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c'era per noioltre la lavagna

09/03/2017

L'ultima sera di carnovale

di Rosanna Angelelli

Entro a Montecitorio quasi correndo. Il fondo della piazza è occupato da un centinaio di lavoratori della pesca infagottati e con la barba lunga che gridano le loro rivendicazioni e suonano a intervalli una sirena. Mi sono aperta facilmente un varco tra loro, ho chiesto chi fossero, e loro me lo hanno spiegato in italiano comprensibile. Il mio brevissimo indugio ha però insospettito la siepe di poliziotti alle transenne e “Dove va?”, mi ha chiesto una voce perentoria. “Alla Camera”, rispondo a voce chiara. “Per che cosa?” “Vado all’aula Aldo Moro, all’evento “Libertà, parità e autonomia della scuola”… Presentano un libro sulla scuola…” “Aaah, forza allora, si tiri via di qui!”

All’ingresso c’è una certa trepidazione. Sento dire che i manifestanti hanno fatto scoppiare due bombe carta. La guardarobiera prende il cappotto un po’ allarmata. Eppure dopo il varco è tutto ovattato, quasi deserto. Salgo a piedi al primo piano, raggiungo l’aula decorata con boiserie dorate e illuminata da un enorme lampadario a gocce. Già molti vi sono entrati, per lo più uomini in abito scuro, tutti a me sconosciuti. Si incrociano i saluti intorno a un caschetto nero: è Valentina Aprea, truccata e disinvolta. Quando entrerà la ex ministra Mariastella Gelmini il contrasto è evidente, tanto lei è austera: capelli tirati a piombo e golfini gemelli beige da insegnante di una volta. Valeria Fedeli, la ministra attuale, ha rinunciato invece alla sua chioma fulva vaporosa per un taglio più contenuto, arriva  e si siede tranquilla disponendosi all’ascolto. Arrivano gli uomini della tavola rotonda: Giorgio Vittadini, brizzolato, il viso paciocco movimentato da uno sguardo acuto, un po’ guardingo; Maurizio Lupi, sorridente e ciarliero; Luigi Berlinguer (il terzo ministro dell’istruzione presente all’evento) canuto e un po’ appesantito, dall’aria vagamente spaesata. Tutti entrano accompagnati da caldi applausi.

Incomincia la kermesse.
A Lupi spetta la presentazione del saggio di Vittadini  Far crescere la persona. La scuola di fronte al mondo che cambia, Fondazione Sussidiarietà, 2016, e lo fa usando la metafora della sfida educativa, necessaria a “rimettere la persona al centro della scuola con le sue risorse ma anche con un accresciuto senso di responsabilità”. Il mondo sta cambiando nel bene e nel male e questo fenomeno complesso è ben noto anche al papa, ma in questa sede è importante chiedersi con quale ricaduta il cambiamento si riversi sulla scuola e soprattutto, a patto che la scuola ne sia cosciente, quali provvedimenti si debbano prendere per soddisfarne gli aspetti positivi.
Con questo incipit un po’ sbrigativo Lupi sembra addolcire le ansie di Bergoglio sul futuro dell’uomo e ravvisare gli aspetti dinamici del cambiamento, tant’è che gli diventa consequenziale chiedersi e chiedere ai presenti che cosa la scuola dovrà rinnovare e che cosa lasciare, per “migliorare la qualità dell’apprendimento, i rapporti tra i giovani e il mondo del lavoro”, due elementi di realtà a cui verrà data in seguito vitale importanza.

Ora, se non fossi italiana, dalle domande poste da Lupi sul destino dell’educazione avrei pensato che oggi delle riforme immediate sarebbero davvero necessarie allo scopo, ma essendo tale, mi è venuto da chiedere che cosa si possa e si debba fare di più, dopo 26 anni  di interventi “migliorativi”, sia della scuola che del mondo del lavoro, tutti largamente discutibili, spesso catastrofici e a opera di governi di ogni guisa politica.

