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09/07/2016

Che fare di ciò che resta...

di Luigia Amoroso e Daniela Casaccia

Che cosa resta?

Volendo sintetizzare un giudizio sulla legge 107, viene spontaneo definirla prima di tutto  un rinnovato attacco alla scuola pubblica. Difficile trovare un’altra espressione che rappresenti con efficacia il concetto, pur nella consapevolezza che si tratta, purtroppo, di parole consumate dall’uso…
Si tratta di un giudizio davvero pieno di amarezza, per chi tiene a mente il dettato costituzionale, in particolare il primo comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che, nello specifico scolastico, fonda il diritto di tutti e di ciascuno all’opportunità di crescita culturale e sociale.
Ora noi ci chiediamo che fine faccia questo dettato dinanzi a una legge che legittima di fatto  la disuguaglianza nel sistema formativo, assumendo come un principio di giustizia/qualità  il riconoscimento di  una gerarchia fra docenti, incentrata sul merito di alcuni e sul demerito  dei più, avallando in tal modo il fatto aberrante che gran parte degli studenti italiani possa  “giovarsi” dell’insegnamento di un gruppo di maestri poco o per nulla qualificati (nell’accezione negativa ci si concedono approssimazioni).
Ci preme sottolineare questa considerazione all’interno di un dibattito che, per quanto improntato spesso al dissenso, ci è sembrato poco attento a questo nodo centrale che merita invece massima considerazione critica.

Le posizioni di rifiuto verso il Comitato di valutazione, emerse fra i docenti, spesso risultano incondizionate: a noi pare invece che la questione di una seria valutazione sia stata troppo a lungo trascurata e  che vada sicuramente posta, ma  secondo modalità molto diverse da quelle adottate dalla 107. Valutare non significa stilare una graduatoria di merito fra i docenti coinvolti, bensì produrre una  critica/autocritica fattiva, promotrice di ricerca-azione finalizzata a migliorare gli esiti dei percorsi svolti: come agire perché ciò  accada effettivamente è il problema a cui  converrebbe inchiodarsi piuttosto che sprecare energie sparate a vuoto.
Inutile aggiungere che una parte di docenti avalla invece la valutazione governativa: convinti della necessità di un riconoscimento del lavoro assiduo che distinguerebbe i migliori da una massa lavativa, molti si compiacciono di questa distinzione a lungo attesa come di un traguardo sociale, facendo corrispondere il bene comune al soggettivo godimento di una mensilità in più (o giù di lì) e di qualche spicciolo di prestigio. A noi pare francamente indecente lo spettacolo che ne è derivato: intendiamo la corsa all’attestato o il calcolo ipocrita delle iscrizioni a stages confezionati  sui criteri partoriti dai comitati di turno: una vera e propria svendita taroccata della formazione professionale. E siamo solo alla prima applicazione della legge!

A questo punto,  precisamente in mezzo a questo sgomitare, ci chiediamo ancora che fine faccia il principio della collegialità: non si trattava forse del plurisbandierato, ineludibile fondamento  della didattica democratica? In quest’ultimo ventennio  l’ autonomia  avrebbe dovuto eleggerlo a perno ruotante di ogni proprio moto, invece  le “buone pratiche” degli staff selezionati e degli estenuanti rituali dei copia-incolla l’hanno colpevolmente ridotto a  stanco rimestamento di nomenclature passe-partout, a una sorta di limbo per il ricovero di astratte intenzioni, al massimo un “convitato di pietra”. Cosicché non è un caso che oggi le politiche governative abbiano potuto rimuovere la collegialità.

Cosa resta della partecipazione di tutti in questi nostri collegi di giugno, quando il consueto sopore che accompagna le  relazioni  delle funzioni strumentali viene improvvisamente scosso dalle schermaglie sui criteri  di valutazione (destinati peraltro all’ambiguità e all’ingiustizia per il solo fatto di esistere, contrapposti al principio di parità che fonda lo stesso ruolo docente)? Che cosa resta della partecipazione di tutti nella desolata pila degli scontrini che cominciano a intasare le segreterie scolastiche, a testimonianza di un sapere che si sparpaglia in mille rivoli senza che si sia mai prima raccolto fra gli argini di un canale? L’ elargizione munifica dei 500 euro fa  pendant  coi comitati di valutazione,  un capolavoro di coerenza.

A fronte di una formazione che rifondi la professionalità docente in rapporto alla sfida sempre più difficile del suo altissimo ruolo sociale e culturale, a fronte altresì degli errori e del tempo perso in un’applicazione virtuale  e straniante dell’autonomia, dissennatamente si decide in via prioritaria che  il denaro pubblico disponibile venga sperperato. Si punta infatti  o sulla promozione  professionale di alcuni individui, rinunciando a modificare il sistema, o su scelte assolutamente autoreferenziali di promozione vuoi professionale vuoi culturale in senso lato. Ma ne deriva un quadro scoraggiante: si oscilla  fra la frattura multipla del corpo docente - i cui componenti cadono d’istinto nella trappola della consueta guerra fra poveri - e la dispersione di scelte qualunque (fermo restando che, se fosse garantito un sistema-canale formativo efficace e di riferimento comune, non certo ci permetteremmo di criticare un provvedimento di  rimborso spese).

