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10/04/2014

Tecnologie digitali e apprendimento

di Giuseppe Bacceli

Questo articolo pone una serie di questioni e offre un punto di vista che ci piacerebbe che i nostri lettori decidessero di affrontare, esponendo (ed esponendosi attraverso) le loro opinioni: qual è la funzione  dell'insegnante, oggi? 

Una rivista come questa non può infatti eludere la duplice domanda che sta al centro della nostra riflessione professionale o, se preferite, della nostra professione nella sua dimensione riflessiva: " Che cosa significa, oggi,
insegnare?" E se non appare banale: "Come si può fare oggi questo mestiere?"

Tra l'altro chiunque intenda "valutare" la professione docente senza rispondere, prima e con chiarezza, a questa domanda rischia di avventurarsi per le strade paludose della sola misurazione dei risultati che, ancorché gli riesca di affettuare con una qualche credibilità, non è certo identificabile con la valutazione dell'esercizio professionale che sta alle spalle di quei risultati.
Sempre che non ci si voglia prendere in giro...

Saremmo quindi lieti se qualcuno raccogliesse la provocazione: "Che cosa significa oggi
insegnare, in questo tempo, a questi allievi, in questo universo di strumenti e di simboli?"
Nel caso scrivere a redazioneinsegnare2010@gmail.com          
(NdR, insegnare)

Nuovi strumenti per un mestiere sempre uguale

Quando si parla di metodologie, nella scuola, si fa riferimento prevalentemente a modalità di trasmissione dei contenuti disciplinari. Sulle metodologie si concentra l’attenzione degli insegnanti poiché chiunque entri in una classe di ragazzi e giovani sa benissimo che cercare di insegnare loro qualcosa nello stesso modo in cui si faceva qualche decennio fa è assolutamente impossibile.
Questa difficoltà ha moltissime spiegazioni ma una sicuramente dovrebbe far riflettere: i giovani sono abituati a tenere vigile l’attenzione per tempi molto brevi e sono esposti a messaggi nei quali più di un canale della percezione è coinvolto. Di conseguenza, una comunicazione esclusivamente verbale risulta per loro spuria, difficile da accogliere. 
Ora, la scuola non deve necessariamente accettare supinamente le mode imposte dai mezzi di comunicazione, anzi, in linea di massima, le deve contrastare poiché il suo scopo non è quello di informare o condizionare ma, nel senso più elevato del termine, formare. Ma per formare, ossia consegnare agli educandi le chiavi per accedere alla cultura consolidata per la cui trasmissione la scuola esiste, occorre evitare di porsi in un universo comunicativo in cui essi sono stranieri. Bisogna perciò trovare un equilibrio tra queste opposte esigenze e ciò può avvenire solo riflettendo sul senso dell’attività fondamentale dell’insegnante, ossia quella di spiegare per aiutare a comprendere.

Il docente è colui che spiega, ossia toglie dal terreno le asperità (le pieghe) lungo la strada che l’allievo deve percorrere; non è un facilitatore - se inteso nel senso riduttivo del termine -  poiché il suo ruolo non è quello di rendere banale ciò che non lo è; egli è piuttosto come Virgilio che accompagna Dante nella scoperta del mondo dell’aldilà. In questa terra straniera, l’educando deve entrare un po’ alla volta, guidato da un insegnante che conosce la sua lingua ma che, pur usandola, gliene faccia scorgere i limiti e gli possa aprire i nuovi orizzonti della cultura, non quella iper-semplificata veicolata dai mezzi di comunicazione odierni, e non più solo di massa come la televisione, ma anche i blog di discussione e i social network. 

Su Internet la comunicazione è un misto di quelle dimensioni della conoscenza che Aristotele chiamava la doxa e l’episteme: da una parte abbiamo le pure opinioni (doxai), ossia una conoscenza solo probabile perché relativa a questioni ancora aperte, che possono essere oggetto di valutazioni diverse e delle quali si può sapere più o meno; dall’altra parte abbiamo invece la scienza (episteme), ossia il sapere universalmente valido perché avente a oggetto ciò che necessariamente è.

Nella rete queste due dimensioni che un tempo erano comunque distinte, poiché veicolate da mezzi diversi, oggi sono inscindibilmente fuse. La scuola ha perciò adesso  un compito assai più difficile poiché deve insegnare a stabilire delle linee di confine che, un tempo, erano più facilmente individuabili: da una parte la pura opinione, dall’altra la cultura consolidata. Gli insegnanti, di conseguenza, non  devono tirarsi fuori dalla modernità ma devono porsi di fronte a essa assumendola come il contesto in cui far apprendere la cultura.

