Home - la rivista - cultura e ricerca didattica - Anche le millennials pensano in grande

temi e problemicultura e ricerca didattica

29/06/2021

Anche le millennials pensano in grande

di Mariella Ficocelli Varracchio

I cosiddetti millennials, cioè i ragazzi e le ragazze che sono diventati maggiorenni nel nuovo millennio, secondo l’Istat hanno superato numericamente la generazione X (cioè quella dei nati tra il 1965 e il 1980). In Italia sono una tribù di  più di 11,2 milioni di persone, nel mondo circa 2,3 miliardi. Molto globali e sempre connessi, sono i giovani  più attenzionati e studiati per cercare di intercettarne abitudini e interessi. Tuttavia devono  fare i conti con un’etichetta scomoda comparsa qualche anno fa sul settimanale Time, che li definì “pigri, superficiali e narcisisti, egocentrici e vanitosi”. È davvero così? 
Secondo Alessandro Rosina, ordinario di demografia all’Università Cattolica in una intervista rilasciata a Silvia Calvi "molto dipende anche dalle chiavi di lettura di chi li giudica, che non sono sempre aggiornate. I millennials infatti  sono cresciuti in scenari politici, condizioni economiche e sociali ben lontani da quelli validi fino alla fine del Novecento". [1]
Anche recenti ricerche del Censis bollano i millennials come individualisti. E ciò, nonostante altri dati mostrino che, pur avendo una forte autostima e determinazione alla realizzazione personale, questi ragazzi fanno della condivisione uno dei pilastri in cui credono: pensiamo agli spazi di coworking o le formule di sharing economy studiate per viaggiare a costi contenuti. La precarietà con cui hanno imparato presto a fare i conti ha stimolato infatti una grande propensione alle attività  di squadra.
Molto altro si potrebbe dire di loro ma, per tornare a noi, docenti impegnati  nelle aule accaldate delle scuole pubbliche in questo fine giugno afoso e soffocante, vi parlo di Chiara.
Compare oggi dinanzi alla commissione di esame nei suoi ben noti (per noi docenti) abiti di ragazza acqua e sapone, con il suo bagaglio di "coccinella scout" e di peer-educator nei suoi cinque anni trascorsi nella  scuola superiore.
La candidata del millennio (Istituto Tecnico Indirizzo Turistico [2]) introduce i suoi percorsi disciplinari come richiesto dalla normativa sugli esami di maturità: mostra di saper programmare un pacchetto turistico con l’analisi dei costi e dei ricavi, si mostra convincente nell’organizzare un  itinerario in Giappone  narrandone la natura e la bellezza dei luoghi, stabilisce il break even point  del piano economico dell’agenzia di viaggi simulata, vale a dire  il punto economico ottimale per l’impresa con la giusta attenzione ai costi fissi e ai costi variabili.
Illustra la sua progettazione di  un itinerario turistico in lingua  inglese con particolare attenzione al turismo locale, gastronomico e  culturale. Porterà i suoi clienti a Santo Stefano di Sessanio (uno dei primi esempi di albergo diffuso), a Rocca Calascio (dove , dice, hanno girato il film  Il nome della rosa), a Sulmona, colorata dei suoi confetti e famosa non solo per quelli.
In lingua spagnola descrive il cammino di Santiago di Compostela così come lo avrebbe illustrato a una comitiva di turisti dimostrando di scegliere il VIAGGIO come  fil rouge del suo colloquio.
Sa conversare su Pirandello e sulle molteplici identità de Il fu Mattia Pascal, immersa nel nono capitolo del testo, cogliendo  la drammaticità della vita e del personaggio ed evidenziando una forte empatia e sensibilità d’animo.
Chiara introduce il suo percorso  di cittadinanza citando Paulo Coelho: “quando si avvicina uno straniero e noi lo confondiamo con un nostro fratello , poniamo fine a ogni conflitto. Ecco questo è il momento in cui finisce la notte e comincia il giorno”.