Torniamo dunque a chiederci che cosa resta del vecchio progetto di partecipazione-condivisione tanto caldeggiato dal dibattito vitale che ha attraversato la scuola negli ultimi decenni del novecento.  Roba sorpassata? Oggi sembra che a ricordarlo ci si allontani così tanto dalla realtà da esporsi al ridicolo. Per noi che abbiamo appunto creduto in un cammino della scuola democratica questa perdita è un dolore. Qualcuno lo giudica una romanticheria fuori tempo…

Ma  che cosa c’è di più attuale della difficoltà  crescente di questa nostra affascinante professione? Non crediamo che occorrano argomenti: oggi più che mai  la scuola è costretta a confrontarsi con una complessità  soverchiante per le irresoluzioni e contraddizioni di natura sociale, culturale, esistenziale che precipitano al suo interno. È coerente pensare che questa complessità possa essere affrontata da  una somma di solitudini, fatta salva la passeggera soddisfazione di qualche medaglia? È coerente pensare che queste solitudini ripiegate possano miracolosamente incollarsi l’una all’altra grazie all’intervento di uno staff riunito nelle segrete stanze o, peggio ancora, per l’azione ispirata ed intrepida di un leader massimo? Noi riteniamo che una simile  ingenuità precipiti nel ridicolo o nella malafede in quanto di fatto  va a  banalizzare un fondamento della democrazia o lo  rinnega senza ammetterlo: stiamo parlando ancora della scuola pubblica: torniamo all’affermazione di partenza.

​Che fare?

E tuttavia è necessario più che mai correre ai ripari contro  il masochismo diabolico della ripetizione  o il disfattismo delle menzogne: gli errori passati non vanno perpetrati; né si può tollerare che soluzioni semplicistiche e accattivanti possano scavalcare i fondamenti democratici.
Dunque è lecito chiederci che cosa ci potremmo aspettare da parte di un governo che volesse effettivamente migliorare la realtà scola
stica.

Di slancio la risposta: scegliere senza esitazioni né finzioni fra il modello della  Costituzione e quello dell’azienda, nella chiara consapevolezza della irriducibile distinzione  che li caratterizza, proponendosi il primo la formazione di un soggetto critico e solidale, il secondo la realizzazione di oggetti di consumo. Il che significa, dal nostro punto di vista, mollare la deriva del merito  e mettere mano con serietà alla questione della formazione, sia in entrata che in servizio, per definire il quadro generale dei contenuti, delle forme, dei tempi oltre che dei finanziamenti.  Riteniamo infatti che le carenze in questo campo costituiscano oggi il problema maggiore attribuibile alla componente docente, uno degli “ostacoli” da “rimuovere” di cui parla appunto l’articolo 3 della Costituzione. È vero che l’autonomia avrebbe dovuto provvedere efficacemente, ma, se questo non è avvenuto, a nostro avviso “è compito della Repubblica” operare perché tutti i docenti – non solo i migliori! – acquisiscano gli strumenti necessari per espletare al meglio la loro funzione.
Riteniamo necessario sottolineare che la formazione non può che occupare un posto centrale in qualsivoglia progetto innovativo o riforma che, ispirandosi alla Costituzione,  cerchi orizzonti appena un po’ meno angusti di quelli in cui si incastra la “buona scuola”. Allo stesso modo  riteniamo una condizione necessaria che a eventuali decisioni finali si giunga attraverso una lettura critica e senza sconti  di tutta l’ esperienza pregressa, filtrando e rielaborando gli spunti efficaci, sfrondando senza incertezze quelli che si sono rivelati inconsistenti: in quest’ottica pensiamo alle pratiche interessanti attuate dal  PNF per la riforma della Scuola Primaria (1985), pensiamo anche alle lezioni teoriche e frontali dei formatori, racchiuse  nei pacchetti orari che per anni hanno animato le pratiche del copia-incolla. E  non sarà sempre  necessario scavare all’indietro: nel caso della formazione in entrata potrà risultare utile anche la riflessione sulle contraddizioni emerse durante il recente concorso per il reclutamento dei nuovi docenti: la verifica delle  loro competenze è stata vincolata a prove di velocità o di destrezza tecnica nell’uso del computer  su cui è  opportuno un ripensamento.

Che fare? Fermo restando che una auspicabile riforma del sistema formativo, ammesso che la si voglia cercare, comporterebbe comunque tempi congrui di gestazione, come agire oggi nell’immediato e nel tentativo di non restare travolti dai sentimenti di rabbia e di impotenza?
Fra i docenti che in linea di massima condividono le ragioni critiche sopra esposte si distinguono tre gruppi: quelli che ritengono comunque necessario partecipare all’innovazione in atto, attraverso un contributo fattivo dall’interno, finalizzato all’obiettivo di limitare i danni della 107; quelli che, sfiduciati delle possibilità di un qualunque intervento sullo statu quo circoscrivono la loro ricerca al lavoro d’aula, tentando di approfondirne la qualità didattica; quelli che cercano/sperimentano forme di resistenza in una prospettiva che tenda a superare l’individualismo ed espungere dalla scuola le logiche che ispirano la 107.

