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editoriali

22/09/2019

Suggerimenti al nuovo Ministro e treccine azzurre

di Mario Ambel

È cominciato l’anno scolastico. E abbiamo anche un nuovo Ministro.

 Aspettative? Poche. Suggerimenti? Uno solo, semplice ma assai difficile da realizzare. Su ogni cosa il Ministro debba prendere decisioni importanti, crediamo abbia solo due possibilità: non far nulla, per non far danni, oppure fare l’esatto contrario di ciò che è stato fatto negli ultimi vent’anni e più. Siamo troppo drastici?
Beh! Facciamo un veloce elenco: gestione dell’autonomia (quella scolastica, non quella differenziata, altra sciagura alle viste), innalzamento burla dell’obbligo, eccesso di paranoia valutativa, mandato censimentario e valutativo all’Invalsi, visione manageriale del ruolo del dirigente, algoritmi balordi per la distribuzione delle cattedre, esaltazione spesso acefala dell’impiego delle tecnologie digitali, alternanza scuola-lavoro, la legge che reintroduce  l’educazione civica; per non parlare della didattica: compiti di realtà, progettazione educativa a ritroso, visione e pratica neoaziendalista delle competenze, interventi sbagliati sugli esami conclusivi, ecc. ecc. E per tacere della non approvazione dello jus soli e jus culturae, ma qui ci addentriamo in questioni su cui il fronte delle ostilità è assai ampio e montante.

Ebbene, in tutte queste e altre circostanze, noi avremmo fatto l’esatto contrario di ciò che è stato fatto dai precedenti governi. Sappiamo che spesso alcune di queste scelte hanno avuto l’approvazione di questa o quella componente dell’opinione pubblica, ma questo non altera il fatto che le riteniamo in scienza e coscienza sbagliate. È un nostro diritto, ancorché assai minoritario, esprimere questo giudizio, che per altro abbiamo argomentato più volte e nel dettaglio su questa rivista.
Del resto se le cose funzionassero, chi ha gestito la politica scolastica di questi venti e più anni potrebbe andarne fiero e pensare che abbiamo torto. Ma i tassi di dispersione scolastica, il permanere di faglie profonde di diseguaglianze di strutture e di risultati, l’insoddisfazione crescente sugli esiti scolastici e sul peggioramento dell’atmosfera dentro le aule stanno a dimostrare che forse le cose tanto bene non vanno. E che forse non abbiamo tutti i torti a pensare che gli errori, nella gestione della politica scolastica degli ultimi vent’anni, sopravanzano infinitamente le cose fatte bene.

Su tutto questo, ovviamente, il nuovo Ministro non ha alcuna responsabilità, ma il peso di una complessa eredità. Quindi, caro Ministro,  se deve prender una qualche decisione importante, guardi a che cosa avrebbero fatto i suoi molteplici predecessori e non faccia nulla o faccia il contrario. Pochissimi forse saranno d’accordo, ma poi, forse e se il suo mandato dura, le daranno ragione.  Se invece si farà prendere dalla fretta e dal desiderio di lasciare un segno del suo passaggio, allora sarà un pessimo segno, com’è avvenuto per i suoi predecessori, tranne poche, e non a caso criticatissime dalla buona stampa, eccezioni. Piuttosto, provi a capire se su alcune di queste questioni è possibile trovare una convergenza delle forze che sostengono il Governo, possibilmente in direzione contraria da ciò che è stato fatto.

***

Per le ragioni sopra esposte, ci vien poca voglia di parlare di politica scolastica. Parleremo, allora, di treccine. Delle treccine azzurre del ragazzo di Scampia, che la dirigente scolastica ha preteso che tagliasse per poterlo riammettere in aula, non a scuola, come quasi tutti hanno erroneamente scritto, perché la dirigente, nei giorni in cui il ragazzo continuava a presentarsi con la sua acconciatura, non gli ha impedito l’accesso a scuola, ma l’ha relegato (o promosso?) in alcuni laboratori. Ma su questa distinzione fra aula e laboratorio, che sarebbe l’unica cosa didatticamente seria di cui parlare, preferiamo qui astenerci perché questa vicenda rivela sofferenze e fragilità (della scuola nel suo complesso e dei suoi interpreti) ben più profonde di quelle che riguardano la dimensione operativa e laboratoriale della didattica attiva.

La questione riguarda le regole di convivenza all’interno della scuola, il comportamento, l’idea e le pratiche di cittadinanza, l’universo dei diritti individuali e delle regole condivise in una collettività. E in tempi di una legge sulle ore di “educazione civica” che pretende di sostituire quelle di “Cittadinanza&Costituzione” (a proposito di Ministri, non solo del MIUR, che vogliono lasciare la loro traccia olfattiva nel gradino dell’educazione…) è giusto parlarne.
Proviamo, allora, a fare qualche  non facile considerazione.

