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23/11/2017

Perché “Memoria” non sia solo una parola abusata

di Antonella Tredicine

Santa Maria La Longa, 25 novembre 2017

Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli.

Lorenzo Milani

Se la letteratura è fonte, documento e testimonianza storica della marginalizzazione, è al contempo un’opportunità per trovare nuovi modi di comunicare: questi dirigono l’appello all’Innocenza in cui ognuno trovi il “suo” posto. “La scrittura è una magia che permette alla parola di superare la separazione, nel tempo e nello spazio […] di delocalizzazione, innesto ben fiorito nell’albero della parola, della sua capacità di colmare l’assenza.” [1] Letteratura dunque come Memoria fatta di rinnovati inizi, in cui il passato si riconcilia nel presente con occhi spalancati sulla diversità, come un filo sottile che lega gomitoli colorati, un’azione in fieri negli animi gentili che rigenerano sodalizi e responsabilità.
Non amo particolarmente le ricorrenze istituzionalizzate per “celebrare”, ormai ce ne sono veramente tante nell’anno, tuttavia mi dischiudo alla speranza che le Giornate ad hoc consentano nuove prospettive, punti di vista finora inesplorati che ci rendono migliori perché continuamente esposti ed aperti all’Altrove. Condizione essenziale questa per evitare pericolosi arroccamenti di verità, o, ancor peggio, rassegnazione imperante.
Spesso sono i microcosmi ad offrire occasioni di crescita, umana e culturale…come in questo caso. Vorrei condividere l’evento che si terrà sabato 25 novembre 2017 alle ore 18.00 in Villa Mauroner Tissano Santa Maria La Longa (Udine). In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne, sarà presentato il saggio storico “La Signora di Sing Sing” alla presenza dell’autrice Idanna Pucci. 

L’idea nasce dal rinvenimento fortuito in un comò nella Villa Brazzà di “un libricino stampato su carta fatta a mano” intitolato Storia di Maria Barberi, “fedele resoconto di avvenimenti che ebbero luogo negli Stati Uniti d’America negli anni 1895-1896 [e di una signora molto conosciuta in Italia] la cui fama deriva dall’impegno a favore delle contadine e dei braccianti in nome dela giustizia e della dignità umana” (pp. 17, 18). Scopriremo ben presto che l’anonimo autore e la donna sono Detalmo Savorgan di Brazzà e Cora Slocomb, i bisnonni della scrittrice. Ecco, Idanna afferra quel “filo” offertogli dal caso e, attraverso ricerche di anni, testimoniate nel prologo e nell’epilogo del libro, propone questa storia che, basata su ricche fonti documentarie, fornisce molteplici spunti di riflessione: la pena di morte (in vigore ancora oggi in 57 paesi, 1032 le condanne eseguite all’aprile di quest’anno), la violenza individuale e collettiva sulle donne, i diritti civili, la questione sociale, la separazione di genere, i migranti di ieri e di oggi, le politiche della paura e dell’esclusione, il nesso tra il gap linguistico e l’esercizio del sociopotere, dell’uso manipolatorio del linguaggio, delle coscienze e dei corpi, abusati e vissuti. 
E' un’ulteriore possibilità per interrogarci in modo sistematico e critico sui processi mediante i quali si plasmano condotte e si sedimentano pregiudizi. E attraverso una lucida analisi ripensare a Noi, alla nostra responsabilità individuale nel riprodurre il potere nella quotidianità. 

