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19/01/2023

Tra memorie e privato: Asor Rosa narratore

di Lina Grossi

questo racconto è ispirato dal principio alla fine
alla persuasione che la vita non è vera perché ha
un senso, ma ha un senso perché è vera.


(A. Asor Rosa, Assunta e Alessandro)

L’alba di un mondo nuovo, raccolta di racconti scritti da Alberto Asor Rosa e sua prima opera di narrativa (2002), si apre con una riflessione sulla memoria che ha rimandi espliciti al pensiero e alle parole di Virginia Woolf e che rappresenta una sorta di enunciato della sua poetica di scrittore. Sono questi alcuni passaggi dell’incipit:

La memoria è la facoltà più singolare della mente umana…
Non si ricorda solo in funzione di qualcosa: assai spesso si ricorda solo per ricordare; e si ricorda non solo quello che si vuole ricordare, ma anche ciò che non si avrebbe nessuna intenzione di ricordare, anche ciò, persino, che non si prevedeva di poter ricordare, perché fino a un momento prima non lo si ricordava affatto, anzi era, nel senso letterale del termine, scomparso del tutto nell’abisso della memoria e dunque non se ne poteva neanche sospettare l’esistenza, anzi la pre-esistenza e la per-sistenza.
La memoria è dunque un tipo (l’unico?) di conoscenza totale.

Al primo lavoro fanno seguito, edite da Einaudi, Storie di animali e altri viventi (2005), Assunta e Alessandro (2010) e Amori sospesi (2017).

Di Alberto Asor Rosa professore emerito, storico e critico letterario, famoso italianista, intellettuale impegnato, molto è stato detto. Ma ad attrarre oggi l’interesse di chi scrive, già sua alunna alla Sapienza di Roma, è la più recente e meno nota attività di scrittore, condotta sul filo dei ricordi con pagine intense e struggenti. Cifra espressiva della narrativa di Asor Rosa è infatti il tema della memoria e del tempo che divengono reminiscenza, testimonianza e meditazione filosofica.
Aprendo al ruolo e all’importanza della memoria individuale, Asor Rosa avvia la sua meditazione in L’alba di un mondo nuovo definendo la memoria “inesplicabile e inesauribile, ma anche incoercibile e insopprimibile”, il cui tempo è la simultaneità - al contrario del tempo della vita scandito in passato, presente e futuro - dove tutto è mescolato insieme e coincide con quello che di volta in volta si è mentre si ricorda. “E, se si riuscisse a vederla, la memoria apparirebbe come un gomitolo compatto, in cui filo che porta all’indietro si dipana attraverso “nodi, intrecci, rimandi e imbrogli”.
Dentro la memoria di ciascuno “pulsa una molteplice vita” di cui sono beneficiari innumerevoli soggetti che continuano a parlare e ad agire, anche se non più fisicamente presenti, con atti e connotati che non seguono la linea del tempo reale. Smettere di pensarli vorrebbe dire sancirne la perdita, afferma ancora Asor Rosa, dal momento che “la loro vita è radicata nella mia”. Quindi la soluzione dello scrittore consiste nel far diventare racconto la propria memoria, per “buttarla fuori verso gli altri, a cercare l’udito e lo sguardo, a riconnetterla dunque al resto del mondo da cui originariamente era partita come esperienza e s’era distaccata come ricordo - per lo stesso impulso elementare per cui ricordiamo in noi”.

Per esplicita dichiarazione dello scrittore, che narra in prima persona, l’attività letteraria si concretizza nel racconto della memoria e nella condivisione della propria vita interiore:

Non voglio rifare la vita che ho vissuto. (Pur rendendomi conto che, in fondo, questo è l’impulso dominante, il vero motore di tutto il processo.) Voglio solo salvaguardare l’esistenza di quella che c’è stata, senza ambizioni o rigonfiamenti eccessivi. Per quanto possiate allargare l’angolo di osservazione, il risultato dei ricordi sarà pur sempre l’ombra di quel che veramente c’è stato. È questo, d’altra parte, che ci protegge.

La memoria quindi si fa racconto, si fa scrittura, in un amalgama di fatti ed eventi ordinati secondo il dipanarsi della matassa dei ricordi.
Scrivere, raccontare, ricordare è dunque, per Asor Rosa, un modo per continuare a dare vita e tenere insieme le figure e gli eventi della propria storia personale, nel contesto della grande Storia, sfruttando un tempo particolare, quello del crepuscolo, dominato da un sentimento preminente di malinconia. “La malinconia è un sentimento tranquillo: non c’è da preoccuparsi”, scrive ancora nelle pagine sulla memoria e sulle ragioni della scelta di dare voce all’interiorità attraverso la scrittura narrativa.