"La scuola è luogo di educazione, per cui gli alunni sono tenuti ad un abbigliamento decoroso". Così recita il Regolamento di istituto della scuola Alpi Levi (due nomi significativi, due vittime della sopraffazione e della violenza) di Scampia, una scuola importante, presidio educativo e di democrazia in un contesto difficile. Una scuola nota per progetti encomiabili di integrazione, lotta alle discriminazioni, inserimento di allievi Rom. Ed è comunque difficile giudicare e inopportuno emettere sentenze, perché non si vivono le condizioni in cui le scelte vengono prese, le relazioni e le dinamiche che le alimentano.
Ma alla notizia dell'obbligo per un ragazzo di tagliare le treccine azzurre (quelle posticce le vendono su Amazon a prezzi da 9 a 17 euro) per essere ammesso in aula o di astenersi dai pantaloni con tagli e buchi (che campeggiano davanti a ogni scuola indipendentemente dal censo) si resta perplessi. E allora le mèche policrome? E i tatuaggi? Fregi da cui ormai non è esente neppure il corpo docente! Non si rischia di mettersi su una china assai discutibile attorno al concetto di "decoroso"? Che è concetto relativo, segnato culturalmente e antropologicamente...  Spesso soggettivo.

Poi si legge una dichiarazione della dirigente:
“La scuola è una cosa seria- ha detto Rosalba Rotondo, dirigente scolastico della scuola Alpi Levi - e certi comportamenti non ammessi. Abbiamo un dress code da seguire, che impedisce di entrare in classe con pantaloni strappati, capelli colorati o con la cresta, tatuaggi, piercing o scarpe coi tacchi. Noi dobbiamo dare modelli positivi e non messaggi distorti ai nostri ragazzi che già vivono in un quartiere difficile”.
A parte l'orrendo "dress code", si coglie che l'educazione alla cittadinanza sembra aver bisogno di un codice esteriore. Di un imprimatur simbolico. Sperando che anche quello interiore e sociale gli vengano dietro... Se non riescono più a stargli davanti e guidarlo. Anzi, il rapporto fra essere e apparire appare (o è?) capovolto. L'importante è non arrivare alla divisa, anche se una mia nipotina porta con disinvoltura la sua maglietta con il logo della scuola d'infanzia (pubblica). 

Ieri guardavo gli studenti in attesa a una fermata del tram vicina a una scuola superiore del centro di Torino. Erano almeno sei o sette i ragazzi e le ragazze - a colpo d’occhio - fuori dalle  regole previste dalla dirigente scolastica. Tra le altre spiccava una ragazza nera con copiose treccine viola. E a lei, è concesso o no? Non si rischia una sorta di discriminazione rovesciata? O che conferma la discriminazione nel non applicarla? La ragazza nera può mettere le treccine perché fanno parte della sua cultura, il ragazzo bianco no! E perché? E perché piercing e tatuaggi sono compatibili con la frequenza scolastica in una scuola del centro elegante di Torino e non a Scampia? Perché a Scampia contrastano con le regole di cittadinanza o peggio sono segno di connivenze pericolose e qui no? Come se alcuni di questi ragazzi alla fermata del tram non potessero far parte di gruppi del tifo organizzato non sempre estranei a comportamenti asociali…

Comunque la si metta, è una questione seria e delicata, sulla quale riflettere molto attentamente, mentre si rinvia giustamente l'applicazione di una legge assai discutibile sull'educazione civica. E ci si chiede che cosa può e deve fare la scuola per almeno promuovere se non riesce a garantire l'educazione alla e della cittadinanza. Sempre, oltre tutto, ad allievi tra i quali perpetua il discrimine fra cittadini e non, che per fortuna nessuno ha ancora deciso di marchiare con magliette e simboli che siano più probanti del colore della pelle, dell'intonazione, dell'abbigliamento o dell'acconciatura.  Anche se da alcune parti del paese sono arrivati segnali di forme diverse e preoccupanti di discriminazione. E mentre da scranni apparentemente autorevoli si fa un uso assai improprio e discutibile di simboli e segnali. E questo è nulla. Se non siamo in grado di gestire le treccine azzurre, figuriamoci i guai che potremmo fare con le varie forme di abbigliamento femminile proprie della cultura islamica! O di altre culture.
Ancora una volta la scuola appare fragile nel dover fronteggiare contraddizioni che il resto del contesto sociale non solo accetta, ma alimenta e talvolta premia. Le uniche forme commerciali cresciute esponenzialmente credo non solo a Torino negli ultimi anni sono i luoghi dove si fanno tattoo&piercing. Alcuni di questi "studi" (si chiamano così) organizzano aperitivi sociali nelle vie rionali che sono state chiuse al traffico per restituirle alla società civile e alle sue aggregazioni…

Ma la scuola dovrebbe sempre mantenere ferma la sua barra: dovrebbero essere solo le idee e i comportamenti a caratterizzare o meno la dimensione civile ed etica di una identità o di una appartenenza, non l’abbigliamento o le marche corporali. Ancorché discutibili. E vigilare quando sono davvero sintomi o segnali di appartenenze a rischio, ma senza "sorvegliare e punire".

 

Immagine 


Scuola di Barbiana, La piscina © insegnare, 2019

 

l'autore

Mario Ambel Per anni docente di italiano nella "scuola media"; esperto di educazione linguistica e progettazione curricolare, Direttore di "insegnare".