A togliermi da questo impaccio ci pensa Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione Sussidiarietà, e personalità di spicco di CL. Nell’autopresentazione del libro, egli  ricorda il suo lavoro ventennale per preparare in modo “controcorrente” questa sua ultima fatica, dal momento che vi hanno contribuito personalità di aree diverse “convergenti su un tentativo comune di scuola moderna”.
Eccoci qua, penso, alla concordia discors tanto cara alla politica democristiana di Aldo Moro peraltro genius loci della sala in cui stiamo! Ma mi sbaglio, perché a Vittadini non interessa individuare le giustificazioni ideologiche di questo andare “a braccetto” del libro tra tecnici e politici di aree diverse, interessa invece tradurre la convergenza in provvedimenti futuri molto concreti. Quel “capitale umano” di cui aveva parlato in una pubblicazione omonima del 2004 insieme con la rilettura di una possibile ricostruzione della  produttività economica e dell’equilibrio sociale attraverso la cultura, l’innovazione e la ricerca (non solo quindi attraverso l’organizzazione funzionale del lavoro) si potrà benissimo rigiocare nella scuola dell’oggi, purché non si commettano gli errori del passato.

 E quali sarebbero tali errori?, subito mi chiedo incuriosita dandomi come ipotesi immediate: la scuola di classe? La permanenza dell’idealismo gentiliano? Ma no, per carità, sono di nuovo autoreferenziale e divisiva! Perché gli errori, secondo Vittadini, sono stati: la semplificazione (sic), l’apertura alla scuola di massa, l’individualismo (sic) e la tecnologia. A questo punto, tra la perplessità di Berlinguer, che accenna una smorfia, e l’approvazione di Gelmini visibilmente sorridente, Vittadini comincia a snocciolare i suoi riferimenti culturali: la scuola di Chicago,  Paul Ekman e, per l’Italia d’oggi, l’economista Enrico Moretti. Ecco i loro meriti: la prima avrebbe teorizzato che un apprendimento scolastico più libero, creativo, meno codificato e testato, può migliorare l’impegno di lavoro e quindi la produttività; a sua volta Ekman avrebbe valorizzato a fianco delle capacità cognitive razionali e logiche quelle non cognitive skills, quali la perseveranza, la motivazione, la disponibilità a interagire con gli altri  attraverso strategie non formali, che contribuiscono a rafforzare la personalità, ma anche a renderla duttile. Oltre tutto, penso, essendo capacità  ritenute “Innate” da Ekman,  sono esercitabili a costo zero: bisogna solo far rilassare il giovane ed ecco che lui collabora empateticamente con il contesto diventando un bravo studente, un bravo lavoratore… Enrico Moretti, infine, è importante avendo evidenziato nella sua “Nuova geografia del lavoro” la necessità di far accostare lo studente durante la scuola a saperi teorico-pratici più complessi, che, impiegati nelle attività di lavoro, possono rinnovare e innovare sia la tipologia dei beni prodotti sia le modalità del lavoro.

“Bisogna migliorare l’autocoscenziosità, l’autocontrollo, superare con grinta difficoltà e depressione che caratterizzano l’oggi…” , continua Vittadini. Toh, commento tra me, siamo proprio messi male, dal momento che non si mettono più in primo piano neanche il  merito e il successo performativo, ma il “carattere”, la positività verso la vita, la capacità di contenere gli ostacoli.

“E superare il funzionalismo, la standardizzazione, formarsi sperimentalmente… Tutto questo non necessita davvero di grossi investimenti, ma di tutor e di analisti azzeccati…” Qui alcuni della platea devono aver fatto faccia sorpresa, perché Vittadini si corregge rapidamente: “Certo, aumentare la spesa per l’università è fondamentale, ma, nei paesi sviluppati si è visto che farlo per gli studenti oltre i 40.000 dollari di investimento pro capite non porta al miglioramento dell’apprendimento. Il miglioramento avviene nell’esercizio dell’autonomia (ovviamente monitorata e valutata) e nella parità, vale a dire nelle free schools e/o paritarie, nelle charter schools gestite dai privati e finanziate dallo Stato, nelle esperienze di realtà. Del resto anche in Italia da tempo si è rotto il tabu della differenziazione tra pubblico e privato…”

Ebbene sì, mi dico, fu il ministro Berlinguer a farlo, ed è proprio lui subito dopo a parlare. Ovviamente egli difende la sua scelta, anzi la rinforza tirando in ballo la valorizzazione della parità e il suo sostegno finanziario da parte del governo Renzi. “La scuola  - continua- sta subendo una “torsione di novità”, uno scossone, legato al cambiamento globale. Si stanno riscrivendo categorie fondamentali del reale e pertanto va rivista l’idea di scuola da noi consolidata, come del resto si sta facendo in Francia. Non si possono più introdurre ritocchi ma va preso atto che va demolito qualche idol e luogo comune. Questa scuola non serve allo sviluppo della società…”