Una storia vera, due protagoniste: Maria Barbella e Cora Slocomb, donne diversissime per estrazione sociale e cultura ma che si completeranno, dando un senso alle loro vite, nella comune battaglia contro la pena di morte negli Stati Uniti. Mi piace pensare questo testo avvincente che stimola a prendere appunti lungo la strada, mi piace pensarlo come un romanzo polifonico animato da Cora, Maria e dall’incondizionata sinergia di Mrs Foster, delle suffragette e di molte altre donne, che “prestavano soccorso ai detenuti […] colmando un vuoto istituzionale nei confronti degli immigrati e delle donne indigenti [tanto importante che avrebbero] meritato di essere giudicate secondo i parametri di un ente statale” (p. 90) e che invece per il loro agire venivano diffamate dal potere maschile con l’epiteto di “Angeli per danaro”.
Maria, ventenne emigrata in America da Ferrandina, piccolo paese lucano, analfabeta, viene sedotta, drogata e circuita con la falsa promessa di matrimonio da un suo compaesano, in realtà già sposato e padre, come scopriremo verso la fine del libro. Dopo l’ennesima lite e una grave offesa infertagli dall’amante, presa da un raptus, al processo dichiarerà di non ricordare nulla di quei momenti, con il rasoio lo colpisce mortalmente alla gola. Arrestata viene portata nella prigione di New York conosciuta con il soprannome di le “Tombs” per le atroci condizioni di vita dei detenuti. Il primo processo è caratterizzato da una giuria distratta, nessun italiano tra i giurati; un interprete sbadato, non aiuta, anzi “la sua voce un monotono ronzio […] traduce in un inglese abominevole” che annoia e maldispone la giuria verso l’imputata; la difesa affidata dal tribunale ad un oscuro avvocato; un giudice imparziale. Tutti questi fattori producono un esito già scritto: omicidio volontario e di primo grado. Maria è la prima donna condannata alla sedia elettrica e rinchiusa a Sing Sing. 
Una vera e propria “costruzione” lombrosiana dell’assassina, in cui grande peso ha la stampa nel fagocitare l’opinione pubblica; una stampa al servizio delle prime multinazionali, come ci rivela la scrittrice. Direttamente su ordinazione, potrebbe dirsi, vista la figura dell’osannato inventore Edison, deciso supporter della sedia elettrica e committente di Chapin, direttore del World ed estensore di articoli e fondi giustizialisti (pp. 112-117, 289).

Maria non conosce le leggi e la lingua, non sa quali sono i suoi diritti: “Quando la gente mi parla mi spavento perché non riesco a capire quello che dice” (p. 98). Rassegnata, incapace di “nominare” le proprie emozioni, quasi un corpo inanimato; tuttavia nell’arco della narrazione assistiamo ad un’evoluzione, Maria si apre, studia l’inglese, riesce a far capire quello che ha dentro.

Cora Slocomb, ereditiera americana sposa di Detalmo Savorgan di Brazzà, residente in Friuli: colta, caparbia, schietta “credeva in una giustizia senza nazionalità, una giustizia che servisse poveri e ricchi, combatteva contro ogni ingiustizia fino in fondo […] si sentiva una cittadina del mondo”, partecipa in prima linea al movimento pacifista, per i diritti civili. Quando apprende da un trafiletto sul New York Times la notizia, sa esattamente cosa c’è da fare, sa che Maria è stritolata da un meccanismo perverso fatto di pregiudizio e razzismo. Al corpo inanimato di Maria fa eco il corpo dinamico di Cora che prontamente parte. Arrivata negli Stati Uniti, “il semplice interesse divenne impegno totale” (p. 104), solleva un grande movimento d’opinione dimostrando che il primo processo, sommario e frettoloso, non aveva consentito all’emigrata italiana, con un passato di miseria alle spalle, abusata da un uomo fisicamente e mentalmente, di essere tutelata in modo adeguato. Un nuovo e decisivo forcing della stampa liberale si rivela vitale per la difesa di Maria e trasforma l’intento di Cora di salvarla “dalla sedia elettrica nella prima campagna ufficiale americana contro la pena di morte [in un paese in cui] ben poche erano le voci che manifestavano la loro opposizione” (pp. 135, 145). I nuovi avvocati agguerriti, studiano il caso, riscontrano molte irregolarità, rendono nulla la prima sentenza, scagionano Maria. Assolta.

Migranti ieri e oggi. Un ricordo. 

Metà anni Novanta. Erano tempi caratterizzati da un’attenzione genuina per quei primi migranti che, pasolinianamente, “sventolavano la loro speranza in un mondo migliore”, gli albori di quella che oggi è una consolidata società multiculturale oggetto di diversificati, ma omologanti, interventi delle politiche sociali. Dei tanti volti e mani che cercavano di catturare parole incomprensibili, un alunno filippino, trentenne, mi spiace non ricordo il nome ma benissimo la triste gentilezza della voce, quel giorno cercava di nascondere un disagio. Gli chiesi cosa avesse e lui mi raccontò che la sua padrona (fu esattamente questa la parola che usò) lo aveva maltrattato, rimproverandolo perché non aveva pulito i vetri delle finestre. Era sconsolato, proprio non riusciva a comprendere come si potesse pretendere di far pulire i vetri quando fuori pioveva a dirotto. “Ah le foto sorridenti che ci mandano i familiari dall’Italia per farci venire qui, sono solo bugie!”. Anni dopo ho ritrovato le stesse amare considerazioni sull’illusione tradita dal miraggio del bel paese che spesso nasconde solo menzogne: parole che rivelavano tutta la loro vilipesa umanità e la loro incomprensione verso il mondo dell’approdo che li aveva fagocitati come mezzi per soddisfare il suo potere economico.

