Home - i/stanze - stereotipando - Recuperare

di Maurizio Muragliastereotipando

04/06/2020

Recuperare

Tutte le scuole si stanno misurando con due commi. L’invincibile burocrate che è in (quasi) ogni insegnante si scervella per capire cosa deve mettere nelle ultime due trovate acronimiche: PIA e PAI, sulle quali già proliferano vignette di ogni genere. Qui invece occorre la serietà necessaria per capire quali presupposti didattici si annidino nella scelta del legislatore in relazione ai commi 1 e 2 dell’art. 6 dell’Ordinanza sulla valutazione del 16 maggio scorso. Parola d’ordine: recuperare.

Primo presupposto (PIA). La DAD potrebbe non avere consentito di realizzare gli apprendimenti progettati. Pertanto occorre stilare un Piano che integri gli apprendimenti mancati: un “Piano di integrazione degli apprendimenti”. Ovvero: recuperare il perduto. Prescindendo per brevità dall’interrogarsi su cosa intenda il legislatore per “progettazione”, conversando qua e là con i docenti si scoprono due squadre: quelli che “io ho fatto quello che dovevo fare e non devo integrare niente”; e quelli che “non sono arrivato a fare questo o quello”. Intanto occorre puntualizzare che un conto è individuare “attività non svolte”, un altro è “integrare apprendimenti”. Nel primo caso la questione ha a che fare con l’efficienza dell’insegnare, nel secondo con l’efficacia dell’apprendere. Il Piano mescola i due aspetti e chiede di inserire, in una colonna di un’eventuale tabella esplicativa, le attività non svolte, mentre in un’altra chiede di correlare ad esse gli obiettivi di apprendimento. Il tutto detto con il proverbiale contorsionismo linguistico ministeriale: “Li inseriscono (sc. gli obiettivi di apprendimento) in una nuova progettazione finalizzata alla definizione di un piano di integrazione degli apprendimenti”. Progettazione-definizione-integrazione. Molto raffinato. Si intende: recuperare quel che non si è fatto.

Ma a voler spacchettare la scatola chiusa della terminologia ministeriale ci si potrebbe chiedere anche quale nesso ci sia tra attività e obiettivi. Le attività sono lezioni, spiegazioni, compiti? E quali sarebbero quelle attività che, in quanto “non realizzate”, avrebbero precluso il raggiungimento degli “obiettivi di apprendimento” progettati? Non c’è da esser certi che la lettura dei docenti sia univoca. Per questo si creano le due squadre cui si faceva cenno prima. È così pacifico che dietro le “attività”, soprattutto alle superiori, non si celi una bella massiccia dose di contenuti - copia e incolla dagli indici dei libri di testo - da scaricare addosso ai ragazzi fin dal primo giorno di scuola come giusta espiazione per la loro Distanza?

Secondo presupposto (PAI). Chi presenta un voto inferiore a sei decimi sarà promosso, ma c’è espiazione da recupero in vista anche per lui. Espiazione che si somma eventualmente alla precedente, perché se Fabio dovesse chiudere l’anno con quattro in Scienze e se l’insegnante di Scienze avesse previsto per tutti un’integrazione degli apprendimenti (o delle attività?) di Scienze, non si fa fatica a immaginare la condizione derelitta in cui si verrebbe a trovare il povero Fabio, chiamato ad integrare quello che integrano tutti e a colmare quel che riguarda solo lui. Certo, perché un eventuale PAI, ovvero un “Piano degli apprendimenti individualizzati”. conterrebbe gli obiettivi di apprendimento che riguardano il solo Fabio (e quindi non i suoi compagni) e le “strategie” che l’insegnante porrebbe in essere per migliorare i suoi livelli di apprendimento. Quanto seduce la parola “individualizzato”…  

Fin qui i presupposti. Ma non si può fare troppo torto al legislatore. Se non avesse scritto quei due commi probabilmente sarebbe stato criticato da tutto un fronte di insegnanti che ritiene di dovere recuperare qualcosa che la DAD ha fatto perdere. Sul fatto che la DAD abbia fatto perdere non qualcosa, ma ogni cosa, mi sono pronunciato altroveQuella non è didattica né tanto meno scuola. Né quella che è stata chiamata valutazione poteva chiamarsi tale, con buona pace (se la trovano) di tutti coloro che hanno cercato spasmodicamente di controllare, verificare, misurare, sanzionare. È evidente che il legislatore, senza quei due commi, avrebbe rischiato l’impopolarità soprattutto presso chi piange ancora per non avere potuto sciorinare tutti i contenuti “progettati” e non avere potuto mettere a posto quei birbanti che si negavano alla videocamera e si facevano gli affari loro.

Dunque PIA e PAI come strumenti espiatori e inibitori di qualsiasi elaborazione del lutto. Sì, perché la DAD in se stessa ha procurato lutto: infinita è la serie delle cose che sono morte, prima tra tutte il corpo e tutte le emozioni che il corpo si trascina, senza le quali non si dà un briciolo di apprendimento che abbia speranza di resistenza nel tempo. Ma PAI e PIA esprimono la fede del legislatore di poter recuperare ciò che è perduto. Una fede che cerca proseliti tra gli insegnanti impegnati in questi giorni ad elencare freneticamente “oggetti” da recuperare, ovvero da mettere nel grande sacco chiamato anno scolastico 2020-2021. Quelle che non sembrano più recuperabili invece sono la chiarezza concettuale e la possibilità di intendersi sui fondamentali dell’insegnamento. Roba vecchia sommersa dagli stereotipi nobilitati da neoacronimi che strizzano l’occhio al senso comune delle sale (virtuali) professori.

 

Di che cosa parliamo

Traendo spunto da espressioni molto popolari negli ambienti scolastici, la rubrica scava nelle logiche implicite di certe affermazioni e lascia intravedere quale concezione di scuola e di didattica a esse soggiace. È un’occasione per rimettere a fuoco alcuni fondamentali della professione tentando di smascherare le pedagogie implicite che si annidano dietro i miti e i riti linguistici della scuola.

L'autore

Insegna Lettere in un Liceo Classico di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formazione per le scuole e scrive su riviste specializzate. È  anche opinionista de "la Repubblica" di Palermo sugli stessi temi. I suoi interessi riguardano soprattutto il rapporto tra curricolo, saperi e competenze. Sul curricolo nel 2011 ha pubblicato un libro per Tecnodid.

www.mauriziomuraglia.com

website