La cultura, da sempre,  è un complesso di conoscenze, di metodologie e di strumenti che vanno acquisiti con gradualità e con fatica: l’insegnante non deve ingannare l’allievo facendogli credere che si tratti di un gioco, ma deve far introiettare la consapevolezza che essa produce soddisfazione come e più di un gioco. É un cammino lungo e difficile, in cui il docente deve oscillare tra il Maestro e il compagno di strada, essere guida ma non risultare alieno rispetto ai giovani che gli sono stati affidati.

In questa prospettiva vanno collocate le tecnologie e le metodologie che esse rendono possibili. Non si deve indulgere alle mode, pensare cioè, come si crede di solito, che uno strumento più moderno renda più moderna la scuola. La funzione docente è sempre quella di migliaia di anni fa, è quella guida che, come aveva capito Socrate, accompagna l’allievo a partorire la sua conoscenza, gli allevia il dolore del parto, ma non si può sostituire a chi partorisce. Le tecnologie, dal libro scritto alla penna, dalla lavagna luminosa alla LIM, non fanno altro che accompagnare questo compito del docente che, però, rimane insostituibile. L’apprendimento passa necessariamente attraverso una pluralità di canali, ma quel canale che è la comunicazione faccia a faccia che connota la scuola di sempre non potrà mai essere sostituito da strumenti indiretti e impersonali. 

Elogio della lezione

Anche la biologia e le neuroscienze hanno oggi riconosciuto (basta leggere i bei lavori di John Medina per rendersene conto) che il processo di fissazione delle conoscenze nella memoria a lungo termine avviene in concomitanza con una emozione: si ricorda ciò che ha una colorazione affettiva, positiva o negativa che sia. Solo il docente che fissa l’allievo negli occhi è in grado si stimolare queste emozioni, di porlo nella condizione di voler apprendere. La lezione, perciò, non andrà mai in soffitta, sarà sempre il momento che segna, con le sue emozioni, un rapporto umano necessario per imparare. Una lezione che, da sempre, non può mai essere cattedratica se vuole essere efficace: gli insegnanti bravi sanno che non devono presentare un argomento come un libro scritto, ma devono sollecitare la curiosità ponendo le domande giuste. In fondo l’insegnamento è proprio questo: portare l’allievo, attraverso domande e risposte, su una strada, imboccata la quale, egli può proseguire anche da solo. 

In un famosissimo libro di psicopedagogia pubblicato diversi anni fa, Clotilde Pontecorvo sintetizzava nel titolo questa difficile dialettica apprendimento/ insegnamento affermando che “Discutendo si impara”: la lezione è il tempo della discussione, di una specie di corpo a corpo in cui l’allievo viene spinto dall’insegnante a uscire dal suo mondo fatto di conoscenze semplici per arrivare a una conoscenza ricca, gerarchizzata e aperta al nuovo e all’imprevisto. In questo tempo, nessuno strumento è più efficace della voce e del corpo che veicolano messaggi da decifrare da ambedue i lati della comunicazione e che consentono all’insegnante di spingere l’allievo fuori dallo spazio ristretto in egli gioca la sua conoscenza.

Ora, però, come detto all’inizio, questa metodologia di insegnamento che è insostituibile, e rende la persona dell’insegnante non surrogabile da parte di strumenti tecnologici anche se raffinatissimi, non basta più a riempire il tempo della scuola poiché la mente degli allievi, bombardata da messaggi veloci e spesso banali, da immagini colorate e accattivanti, deve essere “rieducata” alla riflessione, allo sforzo che la conoscenza sistematica comporta. La discussione che consente di imparare non può spingersi oltre un certo spazio orario, pena il suo rifiuto da parte degli allievi che  finiscono per percepirla come un’attività priva di scopo, giacché non riescono a praticarla fino al punto di avvertirne la necessità. 

Manovrare e non essere manovrati

É in questo snodo che le nuove tecnologie, che sono la causa di questo cambiamento cognitivo, possono dare una mano per fronteggiare una situazione che probabilmente non ha precedenti nella storia dell’umanità. L’apprendere, e di conseguenza l’insegnare, sono sottoposti alle stesse regole millenarie, ma la tecnologia ha mutato radicalmente il modo in cui la mente organizza la conoscenza; se essa è la causa di questo cambiamento, deve essere usata per fronteggiarne le degenerazioni.

Usare le nuove tecnologie a scuola, dunque, non serve per insegnare l’uso delle tecnologie medesime ma a formare la persona, nel senso sopra chiarito. Le nuove tecnologie, in altre parole, vanno usate in modo completamente diverso da ciò che avviene negli altri ambiti della vita: non devono essere usate perché più “pratiche”, “veloci” e “affidabili”, ma in quanto strumenti che gli allievi devono saper manovrare per evitare di esserne manovrati.

