Home - la rivista - oltre la lavagna - "La conta dei salvati", incontro con Anna Bravo

segnaliamooltre la lavagna

22/01/2014

"La conta dei salvati", incontro con Anna Bravo

Presentazione di Franca Manuele

 

La conta dei salvati, il libro di Anna Bravo discusso con l’autrice in un recente incontro al Cidi Torino, è certamente un'occasione di confronto di grande interesse e suggerisce  nuovi punti di vista su un nodo storiografico importante come la guerra, nonché nuove prospettive educative.
Questo libro, che raccoglie "storie di sangue risparmiato", sfugge energicamente a vecchie e nuove classificazioni, la forma è  quella di un libero racconto, che combina esperienze dirette e indirette, riflessioni politiche, cronaca, miti, frammenti di storia e molto altro. Il filo rosso che lega tra loro le molte storie riguarda il modo di pensare la guerra.

E' un'idea malsana che quando c'è guerra c'è storia, quando c'è pace no, dice l’autrice.

Perchè non contano solo coloro che si sono spesi nella difesa della patria ma altrettanta considerazione devono avere quelli che hanno lavorato per la pace, per sottrarre vite a morte certa, quindi conta il sangue risparmiato non solo quello versato.
Da questo deriva un altro modo di considerare la violenza, che mette in dubbio anche la logica delle modernissime guerre “umanitarie” e gli interventi “umanitari” che non riescono a pacificare il paese in cui avvengono e fanno successivamente deflagrare altri conflitti interni.
Oggi i confini della storia si sono dilatati integrando la storia sociale, della mentalità, delle donne, eppure il linguaggio militare tuttora prevale e  sottende le grandi divisioni dei periodi storici.

Definire “di piombo” gli anni Settanta in Italia dà conto del sangue versato, del dolore, della paura ma cancella le altre, e belle, facce dei movimenti, dice ancora l'autrice.

Lo stesso si può dire degli anni Venti e Trenta etichettati come “età tra le due guerre” senza tener conto che in quegli anni c'è stata la crisi del 1929, la nascita dei totalitarismi e gli albori del welfare. Di questo i manuali scolastici parlano, ovviamente, e anche in modo esteso, ma a periodizzare quella fase sono le guerre. Che cosa avverrebbe se si esaminassero gli interventi diplomatici, gli accordi tra gli stati e le alleanze che hanno allontanano conflitti dati per certi?L'autrice ci invita a riflettere su una storiografia che ha indagato poco sugli aspetti che stanno intorno alla guerra e ci porta a scoprire come si finisce per ritenere le guerre ineluttabili.

L'interpretazione di una guerra- la più complicata delle operazioni storiografiche, la più influente sulla riscrittura del passato e sulla prefigurazione del futuro- è di diretto interesse per il perpetuarsi della violenza.

Anche se alla fine degli anni Novanta alcuni storici hanno messo in dubbio il punto di vista sulla guerra (in particolare sulla prima guerra mondiale) e anche i manuali hanno ospitato una grande abbondanza di materiali (lettere dal fronte, testimonianze, documenti ufficiali), tuttavia non sono stati in grado di scalfire l'impostazione storiografica dominante e si è continuato a insistere sulle origini del conflitto, piuttosto che sul modo in cui era stata mantenuta la pace fino allora, e su come si sarebbe potuto evitare la prima guerra mondiale. Una tesi poco condivisa quella della guerra evitabile, ma non campata in aria, anche se resta minoritaria, e questo è un peccato in primo luogo per la scuola.
In questo modo si perpetua una visione del mondo secondo cui la guerra e il massacro sono normali, insiti nella logica naturale delle cose. Se oggi non si arriva più a dire che le guerre  sono “rigeneratrici”, sono comunque presentate come inevitabili.

Il libro di Anna Bravo capovolge il paradigma culturale nel quale siamo tutti più o meno immersi per cui gli armati fanno la storia e gli inermi non possono che subirla.
Restituisce agli individui la responsabilità di agire per  interrompere la catena di soggezione e subordinazione a coloro che hanno imposto e impongono le guerre.

Eleggere la guerra a spartiacque è un'operazione verosimile; [...]Ma mutila la storia. 

