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di Maurizio Muragliastereotipando

18/07/2015

Non รจ serio un esame con soli commissari interni!

Adesso che gli Esami di Stato del secondo ciclo si sono conclusi, val la pena forse, alla luce di esperienze rilevate qua e là, di tornare su un argomento delicato, quello della composizione delle commissioni, correndo il rischio dell’impopolarità ma denunciando qualche stereotipo di troppo. 

Il fuoco di sbarramento

Il fuoco di sbarramento autunnale creatosi nell’anno scolastico appena concluso dinanzi alla prospettiva di modificare la composizione delle commissioni per l’Esame di Stato del secondo ciclo, eliminando la componente esterna, è stato talmente compatto e autorevole da intimorire tutti coloro che eventualmente avessero avuto la pallida intenzione di approvare la modifica. La petizione lanciata da Giorgio Allulli e inviata al Governo per esorcizzare la possibilità delle commissioni tutte interne è stata accompagnata da toni vibranti.[1] “Firmo perché gli esami o vengono aboliti del tutto o devono avere una loro dignità. Le commissioni interne sono un insulto alla decenza. Le abbiamo già avute e non hanno funzionato affatto”.
Questa è una delle dichiarazioni raccolte nel web: “dignità”, “decenza” sono parole forti, che presuppongono una decisa convinzione del “funzionamento” delle attuali commissioni miste. Gli argomenti portati da dirigenti, opinion makers, sindacalisti, associazioni non fanno una piega. Apparentemente. Sono argomenti che seducono. Ma dal mio punto di vista sono stereotipi. Val la pena riassumerne almeno quattro:

  1. Che senso ha mantenere il valore legale del titolo di studio con un esame ridotto a burla?
  2. Che senso ha che gli stessi docenti debbano valutare i propri allievi due volte?
  3. Non sarebbe fare un grande regalo alle scuole paritarie?
  4. Che senso ha che i nostri allievi non debbano misurarsi con una valutazione prodotta da terzi?

Tre operazioni intellettualmente utili

A questi argomenti/stereotipi è difficile opporre una qualche forma di resistenza se non si compiono tre operazioni intellettualmente utili.
Prima: Rileggere attentamente, regolamento alla mano, alcuni aspetti qualificanti di quest’esame.
Seconda. Incrociare questi aspetti con un minimo di scienza pedagogica e didattica.
Terza. Valutare - forse più attentamente di quanto non si veda fare nei pronunciamenti ufficiali - il reale contributo di attendibilità fornito dalla componente esterna delle commissioni.

Prima
Dal Regolamento  [neretti miei]
L’analisi e la verifica della preparazione di ciascun candidato tendono ad accertare le conoscenze generali e specifiche, le competenze in quanto possesso di abilità, anche di carattere applicativo, e le capacità elaborative, logiche e critiche acquisite.La terza, a carattere pluridisciplinare, verte sulle materie dell'ultimo anno di corso e consiste nella trattazione sintetica di argomenti, nella risposta a quesiti singoli o multipli ovvero nella soluzione di problemi o di casi pratici e professionali o nello sviluppo di progetti.
Il colloquio tende ad accertare la padronanza della lingua, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle nell’argomentazione e di discutere ed approfondire sotto vari profili i diversi argomenti. Esso si svolge su argomenti di interesse pluridisciplinare attinenti ai programmi e al lavoro didattico dell’ultimo anno di corso.  [2]

Seconda 
Sappiamo dalla scienza pedagogica che la competenza scolastica è la capacità di mobilitare le conoscenze apprese (dichiarative e procedurali) dinanzi a questioni o problemi che trascendono il rigido recinto disciplinare per aprirsi ad una dimensione più trasversale. Meglio dire: culturale.
Alcuni studiosi parlano delle competenze come di deuteroapprendimenti, o apprendimenti di secondo livello, che sono la messa in opera consapevole dei protoapprendimenti - abilità e conoscenze disciplinari -, perseguiti dalla didattica ordinaria e valutati al termine dell’anno scolastico.
La terza prova ed il colloquio, infatti, sono giustamente orientati ad una rivisitazione del sapere disciplinare nell’ottica delle competenze (“soluzione di problemi”, “sviluppo di progetti”, “utilizzo delle conoscenze acquisite”, “collegamento nell’argomentazione”).

