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di Maurizio Muragliastereotipando

29/10/2016

"Ripartiamo da..."

Non so quanti hanno notato, negli ultimi anni, il ricorrere – nei dibattiti pubblici, nelle locandine di convegni e seminari – dell’espressione “ripartiamo da”. Negli ultimi anni è diventato un mantra. Ovunque si pensi di dare un titolo ad un’iniziativa che riguarda la scuola, sembra che “ripartiamo da” rappresenti la soluzione più ovvia. Un vero stereotipo.
In qualche caso la scuola complessivamente intesa rappresenta ciò da cui ripartire: la politica ad esempio dichiara che intende “ripartire dalla scuola”. Ma anche in questo caso se si deve ripartire dalla scuola occorre individuare, nella scuola, il punto da cui ripartire affinché il Paese possa ripartire dalla scuola.

Uno dei luoghi da cui ripartire, si sarà notato, sono i docenti. Tutti i politici lo dicono. Ripartiamo dai docenti. Ma che vuol dire ripartire dai docenti? E che vuol dire ripartire? I docenti si sono fermati? I ragazzi non si sono più diplomati in Italia? Nel tempo in cui i docenti si sono fermati che cosa è avvenuto nelle classi? Abbiamo sfornato ignoranti? E’ possibile che i docenti si siano fermati sul cammino del successo formativo di tutti gli studenti e che invece abbiano continuato a camminare sul terreno della mera efficienza. A questo punto, i risultati mediocri dei nostri alunni farebbero pensare che i docenti si sono fermati. Ma chi li ha fatti fermare? E soprattutto a partire da quando si sono fermati?

In effetti non sembra che negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso la cosa stesse così. Non che in quei decenni le cose della scuola andassero a gonfie vele, ma si ha la sensazione che  comunque . andassero, e che non ci fosse bisogno di ripartire da qualche punto. Se non vogliamo considerare questo “ripartire” come un mero espediente retorico, ma vogliamo dargli significato storico, dobbiamo considerare che una ripartenza implica che su qualcosa ci si è fermati. Si camminava, e poi ci si è fermati. Perché non…. fermarsi un attimo a riflettere su cosa potrebbe essersi fermato nel cammino della riflessione e della legislazione sulla scuola?

Facciamo un passo indietro e torniamo al marzo del 1997. Ricordo la soddisfazione generale che accompagnò la legge sull’autonomia scolastica. Il giorno dell’approvazione della Legge Bassanini il CIDI celebrava il suo Convegno Nazionale a Palermo, con la presenza dell’allora Ministro Berlinguer. Nessuno in quell’epoca parlava di “ripartire” da qualcosa. Si partiva invece, eccome! Si partiva con tante idee, il successo formativo, il curricolo, la scuola come ricerca, le reti, le competenze, il rapporto col territorio. Si partiva, non si ri-partiva. Certo, la questione docenti era in piedi: pagati poco, motivati poco, formati poco, e si studiava il modo per smuovere la palude. Il modo fu sbagliato: si chiamò "concorsone".
E il Ministro dell’autonomia cadde.

Il processo innescato dall’autonomia venne raccolto per un breve tempo dal subentrante Ministro De Mauro, ma dal 2001 cominciò una stagione, che dura tutt’ora, in cui paradossalmente la proliferazione normativa raggiunse livelli mai visti, da Moratti a Fioroni a Gelmini a Profumo a Carrozza e, adesso, a Giannini. Una montagna di norme. Norme che normano, norme che abrogano norme, norme che convivono, norme da armonizzare, norme che si contraddicono.
E’ in questo quindicennio che la scuola (i docenti) si è…. fermata? Si direbbe di sì. Anzi, non si “direbbe”, ma si può affermare con certezza di sì. Nel quindicennio 2001-2016 la scuola si è fermata. E si tenta sempre di farla “ripartire” da qualcosa. Anche la recente 107 è un tentativo di ripartire da qualcosa. Ciascuno sceglie l’ambito da cui ripartire, ma - come si diceva - il più gettonato è quello dei docenti. Raramente qualcuno dice ripartiamo dagli studenti, o dai dirigenti, o dalle famiglie, o dal personale amministrativo, o dall’edilizia scolastica. O ancora dal curricolo, dalla valutazione, dalle competenze, dall’educazione. No. Dai docenti.

Come dire che, se la scuola si è fermata, si è fermata perché i docenti si sono fermati. Quindi bisogna rimettere in movimento loro.  Ed è quanto forse ha inteso fare la Legge 107, partendo dai seguenti impliciti:

  • I docenti sono fermi perché mal pagati: bonus per tutti (500 euro) e bonus aggiuntivo per i meritevoli;
  • I docenti sono fermi perché non sono formati: formazione obbligatoria;
  • I docenti sono fermi perché gravati dal lavoro: organico "potenziato";
  • I docenti sono fermi perché adottano didattiche antiquate: piano scuola digitale.

Se tutte queste misure andranno a buon fine i docenti si rimetteranno in movimento e così anche la scuola ripartirà. Compriamo il biglietto e speriamo.

 

 

Di che cosa parliamo

Traendo spunto da espressioni molto popolari negli ambienti scolastici, la rubrica scava nelle logiche implicite di certe affermazioni e lascia intravedere quale concezione di scuola e di didattica a esse soggiace. È un’occasione per rimettere a fuoco alcuni fondamentali della professione tentando di smascherare le pedagogie implicite che si annidano dietro i miti e i riti linguistici della scuola.

L'autore

Insegna Lettere in un Liceo Linguistico di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formazione per le scuole e scrive su riviste specializzate. È  anche opinionista de "la Repubblica" di Palermo sugli stessi temi. I suoi interessi riguardano soprattutto il rapporto tra curricolo, saperi e competenze. Sul curricolo nel 2011 ha pubblicato un libro per Tecnodid.

www.mauriziomuraglia.com

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