Rispetto alla prima posizione l’obiezione è che si tratta di una modalità già praticata in situazioni meno gravi della presente e che, a prova di fatto, non ha prodotto risultati: in tutto il tempo dell’autonomia molti colleghi critici rispetto alle contraddizioni emergenti, si sono resi disponibili a occupare ruoli gestionali nel tentativo di recuperare il bandolo dell’ispirazione costituzionale di cui sopra, ma ci sembra che non siano stati efficaci rispetto all’obiettivo di far crescere il punto di vista iniziale (l’approvazione della legge 107 ne è prova schiacciante). Al contrario, li abbiamo visti spesso vieppiù invischiati nel sistema che contestavano, incerti ma infine proni ai richiami della logica dirigista e meritocratica dilagante che gratificava prima di tutto loro stessi.
Dal canto nostro, crediamo che, ferma restando la necessità di testimoniare l’autonomia di coscienza professionale e soggettiva, sarebbe opportuno cercare comunque una condivisione di comportamenti che tenda al rilancio politico di una posizione di resistenza. Nonostante il disincanto che giustamente ci penetra fin nelle ossa. Perché l’ idea che tiene spinge, ancora.
In quest’ottica non sarebbe impossibile accordarsi per un rifiuto di partecipazione attiva alle pratiche valutative, sia nella funzione del valutatore sia in quella del valutato, destinando le risorse liberate ad attività significative per le singole scuole in attesa che si possa contare su un sistema formativo rinnovato a livello nazionale. Al contempo l’opzione più coerente sarebbe quella di rifiutare i 500 euro per le spese individuali, almeno per il prossimo anno scolastico, stabilendo, anche qui,  obiettivi di destinazione alternativa, frutto di una scelta consapevole e collegiale. Tutte possibilità che si  oppongono alla logica privatistica celebrata dalla 107 e rivoltano i suoi provvedimenti secondo la logica del pubblico.

Ciò vale altresì, e forse in maggior misura, per le risposte che potremmo cercare in chiave strettamente didattica, probabilmente quelle più interessanti: come accennato sopra, alcuni docenti trovano nel rinforzo/approfondimento del proprio lavoro d’aula la sola strategia convincente per la difesa della propria dignità professionale. Ma anche qui: forse potremmo osare di più,  nella considerazione che, per la già sottolineata  complessità di questo lavoro, anche a volersi dedicare più del dovuto ai nodi della didattica, a un certo punto ci si rende conto che, da soli, l’impresa sfugge al controllo. La collegialità va riscoperta e urlata non solo perché è un principio democratico generale ma soprattutto perché è una necessità intrinseca al processo didattico di una scuola pubblica del terzo millennio: una condizione in mancanza della quale tutto l’edificio tracolla. Forti di questa verità che, paradossalmente, proprio il trauma prodotto dalla 107 ci impone di riportare alla luce, noi potremmo promuovere iniziative che tornino a testimoniarla, noi che in molte scuole dello Stato (sicuramente nelle secondarie di secondo grado) dedichiamo mezz’ora di tempo  ai nostri Consigli di classe, attenendoci rigorosamente alle scansioni di rito. Quello che oggi potremmo decidere è di avviare in tutte le scuole pratiche di lavoro comune, aggregandoci spontaneamente in forme e tempi coerenti con le necessità interne alla didattica, documentando i nostri percorsi al solo fine di favorirne una riflessione trasparente, totalmente scevri da pulsioni pubblicitarie, elegantemente declinate ai mercati. Gruppi che rimettano al centro della didattica la dimensione progettuale dell’ordinario, liberata da quella estemporanea, quasi sempre subita o di intralcio, spesso cavallo di battaglia delle sarabande propagandistiche volte a strappare clienti alle scuole – pubbliche!!! – concorrenti.  Pensiamo altresì a gruppi di lavoro non retribuiti: in questo momento ci sembrerebbe importante offrire testimonianza che si possa lavorare anche fuori della logica del profitto, eventualmente rimandando la questione di un compenso coerente alla contrattazione sindacale, dove il lavoro e il salario possano essere restituiti alla loro natura di diritti, liberati dalla logica avvilente delle promozioni/concessioni o dei bonus premiali.

Dunque,  recuperare lo spirito iniziale dell’autonomia totalmente evaporato fra i fumi di circa un ventennio di distorsioni: incontrarci per analizzare problemi, ipotizzare traguardi comuni di intervento, vuoi disciplinarmente vuoi trasversalmente, per progettare strategie, tentarle e valutarle criticamente grazie al sistema degli sguardi incrociati di colleghi alla pari, “diretti” esclusivamente dalle urgenze da affrontare e dalla volontà di cercare/sperimentare/valutare ogni via possibile, in un cammino insieme.

 

 

 

 

gli autori

Maria Luigia Amoroso docente di lettere nella scuola secondaria di II grado, membro della segreteria del cidi di Pescara

Daniela Casaccia Prima docente e poi a lungo "preside di scuola media" e Presidente del Cidi Pescara