Terza
Nel fuoco di sbarramento di cui sopra, si dà per scontata una certa virtuosità valutativa dei docenti-commissari esterni. Essa proverrebbe da una sorta di non coinvolgimento emotivo-affettivo, che invece farebbe rischiare la deriva valutativa ai docenti interni. Naturalmente siamo in presenza di una certa idea di valutazione e, ahimé, di una certa idea di docenti interni. In base a questa certa idea, la valutazione dei docenti esterni sarebbe certamente più attendibile. Di quale idea si tratta? Dell’idea secondo la quale la valutazione è tanto più attendibile quanto minore conoscenza - e dunque empatia - vi è del contesto in cui si produce l’oggetto della valutazione stessa. E’ un’idea di valutazione in cui la soggettività dev’esserci il meno possibile. Tuttavia, se è lecito valutare… questa idea di valutazione, essa non è un’idea di valutazione, ma di misurazione. In altri termini, i docenti esterni avrebbero maggior capacità di essere “oggettivi” (resterà sempre un mistero come dei soggetti possano essere “oggettivi”…) nella misurazione delle prestazioni, mentre i docenti interni peccherebbero di eccessiva “soggettività” (come se essere soggetti fosse un peccato mortale….), che verrebbe loro dalla conoscenza del contesto e quindi da un’inevitabile empatia verso i ragazzi. Sappiamo che il nostro Paese ormai da molti anni insegue il mito (ossimorico) della “valutazione oggettiva”.

Vediamo adesso, incrociando questi tre aspetti, di rivolgere quattro controdomande ai sostenitori delle commissioni miste. 

  1. Perché è così scontato che i docenti che hanno seguito negli anni i ragazzi trasformerebbero l’esame in una burla? Che idea ci siamo fatti dei docenti italiani? Perché verrebbe meno la legalità del titolo di studio? Un titolo di studio frutto della valutazione - sì, valutazione - di chi ha seguito i ragazzi per cinque anni sarebbe meno “legale”? Stiamo parlando di docenti della scuola pubblica o di delinquenti?
  2. Chi ha detto che gli stessi docenti valutano gli allievi due volte? Un conto è lo scrutinio per singole discipline che ha valutato gli apprendimenti dell’anno (protoapprendimenti), un altro è predisporsi a valutare competenze (deuteroapprendimenti), basate su tipologie di prove decisamente diverse - più complesse, più trasversali, più sfidanti, magari già esplorate durante il triennio - rispetto a quelle tradizionali somministrate durante l’anno. Come all’università: un conto sono le singole materie, un altro la tesi di laurea. E in quel caso palesemente la parte del leone la fanno il relatore e il correlatore che, appunto, sanno di cosa si sta parlando.
  3. Perché sarebbe un regalo alle scuole paritarie? Se sono paritarie, cioè pubbliche, non si comprende perché non debbano procedere con lo stesso livello di legalità delle scuole statali. Se sono diplomifici, non saranno le commissioni miste a trasformarle in scuole….
  4. Quale sarebbe dunque il pregio, in sé considerato, della valutazione prodotta da terzi?  L’attendibilità? L’asetticità?

Ma sono solo alcune delle domande che vien da porre ai sostenitori delle commissioni miste. Occorre continuare. Infatti l’impressione è che sia stata privilegiata esclusivamente la considerazione dei vantaggi delle commissioni miste. Ma di svantaggi non ne mancano. E non certo dal punto di vista finanziario, che qui per niente interessa, ma dal punto di vista formativo. Vediamo allora di completare il quadro.  

Curricoli o programmi?
I casi sono due. O le scuole utilizzano l’autonomia in modo professionalmente serio oppure no. O elaborano curricoli congruenti col contesto come richiede la legge oppure svolgono programmi centralizzati, come non vuole la legge. Solo nel secondo caso i commissari esterni possono avere un ruolo, per così dire, inquisitorio. Retaggio della vecchia scuola centralistica. Ma i docenti che hanno elaborato il curricolo per le loro classi, le hanno accompagnate nel loro percorso con cognizione di causa oppure no? Siamo davvero convinti di esser davanti a tante mammine e papini dal cuore tenero? Se c’è stata indolenza valutativa negli anni che precedono l’esame di Stato, saranno gli esterni a curare il danno, come dimostra l’altissima percentuale di promossi che comunque si registra ogni anno? Oppure tale circostanza è segno evidente che i commissari esterni, saggiamente, riconoscono e confermano in larghissima misura il lavoro degli interni? Se così non fosse avremmo il 50-60 per cento dei promossi e non il 97-98 per cento.

Competenze o contenuti?
Ma le domande da rivolgere ai difensori delle commissioni miste non finiscono qui. Si ritiene giustamente, tra gli esperti, che il concetto di competenza implichi una sua osservazione da parte di un soggetto terzo rispetto ai due che hanno lavorato alla sua costruzione. In Italia invece avverrebbe che sono gli stessi docenti a certificare le competenze dei ragazzi. Bene, questa sarebbe un’ottima ragione per invocare la presenza degli esterni. Tuttavia, se i nostri commissari esterni (come dire, i docenti italiani) fossero davvero in grado di valutare le competenze scolastiche, dovrebbero spingere affinché la terza prova ed il colloquio rivestano i caratteri previsti dalla normativa. E invece, molto più spesso, la terza prova è una sommatoria di quesiti disciplinari ed il colloquio una mera somma di interrogazioni. In che cosa dunque differirebbe il loro apporto da quello degli interni? In un maggiore cipiglio misurativo? In un atteggiamento di “controllo” delle eventuali bischerate commesse dai colleghi interni? Ma come potrà un docente esterno di Scienze dire la sua su una performance in Storia nella terza prova o nel colloquio visto che si lavora a compartimenti stagni? Qual è il contributo del docente esterno alla pluridisciplinarità evocata dalla normativa? Qual è dunque lo scopo formativo della sua presenza? Qualcuno ha mai posto mente al fatto che il dialogo tra le discipline - cardine dell’esame - va lungamente collaudato e non può essere improvvisato in pochi giorni?