Scegliere di lasciare in ombra e di non dare peso a quegli atti di pura umanità di coloro che hanno salvato vite senza pensare se era conveniente, vuol dire non credere nel coraggio e nella forza interiore dei soggetti, che, messi di fronte alla scelta drammatica di dare aiuto ai perseguitati, hanno deciso di fare la cosa giusta.
Dice a questo proposito Hannah Arendt:  “Non posso (non farlo) perché se facessi il male, sarei condannato a vivere insieme a un malfattore per il resto dei miei giorni” (Responsabilità e giudizio, Einaudi, Milano, 2004)

Anche gli atti di insubordinazione e renitenza dei soldati della Grande Guerra sono tra questi e devono trovare il giusto riconoscimento che meritano.
I movimenti che hanno lavorato per una soluzione pacifica dei conflitti e per una possibile “riduzione del danno”, costituiscono per la storia del XX secolo una chiara vittoria di una guerra combattuta con altre armi: non si può spiegare la nascita di nazioni come l'India senza Gandhi né comprendere la lotta per i diritti civili in America senza Luther King, così la vittoria contro l'apartheid in Sud Africa senza Mandela.

Rovesciare un paradigma così radicato comporta un cambiamento notevole nel modo di fare storia e per la scuola potrebbe essere molto importante.
Questo libro può infatti aiutare gli insegnanti a scegliere un altro punto di vista, proporre materiali diversi, fare riferimento ad altre fonti, e porre anche un'attenzione particolare al linguaggio, perché guerra e violenza solitamente restano egemoni anche nel parlare quotidiano.
Gli insegnanti verificano, costantemente, nel lavoro in classe, che gli eventi bellici attirano l'attenzione dei ragazzi molto di più di qualsiasi altro argomento. Questo comportamento è rinforzato dalle immagini che passano attraverso cinema, televisione e internet, dove il sangue e i morti sono disumanizzati. Il libro di Anna Bravo  può far intravedere un modo più umano di considerare la vita e dare speranza ,  soprattutto, nella scuola, ai ragazzi che sono il  futuro.
Quando l'autrice afferma che scegliere un'interpretazione storiografica della guerra piuttosto che un'altra significa prefigurare un futuro che può essere diverso, credo che parli proprio di questo.

Scorriamo insieme alcune delle storie, tra le più illuminanti, a cominciare dalla Grande Guerra.
Si è già detto che proprio su questo fondamentale nodo storiografico sono state avanzate ipotesi nuove, seppure inizialmente minoritarie. Oggi invece alcune pubblicazioni - di Mario Isnenghi, Enzo Forcella, Alberto Monticone - sono tra le più utilizzate a scuola, ma lettere dal fronte e documenti della ferocia dei comandi militari non si sono ancora rivelati determinanti per mettere in discussione il significato e il senso stesso della guerra.

L'autrice ci racconta un' "altra storia”, ci parla della fraternizzazione, delle molte tregue che i soldati concordavano fra loro, degli avvertimenti che si scambiavano da una trincea all'altra sull'ora e luogo dell'attacco, per ridurre i morti di entrambi i fronti. Conosciamo il numero dei morti della Grande Guerra ma possiamo anche scegliere di raccontare questi episodi di coraggio di gente comune, solitamente non acculturata, che poco sapevano  dei “nobili ideali irredentisti” per cui combattevano ma pativano l'istintiva avversità alla pratica della violenza e il loro coraggio  è stato di segno opposto a quello richiesto a un soldato della patria.

Episodi di fraternizzazione si riscontrano anche in casi di popolazioni di diverse religioni e cultura, di opposti fronti. Peccato che non compaiano in nessun libro di storia.

Durante la prima guerra balcanica del 1912, mentre l'esercito bulgaro avanza, sessanta turchi chiedono protezione ai loro vicini cristiani. La ottengono, e al passaggio delle truppe restano indisturbati … quando tornano i turchi, avevano l'ordine di non toccare il villaggio: ai contadini hanno detto: "Non abbiate paura, voi che avete salvato la nostra gente, abbiamo una lettera da Constantinoli dove è scritto di lasciarvi in pace". Forse la propaganda di odio etno-religioso non era arrivata a Derviche-Tepe, forse gli abitanti avevano deciso che i loro vicini  erano essere umani come loro, con lo stesso diritto di vivere nei luoghi dove erano nati.

