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02/05/2021

La tentazione della rinuncia

di Rita Bortone
Considerazioni nate durante il ricordo collettivo di Giancarlo Cerini, CIDI, 23 Aprile 2021 , riproducibile qui a lato.

Storie
Durante la mia esperienza professionale credevo nel valore di quello che facevo – insegnare prima, dirigere la scuola poi - e lo vivevo come impegno politico e civile, appagata da attività capaci di dare una prospettiva di senso ad ogni fatica. Questa prospettiva ha trovato i suoi momenti più densi negli anni in cui, come responsabile del Cidi di Lecce, ho aggregato intorno a me, e coinvolto nel mio impegno e nella mia ricerca per una scuola migliore, una grossa manciata di insegnanti della provincia.


Quando l’esperienza associativa e quella dirigenziale sono terminate non mi sono allontanata dalla scuola ed ho continuato, credendoci ancora, a scrivere le mie riflessioni su riviste di settore e a formare insegnanti.
Pian piano però ho preso atto che le priorità avvertite oggi nelle scuole sono terribilmente diverse rispetto a quelle che nella mia vita professionale ho ritenuto priorità formative, e ho cominciato a domandarmi se non fosse finito il mio tempo, cioè se non fosse arrivato il momento di dire basta ai miei impegni pubblici, per non correre il rischio di facili autoreferenzialità e penosi soliloqui. È l’età che mi genera solitudine, mi sono detto, e ho rinunciato alle mie vecchie passioni adattandomi, talvolta persino con piccole gioie, a modi diversi di impiegare tempo ed energie.

 

Un’altra storia. Qualche tempo fa mi ha telefonato Barbara, un’insegnante brava e motivata, che nel tempo ho incontrato in numerose iniziative di formazione. Nel suo Liceo ha sempre svolto incarichi di promozione e coordinamento, e l’innovazione l’ha promossa davvero, o meglio ha provato davvero a promuoverla, con determinazione e intelligenza. Mi ha raccontato, con mia sorpresa, che ha deciso di andare in pensione quasi all’improvviso, sfruttando l’opportunità di opzione donna: mi ha detto che era stanca, che diversi colleghi del vecchio Collegio erano andati via e che i colleghi giovani le sono spesso apparsi ignari dei propri compiti benché freschi di concorsi, disinteressati a soddisfare richieste che andassero oltre la tradizionale lezione in aula. Durante la festa di pensionamento, mi raccontava, i colleghi le hanno affettuosamente e scherzosamente espresso il sollievo perché, andata via lei, nessuno li avrebbe più assillati con richieste di progettazioni per competenze, rubriche valutative, prove parallele, compiti di realtà e roba simile. Insomma se n’è andata perché all’improvviso si è sentita sola nel suo Collegio, ed ha rinunciato ad essere portatrice scomoda di innovazioni non condivise.
Barbara non è la sola ad aver fatto questa scelta difficile: non sono poche le insegnanti brave, impegnate per lunghi anni nella scuola con la mente e con l’anima, che hanno scelto di rinunciare  anche a parte della pensione (quota 100, opzione donna), pur di andare via da una scuola nella quale hanno perso la fiducia, una scuola – dicono loro - che affida la propria immagine di modernità a quella minoranza di docenti che da soli hanno costruito la propria professionalità e che da soli continuano a studiare, sperimentare, innovare. E che però a un certo punto non sanno più dare un senso al loro impegno.

Sovraccarica di cose e di parole, la nostra scuola diventa sempre più impegnativa, ma nello stesso tempo sempre più vuota di idealità, di gioia, sempre più terreno in cui attecchiscono frustrazioni, disillusioni, solitudini.

Un’altra storia ancora. Valeria, insegnante precaria aspirante al ruolo, è venuta da me perché la aiutassi nella preparazione al concorso straordinario: molto provata dalla interruzione di un dottorato di ricerca culturalmente entusiasmante ma cui l’Università non poteva dar seguito, mi si è rivelata subito come persona molto in gamba, con grande sensibilità verso il discorso educativo, ma con un livello altissimo di frustrazione e un livello bassissimo di autostima. Le si leggeva negli occhi e nelle parole che i miei stimoli la entusiasmavano, ma il suo entusiasmo si smorzava prestissimo e ricompariva il suo atteggiamento di sfiducia nella scuola, nella professione docente e soprattutto nella possibilità, per lei, di poter mai diventare una brava insegnante. C’è voluto un po’ di tempo perché si sciogliesse e mi spiegasse il suo disagio: ho letto parecchie cose di psicologia e di pedagogia, di didattica e di ambienti di apprendimento, di processi cognitivi e affettivi, ma ho capito che di queste cose la scuola non sa che farsene. Agli insegnanti viene richiesto di elaborare progetti, di gestire siti, di scrivere documenti, di organizzare prove, e le colleghe del dipartimento mi guardano come una bestia rara quando faccio delle proposte didattiche che spingerebbero in direzioni diverse il loro impegno. Mi sento isolata: voglio entrarci perché ne ho bisogno, ma non mi piace lavorare a scuola e so che non diventerò mai una brava insegnante. Questa la sintesi.

Popper sosteneva che gli insegnanti tristi vanno licenziati, perché il loro esser tristi non fa bene ai ragazzi. Nella nostra scuola nessuno licenzia nessuno, ma gli insegnanti tristi, appena possono, si licenziano da soli.