In questa ottica può essere letto L’alba di un mondo nuovo, narrazione autobiografica nella quale - come avverte la premessa - personaggi ed eventi sono tutti rigorosamente reali e nel quale “chi pronuncia la parola ‘io’ ” - un bambino che inizia ad andare a scuola alla fine degli anni trenta ed è un dodicenne quando il libro termina, nel maggio del 1945 - “recita al tempo stesso le parti di chi racconta e di chi viene raccontato”, con tutti i possibili involontari infingimenti: “se sia stato davvero come dice lui, questo invece non sono in grado di dirlo”.
Il romanzo ha il valore etico di testimonianza di una stagione italiana che non deve essere dimenticata. Gli eventi sono quelli tremendi di quegli anni della Storia d’Italia, narrati come esperienza del quotidiano: l’entrata in guerra, i bombardamenti a Roma, le Fosse Ardeatine dove il ragazzino, portato dal padre, rende omaggio alle vittime, l’annuncio della fine della guerra scandito dalla luce del crepuscolo che lascia presagire l’alba di un mondo nuovo. Il tempo della memoria viene reso da un periodare ampio e denso, con frequenti incisi riflessivi, e un andamento calmo ma, al tempo stesso, avvincente, che si ripropone perfetto in tutte le sue opere di narrativa.

Il romanzo del 2010 Assunta e Alessandro, ispirato e dedicato alle figure dei genitori, ha un sottotitolo estremamente significativo: Storie di formiche. La narrazione è preceduta, anche in questo caso per un’esigenza di chiarezza verso il lettore, da una riflessione [1] sulla polvere degli umili, che una “tradizione millenaria ha disperso al vento, semplicemente ignorandola”, sulle “grandi masse”, protagoniste silenziose e dimenticate della Storia, pure vissuta e sofferta in prima persona. A un frammento di questa moltitudine infinita di “storie senza storie” lo scrittore dà voce e identità dando valore alla memoria, alla loro memoria, che attraverso il racconto comincia, “nonostante tutto, a contare qualcosa”.

Sullo sfondo della città di Roma, grande protagonista nei suoi avvicendamenti umani, sociali e storici, Asor Rosa narra in prima persona il vissuto di una famiglia come tante, con le loro speranze, sofferenze, illusioni e delusioni, difficoltà economiche soprattutto negli anni della guerra. Il padre Alessandro, impiegato alle Ferrovie dello Stato con vocazioni di militante, politico e sindacalista, scrittore; la madre Assunta, casalinga dopo il matrimonio, e il loro unico figlio, chiamato Alberto nel rispetto della tradizione di famiglia che prediligeva nomi che iniziavano con la lettera A.
La memoria si sofferma anche nei dettagli di date e riferimenti sulle origini della famiglia, inclusa una spiegazione della formazione del cognome palindromo. È appunto la storia delle “formiche”, che si dissolve quando “la Grande Storia spazza via le Piccole Storie (e neanche se n’accorge)”. Ecco allora il racconto di Assunta che, alla ricerca disperata di cibarie per la sopravvivenza, scopre che tutti i suoi risparmi, “i due intoccabili 10.000 rosa”, nel passaggio dalle vecchie Lire Regie alle AM-Lire valgono ormai mezzo chilo di fettine, che lei cucina malinconicamente con un residuo un po’stantio di olio. idea che “la Grande Storia spazza via le Piccole Storie (e neanche se n’accorge)”.
Il tutto è narrato con puntualità di documentazione alternata a divagazioni e commenti ironici, strategie narrative per stemperare la commozione, soprattutto intensa nei passaggi sulla vecchiaia dei genitori segnata da malattie. La partecipazione emotiva è così contenuta e si esprime in una meditazione di impronta classica sul senso che si nasconde dietro alle vicende di ogni esistenza.

Ancora uno spaccato di vita quotidiana, con quattro protagonisti - un gatto maschio, un uomo, una donna, un cane femmina - dà vita alle Storie di animali e altri viventi (2005),  Lo scrittore riserva, anche in questa opera, un breve spazio introduttivo per sé in cui spiega di preferire la comunicazione telepatica - intesa come trasmissione del pensiero che non si avvale dei sensi, e neanche della parola - a quella verbale, salvo concludere con un poscritto autoironico che “ovviamente la telepatia è l’anticamera della metempsicosi”.
Pur essendo scritta in prima persona, la voce narrante della storia non è quella dello scrittore, che delega ai quattro zampe la facoltà di parola e di scrittura: ora è Micio nero (il gatto), ora Contessa (la ‘cana’ come viene chiamata) a raccontare. Ne deriva un sapiente gioco letterario animato da sfumature di emozioni diverse: dalla tranquilla serenità quotidiana alla tristezza, al dolore per la separazione e la perdita dei piccoli coinquilini.
Il Gattuomo e la Canfemmina sono le due figure metamorfanti, inventate da Asor Rosa. Nella metamorfòsi (che non è l’equivalente di metamòrfosi, non è il cambiamento che avviene ma la forza che lo produce) è presente una “zona d’ombra in cui non c’è né umano né animale bensì le due cose confuse insieme”, in una dimensione in cui i “soggetti sono strettamente intrecciati fra loro e al tempo stesso reciprocamente dialettici e potenzialmente antagonistici”. E, a questo proposito, l’autore chiama giocosamente a consulto il filosofo e linguista Cicero de Mor (di cui non è difficile riconoscere l’identità).
La storia, narrata sul filo dell’ironia, con una mescolanza di toni ora leggeri ora malinconici ora riflessivi, contiene un invito finale ad andare avanti, a superare finalmente “tutte le costrizioni delle identità e degli intrecci, delle diversità e dei linguaggi per poter essere liberi, “liberi e tutti insieme” e “per sempre finalmente felici”. Un’utopia, una speranza, chissà?