Nella seconda guerra mondiale gli episodi di coraggio individuali e collettivi aumentano ma si disperdono nel vastissimo fronte della guerra nazista.
Un'intera nazione, la Danimarca, ha resistito agli ordini di Hitler e ha salvato gli ebrei residenti non per particolare sentimento umanitario  ma semplicemente perché concittadini e quindi con i loro stessi diritti. Il governo di una monarchia costituzionale, con solide tradizioni democratiche, è riuscito con intelligenza a guadagnare qualche credito presso il comando tedesco e, appena scattano i primi arresti da parte dei nazisti, si attiva per mettere gli ebrei in salvo, in modo rocambolesco eppure con grande efficienza, grazie alla partecipazione della popolazione, con un trasporto su  barche, attraverso lo stretto di Oresund, verso la Svezia.

E questo capitava mentre in Italia l'armistizio dell'8 settembre, gettava il Paese nel caos. Il disfacimento dell'esercito italiano, in quella stessa data espone il Paese a un imminente occupazione degli ex alleati, determinati nell'annientare un nazione che si è “macchiata di tradimento”. In questo clima si muove una massa di sbandati, fatta di soldati innanzitutto, che cercano di sfuggire alla cattura e possono contare solo sulle proprie risorse e sugli aiuti dei civili.

Gli atti di coraggio della popolazione civile si moltiplicano via via: soldati in fuga, i circa 80.000  prigionieri alleati evasi dai settantadue italiani campi di concentramento, vengono vestiti, sfamati, nascosti e aiutati a mettersi in salvo; questi gesti coraggiosi incominciano a essere studiati, ma, fin da subito, non hanno avuto da parte degli storici  l'attenzione che meritavano, perché il peso giustamente riconosciuto alla lotta armata era ed è ancora considerato determinante per la lotta di liberazione.
Queste storie riguardano una minoranza, ma una minoranza di massa: sono donne e uomini, contadini, operai e borghesi, religiosi e laici che si espongono alla rappresaglia, all'internamento per salvare delle vite. Una storia scelta tra le tante.

In una lettera indirizzata al Foreign Office, ll soldato J.W. Leys di Aberdeen descrive l’irruzione dei militari tedeschi nella casa dei coniugi Santemarroni, contadini delle montagne abruzzesi, che lo avevano curato, sfamato e nascosto per mesi,  e riporta le parole con cui la signora Anita aveva risposto all'interrogatorio: “Sono anziana, loro giovani. La mia vita l’ho vissuta, la loro è solo agli inizi. Non sono i primi che aiuto né saranno gli ultimi, se sarà necessario. Non li ho ospitati in casa in quanto inglesi ma perché sono una donna cristiana e anche loro lo sono”.
Anita verrà deportata a Mauthausen, dove morirà.

Veniamo alla storia recente, all'immane sofferenza della penisola balcanica del dopo Tito, o alle guerre civili che massacrano le popolazioni africane. Anche qui troviamo episodi di abnegazione.
In Kosovo il moderato Rugova lavora per la pace, durante l'occupazione serba organizza scuole clandestine, crea uno stato parallelo e propone patteggiamenti al nemico. Quando la violenza  è soverchiante viene emarginato dall'UCK, ma a guerra finita si candida alle elezioni e le vince. Non ha potuto risparmiare al suo popolo la violenza serba, ma ha rappresentato il riferimento di un altro modo di combattere.
In Ruanda, gli hutu che nascondevano i tutsi dovevano agire in segreto, come in tutte le guerre civili, dove i moderati e i dialoganti sono le prime vittime degli estremisti del loro gruppo di appartenenza. Eppure hanno agito.

Il racconto di vite straordinarie, che intrecciano il loro destino con la grande storia e a volte la cambiano, ci invita a non ignorare il filo rosso che corre fino a noi, rappresentato dai molti gesti di umanità che anche oggi accadono sui vari fronti e che ci possono confortare, e spingerci “ a cercare di vivere meglio”.


Immagine: Soldati tedeschi del 134º Reggimento sassone e britannici del Royal Warwickshire Regiment si incontrano nella terra di nessuno il giorno di Natale del 1914. Tratta da Wikimedia Commons

Anna Bravo
La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato
Editori Laterza, Bari-Roma, 2013
pp. 252,  euro 16

l'autore

Franca Manuele Ha insegnato italiano e storia nelle scuole secondarie di II grado, componente del Direttivo del Cidi Torino.