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editoriali

08/09/2017

Ricominciare dalla fine (della scuola?)

di Mario Ambel

Nell'editoriale di fine anno scolastico, “Una scuola da vaccinare”, abbiamo provato a elencare le malattie virali da cui la scuola è stata colpita negli ultimi decenni:
"- l’incapacità di governo di sistema e l’oscillazione permanente fra centralismo e sussidiarietà;
l’ossessione valutativa e le pulsioni individualistiche; 
il ricatto occupazionale e la servitù al sistema economico;
l’infatuazione vetero-modernista e l’inversione fra mezzi e fini".

Quali novità ci ha portato invece l'estate, che accompagnano oggi la ripresa del nuovo anno scolastico?

A giudicare dal dibattito sui media di questi giorni pare sia in atto un generale risveglio di alcuni decisori e commentatori da un coma durato più di 15 anni; risveglio suscitato dalla Ministra Fedeli e dalla sottosegretaria D'Onghia. L'una, la Ministra, rilanciando l'idea di estendere l’obbligo a 18 anni, in contemporanea con l'avvio di una sperimentazione per ridurre di un anno i percorsi della scuola superiore, e l'altra, la Sottosegretaria, rilanciando l'idea di ridurre a due anni la scuola media, ci hanno riportato all'atmosfera, al dibattito, alle proposte di fine secolo, quando, dalla legge sull'autonomia (1997) al fallimento del riordino dei cicli (2001), fummo impegnati in una colossale impresa di riforma incompiuta.
Riaprire ora quel dibattito, 17 anni dopo, in un paese che nel frattempo ha finto di innalzare l'obbligo a 16 anni,  ha reintrodotto la valutazione decimale nella scuola primaria e secondaria di primo grado, non è sostanzialmente riuscito ad abbattere le preoccupanti percentuali di dispersione scolastica,  deve fronteggiare l'inclusione di quote sempre più elevate di allievi non italofoni, appare una iniziativa quanto meno deprimente. Senza contare le ricadute negative sulla scuola superiore di politiche scolastiche, caotiche e spesso improduttive, applicate all'università…
Eppure c'è chi ci si è subito buttato a pesce. Certamente i media, sempre desiderosi di qualche notizia succulenta, soprattutto se farlocca, e alcuni commentatori, tendenzialmente contrari a ridurre la scuola secondaria superiore e propensi invece a rilanciare un altro must di quegli anni: la riduzione della scuola media "anello debole" (ancora!?).
Non pochi osservano che si tratta di un rilancio della stessa idea di fondo che animò alcuni già allora: finire gli studi a 18 anni per entrare prima nel mercato del lavoro ed essere più competitivi in Europa. Ma soprattutto per risparmiare un po' di denaro pubblico.

In realtà, il nostro sistema scolastico (e politico) non ha mai fatto i conti davvero con il fallimento di quel "riordino dei cicli" (cause, responsabilità o meriti, ricadute, ecc.) ma a sentirlo riproporre oggi, in un paese che sconta i nostri tassi di disoccupazione giovanile c'è da chiedersi se alcune affermazioni, prima di uscire attraverso i canali fonatori -del parlato- o grafematici -della scrittura- attraversino davvero i repertori mentali della memoria a lungo termine, della logica e del buon senso.
Abbiamo provato a dire più volte che in Italia il problema non è dare ai giovani meno scuola, ma dare più scuola e di qualità migliore. Lo ripete Giuseppe Bagni nella sua nota, “La scuola di cui abbiamo bisogno”, che invitiamo i decisori a leggere e meditare.

Al contrario  è forte la sensazione che il Ministero e la politica italiana stiano uscendo da una sorta di gestazione implicita e carsica delle grandi matrici riformatrici (?) che ne hanno orientato le scelte negli ultimi 17 anni. Guarda caso. E che forse abbiano deciso di farle uscire allo scoperto e di rivendicarne natura e meriti.
Queste matrici sono:

  • la progressiva collocazione della scuola al servizio dello sviluppo economico del paese, del mercato del lavoro, del sistema economico esistente, proprio mentre la crescita della complessità e degli squilibri delle contingenze nazionali e internazionali imporrebbero un forte investimento sull'educazione delle persone e dei cittadini, oltre che e prima dei lavoratori, a maggior ragione se all’interno di questo sistema economico, industriale e occupazionale, che non brilla certo per credibilità ed efficienza;
  • la progressiva assunzione della valutazione implicitamente o palesemente meritocratica a tutti i livelli e di tutti i soggetti implicati nel sistema, quale criterio guida delle scelte, con un aumento anche della burocratizzazione spesso fumosa in cui avvolgere ogni problema, sublimandolo nella sua descrizione classificatoria e parametrale.

