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oltre la lavagna

20/02/2016

Umberto Eco. Un pianto

di Mariangela Colombo
Ho pianto  alla morte di  Mario Lodi,  che  sentivo    come   un  fratello  maggiore, al quale  mi univano  la  storia professionale,  gli ideali  politici,  persino  le origini  in  quella   terra  basso-padana così  ricca di  genialità  contadina e artistico-culturale,  istinto cooperativo, lucida e dignitosa  volontà    orientata   verso   il  "far da  sé",  senza    piagnistei e infingimenti,   anche  nei momenti  più  tragici  dell'esistenza privata e collettiva.  

Torno a  piangere oggi,  alla   morte   di  Umberto Eco.
Non   mi  sono  mai  sentita -  nei  suoi confronti -  come  una  sorella minore:  come  avrei  potuto?   Come potevo  osare,   davanti a  uno dei  massimi  testimoni   di una  cultura   sterminata,  che non solo  si  nutriva di un   sapere  acquisito sui  documenti  del passato,  ma  della  contnua  "lettura"   di ogni  stimolo   cartaceo,  multimediatico,   relazionale - in una  parola,  "semiotico" -  proveniente    dall'universo   circostante ?

Questo è ciò che    Umberto Eco  mi  ha insegnato:  e cioè  che   la  cultura   è   una    perenne, ostinata  (e  qualche  volta  eroica)   ricerca  di  risposte,  che   ci   costringono   a  porci  (e  a porre)   domande     sempre  più    articolate,  sempre   più    complesse,   sempre  più   "aperte"  verso  orizzonti    via  via più  alti, più  problematici,   più "relativistici".
No, non   mi sento   "sorella" di  Umberto  Eco.   Sono - e  resterò  per  sempre  -   sua  figlia e   allieva.   Così  ne  piango  le  spoglie.   Anche   se    mi   riscalderanno   per  sempre  le sue  parole.

l'autore

Mariangela Colombo A lungo docente di scuola primaria, ricercatrice e formatrice nel campo della progettazione educativa e dell'educazione linguistica.