Attendibilità o inquisitorietà? 
Qualcuno, poi, ha mai riflettuto empiricamente - e non per sterotipi sull’Attendibilità - sui reali comportamenti di molti commissari esterni? Sappiamo bene come lo spirito italico si entusiasmi quando può disporre di un minimo di potere inquisitorio, soprattutto quando vive il proprio ruolo ordinario con massicce dosi di frustrazione….. E’ vero, l’esperienza ci presenta un buon numero di commissari esterni che svolgono il proprio compito con un’alta considerazione del lavoro svolto dai colleghi interni. Con grande rispetto. Ma i sostenitori appassionati delle commissioni miste sono davvero certi che il docente esterno, per definizione, sappia assumere sempre quei tratti deontologici che renderebbero l’esame più attendibile? Chi si farà carico di un’indagine a tappeto su questo tema, capace di registrare anche l’avvilimento di ragazzi brillanti e realmente preparati ad opera di inquisitori in cerca dell’autostima professionale smarrita? Chi è in grado di sostenere a spada tratta che tutto questo non si verifichi? 

In che cosa consiste dunque l’attendibilità valutativa del commissario esterno? Nella comprensione dei processi di apprendimento di ragazzi che non conosce? Nella comprensione della loro capacità di sviluppare competenze? E un insegnante che ha seguito per anni i suoi alunni, li ha condotti alla meta e poi diventa incapace di valutarne l’esame finale che genere di insegnante è? E questa sua incapacità come può essere “corretta” dal collega esterno che comunque insegna una disciplina diversa? Non è evidente che lo zelo pedagogico dei sostenitori delle commissioni miste, in fin dei conti, si sostiene su un fragilissimo equilibrio numerico per il quale quattro è più di tre e fa maggioranza? Qualcuno di loro ha mai riflettuto sulla circostanza che, ove uno dei quattro esterni (presidente incluso) dovesse essere meno “esterno” di quanto previsto - circostanza non infrequente -, tutto il castello della pseudoattendibilità andrebbe in frantumi e l’equilibrio numerico si rovescerebbe? E qualcuno è stato informato della non infrequente circostanza che in certi contesti i colleghi interni risultano essere più intransigenti degli esterni?

Siamo davvero convinti, in ultima analisi, che sei docenti interni, didatticamente attrezzati per sondare le competenze previste dall’esame e deontologicamente capaci di tenere il timone come lo hanno fatto per cinque anni, con un presidente (e perché non due?) di garanzia procedurale e culturale - non disciplinare, culturale -, siano davvero peggio che un’improbabile miscela di professionalità costrette in meno di un mese ad inscenare, al massimo, una pantomima fatta di griglie, numeri, tabelle e punteggi - e spesso tanta conflittualità - che ha la parvenza dell’attendibilità ma può finire - e spesso finisce - per rendere odiosa quest’esperienza ai nostri ragazzi? 

 

Note

1. Si tratta della petizione Rispettare gli impegni presi e cancellare l'emendamento introdotto dalla Camera sugli esami di maturità, lanciata su change.org otto mesi fa da Giorgio Allulli e che ha ottenuto a oggi 2277 adesioni; per avere una misura del risultato, seppure su un tema assai diverso, la petizione  PER LEGGERE E FARE RICERCA NELLA SCUOLA ITALIANA COME IN EUROPA lanciata quattro mesi fa sempre su change.org da Torino Rete libri e sostenuta anche dalla nostra rivista ha ottenuto 6650 adesioni.
2. Cfr. Esame di Stato. Quadro normativo.

Di che cosa parliamo

Traendo spunto da espressioni molto popolari negli ambienti scolastici, la rubrica scava nelle logiche implicite di certe affermazioni e lascia intravedere quale concezione di scuola e di didattica a esse soggiace. È un’occasione per rimettere a fuoco alcuni fondamentali della professione tentando di smascherare le pedagogie implicite che si annidano dietro i miti e i riti linguistici della scuola.

L'autore

Insegna Lettere in un Liceo Linguistico di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formazione per le scuole e scrive su riviste specializzate. È  anche opinionista de "la Repubblica" di Palermo sugli stessi temi. I suoi interessi riguardano soprattutto il rapporto tra curricolo, saperi e competenze. Sul curricolo nel 2011 ha pubblicato un libro per Tecnodid.

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