Bisogna però stare molto attenti a come si inseriscono i nuovi strumenti tecnologici nella didattica. Qualche anno fa sia nella scuola sia nelle università era invalso l’uso, da parte dei docenti, di affiancare alla loro esposizione orale la proiezione di diapositive, nella convinzione che questa nuova strumentazione rispondesse maggiormente alle modalità di apprendimento degli studenti. Credo che si possa affermare oggi che questa modalità di svolgimento della lezione abbia procurato più danni che benefici. La comunicazione è diventata unidirezionale: l’insegnante ha un percorso preordinato e l’allievo non può che accettare passivamente le tappe di un cammino che prescinde dalla sua specificità. La modernità, in altre parole, non porta di per sé miglioramenti, tutto dipende dal modo in cui si usano gli strumenti.

 Finita l’euforia per le diapositive adesso un nuovo feticcio si aggira per le aule scolastiche: la strumentazione informatica a uso del nativo digitale. Questa nuova specie di animale di cui si favoleggia è talmente giovane che non ha conosciuto la comunicazione umana diretta ma solo quella mediata dalla tecnologia. Se le cose stessero così, si tratterebbe, ovviamente, di un mostro, di un essere, che se esistesse, bisognerebbe eliminarlo. Per fortuna questo mostro non esiste in realtà; è nata, semplicemente, una generazione che usa con maggiore disinvoltura tecnologie nuove come del resto è sempre successo alle nuove generazioni. Queste tecnologie non sono, come sempre è stato, né buone né cattive, e la scuola se ne deve occupare solo per capire se può impiegarle per accrescere l’efficacia dell’insegnamento.

Ora, a questo riguardo, c’è il rischio di lanciarsi in una introduzione massiccia delle nuove tecnologie nell’attività didattica senza sapere se esse sono in effetti capaci di aumentarne l’efficacia. Il caso delle diapositive dovrebbe far riflettere sul rischio che si corre se ci si affida a uno strumento in modo fideistico. Nulla assicura, infatti, che usare il computer a scuola, on line oppure off line, accresca l’efficacia dell’insegnamento. 

Dall’effetto sorpresa alla routine

Tutta questa premessa è necessaria per vaccinare dai facili entusiasmi: nella didattica nulla è semplice e solo la prosopopea di qualche tecnocrate che di insegnamento non sa nulla può portare a pensare che le nuove tecnologie siano la panacea dei mali della scuola. Tutte le tecnologie, dalla lavagna di ardesia alle lavagne luminose al videoproiettore e alla LIM, non assicurano alcun risultato di apprendimento, tutto dipende dalla capacità dell’insegnante di sollecitare interesse negli allievi. I nuovi strumenti hanno in una prima fase un effetto sorpresa, per cui gli studenti risultano più interessati, ma subito dopo subentra l’assuefazione e l’unico modo di riaccendere l’entusiasmo è quello di presentare nuovi stimoli. Ma questi non possono essere offerti dalle tecnologie ma solo dalle attività che l’insegnante propone: occorre, per dirla con Guido Petter, che l’insegnante abbia  approntato una valigetta di sorprese  dalla quale estrarre, di giorno in giorno, qualche attività che coinvolga gli allievi e li motivi all’apprendimento. 

In questa prospettiva, la tecnologia può diventare non il fine ma il puro mezzo che facilita la messa a punto della valigetta. Le nuove tecnologie infatti, consentono di avere a disposizione una grande massa di materiali che, sapientemente utilizzati dall’insegnante, gli permettono di progettare lezioni nelle quali il momento della discussione è centrale ma a questa affianca un’attività che mette al centro la creatività degli allievi. Nella letteratura psicopedagogica questo è lo spazio del laboratorio, di quello spazio orario, cioè, in cui l’allievo compie direttamente un’attività di apprendimento sotto la guida dell’insegnante.

Nella logica del laboratorio, che non sostituisce la fase della discussione e dell’apprendimento con l’insegnante ma la integra, le nuove tecnologie possono avere un ruolo importante purché, come già chiarito, non ci si affidi a esse pensando che i risultati sul piano dell’ apprendimento siano automaticamente migliori. Ciò che le nuove tecnologie possono dare è la facilità di accesso a una gran massa di materiali e una modalità di lavoro diversa da quella tradizionalmente realizzata con la carta e la penna. Questa versatilità dello strumento è sicuramente una ricchezza che, se ben adoperata dall’insegnante, può aiutare a rendere la lezione più efficace.

 

Credits

L'immagine è tratta dal catalogo storico  della VS, produttore di sistemi completi per l’arredo di scuole e uffici : "Agli inizi del XX secolo, con una quota di mercato pari quasi al 50 %, il banco Rettig di VS si afferma come modello"; da http://www.vs.de/it/ 

l'autore

Giuseppe Bacceli Docente di Diritto ed economia, istituti superiori e Università D'Annunzio, Pescara.

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