Non a caso parlavamo degli ultimi 17 anni perché da tanto dura la lunga e progressiva transizione dal sistema scolastico al "sistema di istruzione e formazione", avviata subito dopo la concessione alle istituzioni scolastiche dell'autonomia e perseguita con continuità più o meno rigorosa da tutti i governi successivi, fino a questo, con l'apoteosi declamatoria della "Buona scuola". E ormai abbiamo capito bene che non si trattava solo di una questione nominalistica.
In questi giorni, Maurizio Tiriticco, antico conoscitore delle cose della scuola (e dintorni), nel contestare (a suo modo di vedere) l'anacronismo e le imprecisioni terminologiche e concettuali dell'argomentazione di Asor Rosa in un articolo su Repubblica, evidenzia in quel ragionamento i rischi  di passatismo elitario, ma finisce col difendere tutto l'armamentario terminologico e concettuale di quello che chiama giustamente il "sistema di istruzione e formazione".
Ormai appare sempre più chiaro che è questa la chiave di volta della politica scolastica italiana: l'aver deciso di trasformare la "scuola" in "sistema di istruzione e formazione" con tutto quel che ne è seguito, dall'innalzamento burla ai 16 anni fino agli istituti superiori bramosi di trasformarsi in agenzie interinali e i ragazzi del liceo a fare i promoter della cultura/spettacolo/business del territorio, annusando un mestiere che ben raramente faranno ma che intanto si dilettano ad “alternare” con lo studio (che perlopiù rimane  aridamente eguale a stesso). Tiriticco rammenta ad Asor Rosa  che la dicitura “scuola" "non esiste più": ma il vero problema è che non solo non esiste più la denominazione, ma neppure la sostanza: è la scuola superiore che non esiste più, perché il suo fine non è mai stato quello di far trovare lavoro ai (migliori dei) suoi allievi. Né tanto meno di addestrarli al lavoro nell'ottica e nella simulazione del lavoro esistente. Perché la scuola (anche tecnica e professionale) non dovrebbe essere apprendistato. Né formazione professionale.

Purtroppo una delle implicazioni conseguenti a queste linee di cambiamento è che a nessuno, da anni, importa di occuparsi seriamente di come migliorare i contenuti e le metodologie della didattica, salvo affidare le istanze di rinnovamento alle utopie della progressiva digitalizzazione delle aule. O meglio, in tal senso qualcosa di importante è avvenuto: la reintroduzione della obbligatorietà della formazione in servizio, che è o sarebbe certamente una buona cosa. Peccato che sia stata trasformata in una defatigante frequentazione di piattaforme nazionali più occhiute che funzionali e le cui regole abbiano favorito la proliferazione di offerte quanto meno poco credibili. La formazione in servizio deve rispondere a criteri di ricerca, sperimentazione condivisa, riflessione e crescita professionale, autovalutazione dell'efficacia dei processi: tutti concetti estranei alle modalità, ai criteri e alle procedure con cui la formazione è stata intesa e organizzata, tra il mercato e la premialità individuale.

Ma è certamente sul primo di questi processi che dovremmo più seriamente meditare. Per la prima volta nella sua storia pluridecennale, la scuola diventa ancella dichiarata del sistema economico. Alcuni sembrano persino andarne fieri. Contingenza non secondaria di questo processo sono stati ovviamente l'avvio e il progressivo consolidamento dell'Alternanza Scuola Lavoro, di cui abbiamo già iniziato a occuparci e di cui ci occuperemo più distesamente nei prossimi mesi.

Per ora riportiamo una affermazione di Alessandro Barbero che condividiamo profondamente: “La recente introduzione dell'alternanza scuola-lavoro è un passo importante nella distruzione del diritto allo studio per cui generazioni hanno combattuto: passare l'intera infanzia e adolescenza a scuola, senza essere obbligati a lavorare, non è più un diritto né un ideale, ma viene presentato come un lusso o una perdita di tempo. Che allontana dal cosiddetto mondo reale. La scuola non deve produrre teste pensanti, ma esecutori, tecnici: è solo in questi termini che la classe dirigente riesce a concepirla.”
Infatti lo spirito critico, nella riforma Gelmini delle superiori, compare tra le finalità (ovvero tra i "profili di uscita") dei soli licei; ad altri bastano finalità meno pretenziose, come se ancora una volta, anche in questo millennio, lo spirito critico servisse solo ai liberi professionisti, mica anche ai cittadini che lavorano. Se ne trovano uno.
E, detto per inciso, il “cosiddetto mondo reale” di cui parla Barbero è quello in cui ci si illude di immergersi con l'ASL o su cui si fanno i “compiti” per avere certificate competenze, ormai definitivamente tradite nel loro possibile assunto culturale e asservite a una trasversalità minore, applicativa e de-disciplinarizzata che, secondo alcuni, avvicina (pure quelle) al mondo del lavoro e della vita reale!

Insomma, buon anno scolastico, perché, in ogni caso, agli insegnanti tocca andare in classe e cavarci il meglio possibile, nonostante tutti coloro che remano contro. Che sono sempre di più, che non accennano a quietarsi e che anzi sembra che cresceranno a dismisura... Anche dentro la scuola. Purtroppo!
Forse dovremmo ricominciare proprio da qui il nuovo anno scolastico: dalla consapevolezza che mentre noi continuiamo ad arrovellarci per fare una scuola adatta ai nostri allievi e al futuro del paese in cui viviamo (tutto, non solo del suo fallimentare sistema economico e occupazionale), altri più o meno in buona fede lavorano per altri fini. E forse dovremo anche provare a riscoprire l’importanza, ogni tanto, di disobbidire agli imperativi che più fanno a pugni con la nostra coscienza professionale e civile.

l'autore

Mario Ambel Per anni docente di italiano nella "scuola media"; esperto di educazione linguistica e progettazione curricolare, Direttore di "insegnare".