Home - la rivista - opinioni a confronto - In tempo di guerra, in tempo di pace

il casoopinioni a confronto

14/03/2022

In tempo di guerra, in tempo di pace

di Mario Ambel

La mia generazione, nata nel decennio a cavallo della fine della seconda guerra mondiale, è vissuta, in Italia e in gran parte dell’Europa, ma non tutta, in una sorte di pace apparente, ovvero in una condizione di pace nel  proprio territorio, mentre ovunque nel mondo qualche guerra continuava a essere combattuta o minacciata e imponeva la necessità di decidere da che parte stare o di voltarsi da un'altra parte e vivere la propria finzione di pace.

Siamo cresciuti al tempo della guerra fredda, del pericolo atomico e poi via via abbiamo assistito  da lontano o vicino  a molte guerre e conflitti armati,  che hanno segnato la nostra idea del mondo, la nostra identità culturale e politica. Se guardiamo con onestà intellettuale e storica agli ultimi settantasette anni, dalla bomba di Hiroshima e Nagasaki fino all’invasione dell’Ucraina, sono stati davvero pochi i momenti in cui, in qualche parte del mondo,  qualcuno non stesse morendo in o per qualche  guerra. Come vittima dell’aggressore o dell’aggredito. Negarlo è la prima forma di narrazione unilaterale, ovvero di narrazione parziale, di affermazione della verità di una parte. Ovviamente la “propria” o dei propri sodali.

Come insegnanti, alcuni di noi ne hanno vissuto e sviluppato il senso e il dovere politico, il disagio o l'illusione di un mandato educativo non violento, inclusivo, emancipante, egalitario. Che significa per altro stare comunque da una parte, non certo da tutte. Perché spesso altri sono invece vissuti e si sono alimentati di violenza, esclusione, sopraffazione, volontà bellica.

In tempo di guerra, come quello che stiamo vivendo, ma appunto siamo sempre stati in guerra, è difficile evitare la tentazione della narrazione unilaterale, del ragionare e parlare da una parte contro l'altra. E poiché le narrazioni unilaterali sono spesso all'origine delle guerre è in tempo di pace che si dovrebbero costruire narrazioni non belligeranti, non foriere d'altri e futuri conflitti. Il che non significa neutralismo o generico pacifismo o indifferenza o equidistante né... né…: posizioni che soprattutto quando una guerra esplode è quanto mai difficile sostenere e da molti vegono ritenute sospette. Sospette di collusione più o meno occulta col “nemico”.

Eppure questo dovrebbe essere il dovere di una educazione non  unilaterale, almeno per chi è in condizioni di pace, seppure parziale e apparente. Ma non è facile, perché l’educazione, la cultura, le tradizioni, le religioni, ovvero tutto il retaggio di cui si alimenta un progetto educativo, sono state spesso, forse sempre, usate come legittimazione, spiegazione, giustificazione delle proprie narrazioni unilaterali. E, se e quando necessario, belliche.

Quando c’è una guerra, la prima reazione è quella di pensare che tutti hanno torto e che comunque tutti la perderanno. Ma se è certo che spesso tutti hanno qualche torto, non è altrettanto vero che tutti hanno ragione. Perché un confine netto rimane: quello fra aggressore e aggredito, fra oppressore e oppresso, fra carnefice e vittima, fra sfruttatore e sfruttato. E vale da tutte le parti. 

In questi giorni le scuole si sono schierate: posizionamento ideale, solidarietà concreta, accoglienza, bandierine ucraine, accoglienza dei profughi e soprattutto, dov’è possibile, compagni di banco russi e ucraini in pace fra loro.  Per la scuola, accanto alla solidarietà nei confronti di chi è stato aggredito e viene ucciso e deve uccidere per difendersi, ma anche di chi è stato mandato a uccidere e a morire e non si è potuto rifiutare, conta tenere alte la pratica e la voce dell’analisi, della comprensione nei limiti del possibile, della ricerca delle informazioni corrette, delle narrazioni aliene dalla propaganda, dai ragionamenti,  dalle reazioni e dalle emozioni belligeranti.

Ed è tanto più difficile perché in ogni tempo, durante le guerre (ma anche dopo) le narrazioni tendono ad essere di parte, a diventare narrazioni belliche, manipolazione dei fatti e della verità, propaganda. Tanto più oggi, un tempo in cui la guerra è diventata ancor più intensamente mediatica, le narrazioni che la alimentano, ancor più che in passato, non solo sono unilaterali, ma unilateralmente sono spesso false e artefatte per falsificare la realtà o confonderla. Ed è questo uno dei tratti che maggiormente caratterizzano la comunicazione contemporanea.

La conoscenza come strumento di analisi e di comprensione, che non significa rimozione  del conflitto, ma tentativo di capirne le cause e la genesi, è quanto di più arduo certamente durante le guerre, ma anche prima e dopo. Ed è inevitabile, in questi giorni in cui ancora una volta assistiamo alla morte e alla distruzione, e soffriamo l’impotenza di non saper e poter far nulla per fermare la follia, come sempre, come ogni volta in cui vediamo un essere  umano aggredire e un altro soccombere, è inevitabile chiedersi se e quanto le nostre narrazioni, il nostro modo di fare scuola e cultura, di costruire e fornire ricostruzioni, interpretazioni e giudizi, sia stato e sia più o meno di parte, foriero della prossima guerra, oppure se ci si è sforzati di abituare le persone a interrogarsi e a cercare di capire se stesse e gli altri da sé. Anche quando è difficile. Anzi, soprattutto quando è difficile. Anche perché se ci si ostina a parlare, a discutere, a capire, a trattare non c’è più tempo e neppure spesso motivazioni per combattere.

Si tratta di un compito certamente difficile, nell’insegnamento della storia e non solo. E per risolverlo non basta accentuare l’importanza dell’educazione civica. Bisognerebbe non vivere e venire educati nella logica della competitività, di ambienti di apprendimento non cooperativi e solidali, dello scontro con la cultura e le ragioni dell’altro, della difesa ad oltranza della propria identità, della proclamazione nazionalistica della propria supremazia, dell’ossessione valutativa e classificatoria, e per il domani del guadagno e del successo, anche a danno di altri. E, a proposito di valori, dimensioni etiche e “competenze non cognitive”, bisognerebbe fare molta attenzione a quali si guarda e a che cosa sono funzionali quelle che si pensa di incrementare. A quale modello di società e di rapporti umani e sociali sono orientati.

Di solito è in tempo di pace che si costruiscono le condizioni per la prossima guerra.

 

 

l'autore

Mario Ambel Per anni docente di italiano nella "scuola media"; esperto di educazione linguistica e progettazione curricolare, Direttore di "insegnare".