Analizza il fenomeno delle migrazioni (il cui studio è stato avviato già al terzo anno del corso di diritto) e la disumanità dell’accoglienza (racconta i recenti drammatici fatti di Ceuta in lingua spagnola), ci illustra in geografia economica le rotte dei migranti e i loro sentieri non sempre diretti verso la  vita.
Prosegue argomentando di Agenda 2030, di Protocollo di Kyoto, del doveroso rispetto da  tributare alle popolazioni dell’intero globo terrestre; ci parla di sostenibilità e tutela dell'ambiente.

Ci spiega  che il suo percorso di studio quinquennale, il suo curricolo, è stato determinante per la  sua crescita,  ha contribuito a renderla una cittadina responsabile  e a fare sogni come quello di studiare giurisprudenza, per poter garantire, nella sua vita, la giustizia diventando magistrata, nonostante si  renda perfettamente  conto di quanto accada in realtà, della grande differenza fra diritto positivo e diritto naturale, citando le norme del diritto positivo della Germania nazista versus il diritto naturale alla vita negato agli Ebrei e mostrando consapevolezza della differenza fra verità umana e verità processuale; ci narra di Sacco e Vanzetti per riflettere sugli anni '20  e sul sogno infranto degli italiani nell’America del secolo scorso.

Nel tributarle l’attenzione che merita, noi professori  ci rendiamo conto che più che il percorso di educazione civica, in questo primo e confuso anno di sperimentazione, molto ha giocato nella sua preparazione (oltre alle sue attitudini naturali),  l’intero curricolo scolastico cominciato sin dai primi giorni della scuola dell’infanzia, proseguito  nel percorso dei dieci anni di obbligatorietà scolastica e approdato oggi alle profonde riflessioni offerteci in quest’aula. 
Le chiediamo che cosa hanno rappresentato per lei i due anni di scuola a distanza e ci risponde cosi: “Il lockdown  ha rappresentato per me un momento di riflessione su me stessa e di profonda solitudine. La solitudine ha accompagnato le mie giornate diventando una confidente e portandomi a riflettere  sul fatto che ognuno di noi è solo e deve accettare ed amarsi per quello che è. La solitudine può rappresentare una trappola ma anche  un modo per comprendere l'interiorità e l'importanza che hanno il contatto umano  e la relazione con gli altri. Per me è stato un periodo di crescita personale e mi ha dato la forza di affrontare le sfide future che oggi, mi rendo conto, si stanno delineando dinanzi a me”.

Nell’ascoltarla, con la forte emozione che le sue parole suscitano in noi , sorge inevitabile la domanda: che cosa ha fatto la scuola per allentare e diminuire la solitudine di Chiara, di questi ragazzi in questi lunghi mesi  di pandemia? È bastato connetterci ai gruppi classe, attivare le nostre classi virtuali, modificare in tutto o in parte i nostri interventi didattici? Forse la scuola avrebbe dovuto fare di più? 
Forse avremmo dovuto permettere  loro di non  perdere la relazione,  aiutarli ancora di più a camminare insieme, non perdere di vista le loro richieste di aiuto… talvolta mimetizzate ma pur sempre evidenti.
Chiara è una millennial che pensa in grande, tuttavia dichiara il suo smarrimento e la sua solitudine nel lungo periodo di chiusura; quanti altri ragazzi si sono persi e sono usciti dal binario scolastico senza aver avuto l’occasione, la forza e la consapevolezza  di raccontarsi?Piuttosto che improvvisare percorsi sincroni e asincroni, e introdurre novità legislative che pretenderebbero di assestare le relazioni sociali in 33 ore annue,  forse il decisore politico avrebbe dovuto fermarsi e chiedersi cosa si poteva fare di più per questi tutti, ragazzi e  ragazze, per non rischiare di perderne NEANCHE  UNO. 

 

Note

1. Silvia Calvi, "I millennials, questi sconosciuti", "Donna Moderna", 14.11.2016.
2. Maturità 2021, IIS Emilio Alessandrini, Montesilvano(PE).

Immagine a lato del titolo ©stellaa-insegnare.

l'autore

Mariella Ficocelli Varracchio docente di discipline giuridiche ed economiche, criminologa, Presidente del Cidi Pescara