A questo punto si ode un gran tonfo: tutti ci guardiamo perplessi… è scoppiata un’altra bomba carta, ce lo diranno dopo, mentre  il suono della sirena diventa continuo. Berlinguer riprende a parlare: ”La scuola sta sempre meno servendo e il dibattito politico ne è lontano le mille miglia… Che cosa va cambiato?” Qui Berlinguer, con un volo pindarico, si sposta a commentare l’evento diventato di moda: le sorti dell’italiano nel documento dei 600. Ma il ministro si dissocia dalle opinioni e dai rimedi ivi contenuti. “Esso, dice,  non rende giustizia allo spessore di Tullio De Mauro che anzi è stato insultato “a terra ancora fresca”…Perché il cambiamento linguistico richiede solo parzialmente l’approccio a strumenti puramente tecnici. Si parla e si scrive leggendo e ascoltando. Ma nella realtà il ragazzo studia prevalentemente a casa discipline tra loro incomunicanti. E questa è una forma di apprendimento condizionato anche dal livello sociale. Invece si deve apprendere a scuola in modo trasversale e non separato”. Ma poi Berlinguer ritorna alla condivisione della politica renziana e dice: “Per fortuna la L 107 prescrive la scuola aperta tutto il giorno e un maggiore spessore dell’offerta formativa” e aggiunge che oggi “si deve imparare a vivere, e gli insegnanti, difendendo la specificità delle loro materie  e dell’orario di servizio, respingono le aperture della legge”. Le sue proposte sono: funzionalità dell’istruzione di qualità per tutti e non solo per i migliori (e qui egli rimprovera il classismo di Galli della Loggia sul Corriere della Sera e del Sole24ore); introdurre una cultura del lavoro accelerando un processo decisivo di altissimo livello;  sviluppare la pulsione artistica e creativa dei bambini attraverso il disegno e la musica; stimolare gli alunni alla gioia del sapere e alla scoperta dell’eros creativo.

Personalmente sono sconcertata e via via angosciata dall’intervento ondivago di un professore emerito dalla stimatissima cultura ma irrigidito entro una politica a dir poco contraddittoria nel merito (di sinistra?) e nel contenuto.

Gelmini mi aiuta a ristabilire una certa distanza dalla tavola rotonda perché la prima parte del suo intervento è una riverbalizzazione dei principi enunciati da Vittadini. Lo fa secondo una visione falsamente neutrale. Dice: “Dopo molti anni di approccio ideologico contrapposto, condivido la linea di convergenza del libro i cui elementi sono: la libertà di scelta educativa (leggi, la caduta della distinzione tra scuola pubblica e privata); la finalità di formare una persona, in una sfida che metta davanti all’istruzione l’educazione, l’incontro tra studente e docente… Lo studente dovrà crescere nell’autocoscienza e nell’espressione dei non cognitive skills. Il docente dovrà avere l’umiltà di riconoscere che la scuola deve educare al senso del reale e in un certo senso accettare che le sue aspettative altissime sono talvolta impossibili. Non sono state create ancora le condizioni di una esperienza positiva reciproca.” Gelmini fa quindi i suoi distinguo da Berlinguer, che evidentemente le appare propugnatore di una istruzione e di strategie di apprendimento insolite e ancora troppo complesse. Infatti attacca la scuola di qualità per tutti e deplora l’abbandono della didattica tradizionale per discipline separate, che secondo lei ha sfigurato anche l’italiano. “Benedetta è la severità della maestra di mia figlia”, ovviamente iscritta a una scuola privata, “che di fronte agli sbuffi della bambina, continua imperterrita a insegnare le parti del discorso”.  Riguardo all’occupabilità la sfida secondo lei è ancora più complicata perché “il titolo di studio non è garanzia di un risultato professionale” E quindi l’alternanza scuola-lavoro deve diventare una esperienza diffusa per dare a un giovane il senso pratico del lavoro e la reattività necessaria a un possibile cambiamento di vita. E a suggello di quanto sopra detto Gelmini pone una ciliegina finale sulla torta:   concordando con Vittadini sul fatto che non è necessario finanziare con ulteriori spese la scuola, lascia capire che sarà il ”merito” (leggi selezione) a tagliare le spese di una inclusione troppo ampia. Oltre tutto non le sembra neanche necessario investire in nuovi modelli didattici poiché esistono tante buone pratiche per altro attentamente evidenziate da Vittadini nel suo libro e promosse da Valentina Aprea nella sua attività in Lombardia. Ma quando Gelmini si avventura sula questione del reclutamento degli insegnanti precari e dice che “non va uccisa la speranza dell’occupabilità e va eliminata la disparità del trattamento”, finisce per contraddirsi due volte: in prima battuta tralasciando i tagli da lei fatti che sfigurarono la scuola elementare e aggravarono il precariato; in seconda, avendo sostenuto appena prima che non ci fosse bisogno di ulteriori risorse per migliorare la scuola.

