosiddetto “ministerialese”, cioè di quella sorta di impasto linguistico che risulta dall’incrocio tra acquisizioni della scienza pedagogica, strategie della politica scolastica e senso comune. Si tratta di un innocentissimo inciso contenuto nella formulazione del livello iniziale di certificazione delle competenze nel primo ciclo. Che ha una sua storia. I livelli di certificazione già vigenti per il secondo ciclo dal 2010 erano tre: base, intermedio e avanzato. Tutti in positivo, ovviamente, perché si riferiscono comunque a competenze più o meno rilevate. Nel 2015, invece, si è ritenuto di far assurgere al livello di soggetti “competenti” anche alunni che riescono a “svolgere complici semplici in situazioni note” in modo non proprio autonomo. E per far questo si è pensato ad una formulazione di questo genere: L’alunno, se opportunamente guidato, svolge compiti semplici in situazioni note. La recente riformulazione del modello di certificazione ha mantenuto questa impostazione.
Il  “se opportunamente guidato”, pur nella sua innocenza di inciso, apre un mondo di significati che qui, nella rubrica degli stereotipi,  mi pare doveroso analizzare.

L’implicito è che sia possibile che taluni allievi non riescano a svolgere compiti semplici in situazioni note se qualcuno non li guida. Il termine “guidare” mi pare rilevante. Si sa che una competenza si rende palese quando se ne ravvisa la componente di “autonomia”, che nel livello iniziale di certificazione, di cui qui si discute, apparirebbe non pienamente realizzata perché l’alunno dev’essere guidato. Ma guidare gli alunni nel percorso di sviluppo delle competenze è proprio così eccezionale? Talmente eccezionale da meritare il correttivo “opportunamente”? Cosa si annida dietro questo avverbio? Quale implicita prassi viene sconsigliata? Guidare “inopportunamente” cosa vorrebbe dire?

Sono interrogativi solo apparentemente oziosi. In realtà quel livello iniziale è molto “politico”. Ci sono alunni che da soli non ce la fanno. Ma qui mi chiedo: e tutti gli altri allievi, quelli dei livelli base, intermedio, avanzato, nella primaria e nella secondaria, ce la fanno da soli? La politicità di quell’inciso probabilmente sta nella sua scomparsa negli altri livelli. Certo, sarebbe stato paradossale ripetere in ogni livello la precisazione “opportunamente guidato”. Lo sarebbe stato per la sua ovvietà. Quale insegnante non “guida opportunamente” quando va in classe?

Far sì che le conoscenze non rimangano inerti, ma che il conoscere acquisti sensatezza, spessore, traduzione in comportamenti culturali. Questo si è sempre fatto (tentato di fare) nelle pratiche scolastiche. Oggi a tutto questo diamo il nome di “competenze”, e certifichiamo a che livello riteniamo che questi processi abbiano avuto compimento, o almeno un certo compimento. Ma il legislatore sa bene - o almeno dovrebbe sapere - che questo compimento, a tutti i livelli certificati, non può realizzarsi senza “opportuna guida” di chi insegna. Solo chi insegna, mentre insegna, ha la possibilità di rendere le conoscenze degli allievi disponibili a decostruzioni e ricostruzioni. A mobilitazioni finalizzate. Un compito autentico non è che la possibilità di rivisitare i propri apprendimenti (non tutti, ma quel che all’uopo servono) in contesti problematici, attivi. In situazioni “non note”. Perché se le situazioni sono note finisce l’autenticità. Le situazioni possono essere non note rimanendo semplici, perché in quest’ambito il contrario di semplice é complesso, ma complesso non vuol dire complicato. Complesso ha una forte valenza di autenticità perché implica che non si sta “ripetendo la lezione”, ma si sta riflettendo sul da farsi all’interno di una questione che riguarda una certa area di pensiero e di azione (lingua, storia, scienze, matematica, tecnologia ecc.).

Ci vuole perciò una guida, sempre. Dove non c’è una guida si chiede di ripetere la nozione o fare l’esercizio. Quindi l’opportunamente guidato forse è pleonastico, didatticamente parlando. E quando qualcosa è pleonastico rischia di diventare uno stereotipo. Cioè quella roba che se tu lo aiuti ce la fa. Ma lo devi aiutare in modo opportuno, che se appena esci dall’area dell’opportunità finisce a cheating. Orrore: il cheating. Cioè quando uno non lo sa fare e qualcun altro lo aiuta. Non sia mai. Il sistema i nostri allievi deve vederli nella loro splendida solitudine. Perché così si potrà vedere chiaro che quelli del Sud i quiz non sanno farli e quelli del Nord invece sì. Si sa che per fare i quiz bene bisogna essere davvero competenti. E la competenza si manifesta in totale autonomia/solitudine. Altro che “opportunamente guidati”.

Si può dire senza essere bacchettati da tutti i pretoriani del misurabile-migliorabile-rendicontabile che una competenza scolastica è un concetto evolutivo e si può sviluppare soltanto se alla cabina di regia c’è un adulto colto che guida opportunamente? Cioè che spiega in modo significativo, che fa lavorare sulle conoscenze in modo significativo, che le monitora in modo significativo e che poi ne valuta il grado di sviluppo insieme ai suoi stessi allievi?

Se questo si può dire, allora si può destereotipare l’ “opportunamente guidato” e farlo sparire dall’orizzonte della cosiddetta certificazione. Facendolo sparire faremmo sparire anche il livello iniziale, pensato per gli sfigati d’Italia, e manterremmo le altre tre possibilità che contengono l’opportunamente guidato come implicito necessario. Non facendo questo resterà sempre l’impressione che negli altri tre livelli si annidi la bella lezione trasmissiva mascherata di competenze e nel livello iniziale abiti l’esercito dei somari, opportunamente guidati, a ripetere la lezioncina “semplice” e “nota”.

Di che cosa parliamo

Traendo spunto da espressioni molto popolari negli ambienti scolastici, la rubrica scava nelle logiche implicite di certe affermazioni e lascia intravedere quale concezione di scuola e di didattica a esse soggiace. È un’occasione per rimettere a fuoco alcuni fondamentali della professione tentando di smascherare le pedagogie implicite che si annidano dietro i miti e i riti linguistici della scuola.

L'autore

Insegna Lettere in un Liceo delle Scienze Umane di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formazione per le scuole e scrive su riviste specializzate. È  anche opinionista de "la Repubblica" di Palermo sugli stessi temi. I suoi interessi riguardano soprattutto il rapporto tra curricolo, saperi e competenze. Sul curricolo nel 2011 ha pubblicato un libro per Tecnodid.

www.mauriziomuraglia.com