La storia rimossa dei contadini di fine Ottocento che venivano attirati dal “quadro idilliaco” dipinto dai fiduciari dei boss che li costringevano a contratti capestro strappandoli alla loro terra per il profitto del padrone. Tra loro, Maria, “uno dei 247.000 italiani che sbarcarono in America nel 1892. Tuttavia, una volta giunta a New York, le sembrò di non essere neppure partita. Pareva proprio che Ferrandina si fosse trapiantata nei vicoli della Little Italy” (pp. 41, 43). Maria, epigona di tante giovani emigrate per trovare l’America, le speranze disilluse disattese, di chi, partito da Ferrandina, dove “le donne erano sedute in quella specie d’enorme salotto che era la strada”, approda ad un’esistenza ancor più misera e che ora “rappresentava tutti gli emigranti italiani [ed era] diventata il potenziale capro espiatorio della brutale discriminazione americana nei [loro] confronti” (p. 54), un’operazione filtrata da racconti “che hanno maldisposto il cuore verso gli italiani” (p. 51).

“L’immagine di New York come ideale melting pot, luogo in cui si potevano fondere razze molto diverse tra loro, era menzognera: in quella città era in atto un vero conflitto fra campi armati […]. Gli italiani di New York avevano intrapreso un lungo viaggio per trovare padroni ancor più rigidi. […] Nonostante la loro reputazione di criminali, era facilmente dimostrabile che gli italiani erano la popolazione più docile e più maltrattata della città” (p. 182).
Una straordinaria somiglianza con la nostra epoca, attanagliata da due mali: l’abuso delle parole, svuotate, manomesse, che innalzano muri nell’immaginario e una sorta di rassegnazione allo squallore che rende come inchiodati “da un fato sovrastante". [2]

Il potere delle parole. La loro manomissione. Tre donne, Idanna, Maria, Cora. Una Donna prende la parola e la restituisce ad un’altra, rendendole la sua umanità tradita da secoli di sopraffazione. Se, ricorda Carofiglio, per raccontare dobbiamo rigenerare le nostre parole, liberandole, emancipandole, Idanna Pucci in “La Signora di Sing Sing” pone un altro tassello del lavoro paziente, artigianale per ri-dare vita ad una storia taciuta che è la storia di tante donne e così dare una nuova ragione al nostro agire come singoli e comunità sodali. Accettando una sfida che, come a Cora, “richiedeva sacrifici ma non si esauriva in una spinta altruistica, bensì faceva parte della ricerca di se stessi, quasi come una vocazione spirituale” (p. 55). Sapere esattamente cosa c’è da fare, schierarci dalla parte di chi è “in attesa del cenno che lo autorizzi a cessare d’essere rassegnato e a sfoderare la spada che affila sulla cote dei suoi diritti”. [3]

 

Grazie a Donatella Urban, per avermi fatto conoscere questa storia e con lei riprendere l’inesauribile e vitale viaggio della Memoria, con e per tutte le Maria che affidano i loro sogni al mare, che spesso li inghiotte, vorace.
Grazie a tutte le voci pensate e pensanti che educano a trasformare e tradurre l’esperienza dell’assenza in “una generosa avventura esistenziale e creativa”, lucidamente condotta con la forza del cuore. 

 

Note


1. Richter, M., Libri migranti, Cosmo Iannone, Isernia 2015, p. 236.
2. Carofiglio, G., La manomissione delle Parole, Rizzoli, Milano 2017, p. 112.
3. Pasolini, P. P., Simili ad arcangeli, in Id., Un paese di temporali e di primule, a cura di N. Naldini, Guanda, Parma 1993, p. 161.  

 

Immagine


"Tombs Angel mentre conforta Maria Barberi", New York Journal, November 20, 1896, page 3

 

Riferimenti Bibliografici


Carofiglio, G., La manomissione delle Parole, Rizzoli, Milano 2017.
Pasolini, P. P., Simili ad arcangeli (1948), in Id., Un paese di temporali e di primule, p. 161.
Pucci, I., La Signora di Sing Sing, prefazione di E. Morin, Libreria Editrice Fiorentina, 2016
Richter, M., Libri migranti, Cosmo Iannone, Isernia 2015.
Sayad, A., La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, trad. it. di D. Borca e R. Kirchmayr, Raffaello Cortina, Milano 2002. 

 

Idanna Pucci

La signora di Sing Sing

Libreria Editrice Fiorentina

2016 -  pp. 320

 

l'autore

Antonella Tredicine laureata il lettere e in discipline antropologiche, insegnante, referente per l’intercultura e la scolarizzazione degli alunni Rom presso la sede di titolarità.