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lettere a insegnareoltre la lavagna

04/04/2015

Cara Rosalba, Caro Beppe,

di Assunta Amendola

 

Abbiamo ricevuto questa recensione sotto  forma di lettera agli autori...


Sul libro di Giuseppe Bagni e Rosalba Conserva, leggi anche la recensione di Gloria Calì

Cara Rosalba, Caro Beppe,

grazie per questo viaggio che ci avete offerto, grazie perché di fronte alla banalità delle idee che circolano intorno alla nostra professione,  il vostro libro restituisce a essa il suo senso reale: la sua  complessità, la sua difficoltà, la sua l’importanza, la sua bellezza.
Questo dovrebbe essere un testo fondamentale nella formazione degli insegnanti e dovrebbero leggerlo tutti quelli che si occupano di scuola, per capire i limiti delle mode nella didattica sostenute da una mancanza di una vera cultura della formazione degli insegnanti. 

Questo libro, pur nell’immediato e palese riferimento alla scuola, assume uno sguardo più ampio, arrivando a vedere la stupidità che spesso caratterizza la nostra società: Bagni parla del vuoto sentito dai nostri studenti,  nonostante il “troppo pieno”  di ragazzi riconosciuti soltanto nel ruolo di consumatori di beni in una inarrestabile scalata di bisogni materiali, che non lascia spazio alle loro esigenze di esseri umani. E allora…  direi che chi non vuole imparare, (nonostante le ingiustizie e la distruttività che tutti i giorni sono davanti ai nostri occhi) è una società che, seguendo il feticcio del profitto, ha dimenticato gli esseri umani e ha dimenticato che la scuola dovrebbe occuparsi in primo luogo della conoscenza e promuovere il pensare e la sua espressione più alta: il pensiero creativo.

Dice Rosalba: «E allora siccome il pianeta terra non lo posso salvare io da questo “progresso” dissennato, scelgo di prendermi cura delle nuove generazioni che imparino a pensare (e tra le mani mi trovo non la biologia, l’economia , le scienze naturali ma la grammatica e fa lo stesso). Che abbiano strumenti di pensiero diversi da quelli che hanno portato il nostro pianeta allo stato attuale» (p.111).

Le ragazze del linguistico il primo giorno mi hanno avvisato: a loro la matematica non piace, non la capiscono. Prof. avvisata mezzo salvata. Poi devi sopravvivere e tagliando il programma, rompendo talvolta il rigore terminologico, scopro che non è vero che non capiscono la matematica, non vogliono studiarla e allora come si fa? Ogni giorno debbo oppormi alle loro richieste di dettare definizioni e regole… (è una quarta!) che loro  vorrebbero imparare a memoria. Qualcuna non ha nemmeno comprato il libro. La matematica non fa per loro dicono per abitudine… eppure, quando riesco a distrarle dalla loro distrazione, anche con loro talvolta la lezione è un bel dialogo e scopro che hanno intelligenza e intuizione ma non c’è niente da fare, di studiare costantemente non se ne parla e allora il titolo del vostro libro potrebbe diventare:  “insegnare a chi crede di sapere come si impara”, e allora poi alla fine le problematiche sono comuni.

Ho studenti pochi, circa il 20%, ai quali potrei fare una bella lezione frontale e loro a casa studierebbero, poi mi farebbero domande, io li interrogherei (cioè sostengono un colloquio) e il programma andrebbe spedito (anche io a loro non dico mai "bravi",  lo capiscono dal 9 e dal 10) con loro mi potrei occupare solo di parlare di matematica e fisica.
E il resto della classe?  Con gli altri, la lezione frontale non funziona, è necessario interagire sempre con loro, non lasciarli mai in pace…  Bisogna attivare discussioni, lavori di gruppo, video online, riflessioni meta-cognitive… bisogna cercare ogni volta di mischiare le carte…  per tentare di arrivare a stili di apprendimento diversi.
Il primo anno delle superiori  la preparazione di base è spesso non adeguata, non hanno imparato a studiare, non hanno imparato ad argomentare e poi… sto osservando che cresce, negli anni, il numero di ragazzi e ragazze che manifestano fragilità di vario tipo, con i loro drammi adolescenziali, il loro sentirsi talvolta stupidi, inadeguati, brutti, magari nascondendosi dietro un atteggiamento spavaldo. 

Come conciliare il dovere istituzionale di insegnare matematica con la necessità di ascoltarli? E il tempo per chiedere, ascoltare non è mai abbastanza: cosa non hai capito? Prova a spiegarlo meglio!  Come studi?  Sai perché lo studio della matematica richiede più impegno? Cerchiamo di spiegare qualcosa di specifico per l’apprendimento della matematica: per esempio cosa vuol dire sapere cosa è una circonferenza?  Mi trovo a dire in classe… Sapere il significato di un termine matematico è diverso dalla conoscenza di una parola nel linguaggio quotidiano: se pensi la parola “tavolo” lo vedi con gli occhi della mente, e sai già tutto il suo significato, ma se pensi la parola “circonferenza” allora non basta pensare alla linea che ne traccia il disegno, devi conoscere le sue proprietà geometriche, devi conoscere la sua equazione e riconoscere quella geniale invenzione o scoperta? Che ha associato numeri a punti; hai ragione, è più complesso ma anche affascinante… lo ripeterò tante volte alla fine spero capiranno. 

Ma talvolta mi trovo a dire loro: Perché piangi? Il brutto voto non è una condanna, non è un giudizio alla tua persona, ti segnala che stai lavorando male, vediamo cosa si può fare, cerchiamo insieme, ma tu ce la devi mettere tutta. Molti un po’ alla volta imparano a imparare: ad argomentare, a fare domande, ma c’è sempre qualcuno che io non sono in grado di aiutare.

Dice Beppe:  «Il senso comune- e forse non solo quello- tiene fare e desiderare ben separati. Sembrano divisi dall’abisso che separa il mondo materiale dall’immateriale, ma se “l’uomo è fatto della sostanza di cui sono fatti i sogni”, allora questa distinzione è solo superficiale» (p. 77).

Grazie quindi per il vostro libro perché non ne possiamo più di sentir parlare di scuola da parte di chi non sa nulla della scuola. Non ne possiamo più delle descrizioni macchiettistiche di vari film che negli ultimi tempi hanno raccontato la scuola. Non ne possiamo più di una cultura dominante che si lascia stritolare dai tentacoli mostruosi di un liberismo che si alimenta nella sopraffazione, perché non tiene veramente conto del fatto che riconoscere l’uguaglianza tra gli esseri umani vuol dire offrire a tutti le stesse possibilità.

La scuola dovrebbe accompagnare nel cammino della conoscenza, percorrere le strade della scienza utile alla salute ed al benessere delle persone, percorrere le strade della bellezza della poesia e dell’arte e ritrovare l’intreccio di una cultura scientifica e di una cultura umanistica che sono, insieme, espressione ed esigenza di quella specificità umana fatta di pensiero e fantasia.

 

l'autore

Assunta Amendola Docente di Matematica e Fisica, insegna attualmente in un liceo; laureata anche in Psicologia, indirizzo Educazione e Sviluppo.