L’opera più recente, Amori sospesi (2017), è un romanzo di formazione erotica e sentimentale, composto di dieci intensi e struggenti racconti di varia estensione, narrati in terza persona con un punto di vista (apparentemente) esterno, in cui si mescolano storie d’amore vissute da personaggi diversi per età ed esperienze di vita.
Una gamma di personaggi maschili, presentata in una declinazione di emozioni, desideri e sofferenza, passioni e illusioni da un narratore esterno che tuttavia vive nei suoi personaggi, tra realtà e finzione narrativa.
Le storie ci parlano di amore, nelle sue tante angolazioni e sfumature e si lasciano leggere con il fiato sospeso per le emozioni che vengono trasmesse con grande sapienza narrativa, in uno stile misurato, denso e compatto. Si percepisce peraltro l’ironia sottile che accompagna la narrazione e lo sguardo partecipe e disincantato insieme, la consapevolezza malinconica che desiderio e passione sembrano contrapporsi al crepuscolo dell’esistenza, mentre restano vitali nel ricordo e nelle parole della trasposizione letteraria.
La prima brevissima storia inizia con un addio: un bambino spaurito al suo primo giorno di scuola lascia la mano protettiva della madre e percepisce che il mondo in quel momento era cambiato, che per la prima volta era stato lasciato solo e non lo avrebbe mai dimenticato. C’è poi l’addio di un uomo che regredisce all’età infantile, in cui trova rifugio e conforto dopo una vita “in cui era stato perfettamente normale fino alla scadenza dei suoi sessantotto anni. E c’è il tragico addio alla vita del giovane protagonista del racconto, in un’alba un po’ strana, sospesa, quando la luce assume una tonalità grigia e in apparenza immobile e riporta alla mente pensieri ossessivi. Rientrato a casa affranto dopo l’ennesima delusione amorosa, il giovane si lascia andare nel vuoto, comprendendo che “aveva commesso un errore, ma che ormai era irrimediabile”. E ancora c’è l’addio solitario e dolente di un anziano insegnante di latino e greco che si sorprende quando la voce di una giovanissima alunna riaccende in lui passioni e desideri sopiti e comprende così che i sogni possono non essere incorporei e inafferrabili. La partenza della giovane gli fa scoprire d’un colpo solo che il massimo dell’amore coincide con il massimo della sofferenza” e con un senso di un vuoto incolmabile. E c’è anche il timido innamorato, il quale pensa che “a vent’anni amare ed essere amati è la cosa più naturale del mondo” ma che non riesce a dichiararsi. La rincontrerà per caso trent’anni dopo, senza rimpianti e senza essere riconosciuto, decidendo di ricordare di lei solo l’immagine positiva e fugace di quello che era stato una volta.

In sintesi, quello che più affascina della scrittura di Asor Rosa è la capacità di ricreare situazioni e ritrarre figure altrimenti perse nella dimenticanza, di dare vita a una narrazione intensa e coinvolgente ma al contempo pacata e ordinata, facendo propria la grande lezione dei classici sulla moderazione e la giusta misura.
Sul piano dei nuclei di senso, il suo tratto distintivo è il modo in cui esplora la memoria e il tempo: una memoria individuale che attraverso l’esperienza personale e il vissuto familiare diventa testimonianza degli anni difficili della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra; una memoria individuale che diventa paradigmatica di una condizione esistenziale quando affronta il tema dell’amore, facendone emergere le profondità dell’io; una memoria solo apparentemente leggera quando affronta temi complessi, con la convinzione che solo con la convivenza tra diversi si può diventare migliori.
Asor Rosa scrittore si rivela pertanto un grande narratore e merita uno spazio nella letteratura in virtù di una ecologia della comunicazione e della memoria capace di dare valore alla parola che conta, ristabilendo così un rapporto con i classici [2]:  una letteratura che resiste al tempo e comunica a distanza.

 


Note

 

1. Si tratta di una pagina da A. Asor Rosa, L’ultimo paradosso, Einaudi, 1985.
2. Cfr. G.Ferroni, in Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura, Einaudi, 1996, 11/01/2023 pp.153-194.

l'autore

Lina Grossi È stata docente di materie classiche, formatrice, ricercatrice INVALSI e collaboratrice INDIRE; esperta sulla valutazione degli apprendimenti in ambito europeo; autrice di saggi e testi di ricerca didattica.