A questo punto si sente lo scoppio di un’altra bomba carta e riprende implacabile la sirena…

Ma si dispone a parlare la neo ministra Fedeli che ricorda perentoria come il valore dell’istruzione/formazione sin da subito (un tutt’uno strettamente integrato dalla nascita) debba interessare ogni politica indipendentemente dalle appartenenze di partito. La ministra, che è fresca di nomina, deve dare tuttavia garanzie della validità di questo assunto e lo fa citando l’audizione alla Camera del 27 gennaio scorso, dove ha sostenuto che la scuola nei suoi fondamentali istituzionali (per esempio, l’art. 3  della Costituzione) deve essere “lasciata fuori dalla discussione politica”, come si fa in Germania e in Francia. E qui lancia una stilettata ai presenti: “Invece in Italia il modello di rappresentazione della scuola pubblica è stato sempre attaccato e i vari ministri hanno affrontato spezzoni di temi che lo hanno frantumato”. Nello stesso tempo riserva una stoccata ai Cobas e ai Pentastellati: è stato usato “un linguaggio non educativo per contrastare alcune innovazioni”, per esempio, “deportare“ (gli insegnanti precari assunti); “sceriffo” (a proposito delle mansioni di controllo del DS). A suo parere “Bisogna dare  a un ragazzo tutti gli strumenti per far tenere insieme saperi e competenze, anzi gli strumenti devono essere di più e le competenze derivare dal curricolo disciplinare. Questo in conformità con il goal n. 4 dell’Agenda dello sviluppo sostenibile ’20-‘30 dell’ONU secondo cui una scuola di qualità è un punto di cambiamento per cambiare l’economia”. Allora “il ri-formare (e qui si sporge a guardare Berlinguer) diventa un’azione da brivido e deve puntare su tre scopi: istruzione/formazione sin da subito; valutazione; reclutamento del personale”. Su questo ultimo scopo  - la ministra ha una esperienza come sindacalista della CGIL- precisa: “Le persone che educano traggono la loro autorevolezza dalla formazione iniziale, dal tirocinio, dalla formazione permanente (retribuita) insieme con un riconoscimento economico più sostanzioso” (ma con quali risorse?, mi chiedo). Riguardo l’alternanza scuola-lavoro “essa non si deve mascherare da apprendistato. Va inserita nell’ambito di un cambiamento della cultura del lavoro, di cui dovrà farsi carico anche il sistema delle imprese, e va estesa, come fa la L 107 a tutti gli indirizzi della secondaria di II grado”. E per ultimo dice: “In questo compito comune di riforma si deve anche rifare un nuovo patto educativo tra scuola, famiglia e società”.

Agli applausi (moderati) che riceve Fedeli risponde Vittadini con sue conclusioni, ribadendo quanto l’istruzione sia un fattore fondamentale della crescita economica; che l’istruzione e l’educazione sono un percorso iniziale comune di tipo culturale, come caldeggia tra i tanti esperti la pedagogista Susanna Mantovani; che questo percorso debba tenere insieme le scuole pubbliche e le paritarie, secondo quanto fu deciso a suo tempo dal ministro Berlinguer. Seguono calorosi applausi.

Mi fanno uscire lungo palazzo Montecitorio. Ormai è sera. Sullo sfondo della piazza ci sono ancora i manifestanti, entro una nuvola di fumo, ma la sirena ormai tace…


La registrazione dell'intero evento è disponibile sul sito dell'AGeSC, Associazione Genitori Scuole Cattoliche.
 

Parole chiave: istruzione, scuola pubblica

l'autore

Rosanna Angelelli Di formazione classica, già insegnante di materie letterarie nei licei, è da anni redattrice di "insegnare".

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