Oltre il proprio Istituto 
Quando si attendeva l’avvento dell’autonomia scolastica, c’era chi temeva i rischi della frantumazione culturale, delle diseguaglianze, della competizione, e chi invece prospettava un’era di innovazione, di creatività, di qualificazione delle professionalità e dell’offerta. Per responsabilità centrali e periferiche molte delle promesse dell’autonomia non furono mantenute, e nonostante la formazione ricevuta, chi tra i capi d’istituto non aveva l’animo del visionario e dell’innovatore non lo diventò col diploma di dirigente, e chi aveva la stoffa del burocrate o il carattere di narciso, burocrate o narciso rimase. Anche tra gli insegnanti, quelli impegnati rimasero impegnati e quelli pigri rimasero pigri. 
L’autonomia però portò maggiori impegni ed una competizione tra Istituti che poco aveva da spartire con la qualità dell’offerta: cominciarono le corse per stare al passo con norme incalzanti, per rappresentarsi all’esterno con vetrine efficaci, per inseguire successi e iscrizioni con sorrisi iperattivi. La cooperazione e gli scambi furono istituzionalizzati e nacquero gli spazi delle reti, dei siti e delle piattaforme, che a volte promossero ricerche condivise ed esperienze innovative, ma solo a volte: spesso l’autonomia regalò alle scuole inedite forme di autoreferenzialità e sguardi miopi rivolti al progetto del vicino piuttosto che al progetto nazionale.

Il campo di misurazione della propria qualità, lo spazio del confronto nazionale, il senso dell’appartenenza ad un progetto culturale del Paese hanno finito troppo spesso col ridursi ad uno sterile confronto con gli standard Invalsi. 
Oggi (e non parlo dell’oggi grave e pandemico, parlo di un oggi che comincia da lontano), la scuola che mi viene narrata quando incontro un amico insegnante è una scuola che corre ma spesso non sa dove corre; l’insegnante è impegnato come mai prima, spesso esaurendo tempi ed energie; norme che si susseguono e incalzanti richieste dettano le linee dell’impegno individuale e collettivo e suggeriscono parole d’ordine sempre nuove, cui spesso non si fa in tempo a dare significato; e l’ansia di prove parallele, di compiti di realtà, di progetti nazionali, europei, di rete, e di classi capovolte, e di coding e piattaforme e di call cui partecipare e documenti da stilare, ruba il posto ai problemi di contenuto e di metodo che pure diventano sempre più rilevanti di fronte al disorientamento dei giovani.

Quando incontro miei amici insegnanti li trovo sempre più affaticati ma sempre più insoddisfatti e competitivi, sostanzialmente sempre più soli, pur all’interno delle necessarie, quotidiane e variegate pratiche collegiali. 
Penso però che per stare bene e per far crescere la propria professionalità l’insegnante abbia bisogno di superare gli interessi e i confini del proprio Istituto.
Io non so se mai verrà ridelineato, come da anni si promette, il profilo del docente, ma penso che oltre ad una formazione di base di qualità e ad una formazione in servizio permanente, al docente vadano garantiti anche lo spazio e il tempo per interessi e frequentazioni professionali che vadano al di là degli adempimenti e che gli consentano di coltivare affinità intellettuali e ideali, e di costruire insieme ad altri percorsi liberamente scelti: in un comune senso di cittadinanza e di responsabile appartenenza al Paese, oltre che all’Istituto. 
Penso che oggi più che mai non si possa insegnare bene se si è soli e se gli orizzonti di senso non vanno oltre le pareti del proprio Istituto.

Stare insieme per non rinunciare
Ho partecipato giorni fa all’incontro online organizzato dal CIDI nazionale in concomitanza con i funerali di Giancarlo Cerini. Legate al particolare stato d’animo generato dalle circostanze, due considerazioni hanno attraversato fugacemente i miei pensieri durante l’incontro, e mi sono più tardi ritornate in mente in forme meno emotive, tanto da indurmi a scrivere questo articolo.
Incontrando i colleghi del Cidi per quel triste evento, ho provato un tuffo al cuore nel vedere, coi capelli bianchi anche loro, visi che non vedevo da decenni e compagni di ricerca che, contrariamente a quanto ho fatto io, sono ancora impegnati nel lavoro associativo. Ma insieme a loro, visi giovani, coinvolti e fiduciosi nel futuro che Giancarlo ha delineato nei suoi scritti, nelle commissioni, nei gruppi ministeriali e locali, lavorando insieme a figure le più diverse, quelle più “in alto” e quelle più “in basso”.
Ho provato un tuffo al cuore e nel ricordo ho quasi avvertito, oltre all’assenza di Giancarlo, l’appagamento che veniva dalla sintonia e dallo scambio, da quell’incontrarsi che consentiva, pur in momenti di forte scoramento per le criticità nazionali e territoriali, di condividere le visioni, le gerarchie di valore, i sensi e le finalità formative e politiche di una scuola che vivevamo come nostra e insieme come scuola del Paese. Ciascuno di noi tornava a casa con le idee rinforzate, o arricchite, o corrette, o nuove del tutto, e tornava galvanizzato, motivato, pronto a ricominciare una ricerca che aveva senso perché nessuno la conduceva da solo. L’incontro associativo era un antidoto fortissimo al provincialismo culturale ed alla solitudine professionale. L’incontro associativo era di per sé costruttore di senso.

 

Barbara e Valeria avrebbero avvertito la solitudine e il non senso dello stare a scuola se avessero vissuto il loro percorso come condiviso al di là delle modeste sintonie nel Collegio? Se avessero vissuto il loro impegno come più nobile di quanto potesse apparire nel Rav d’Istituto? Se avessero potuto scambiare le narrazioni e le solitudini dando ad esse un senso politico condiviso? 
Non so rispondere a queste domande, ma me le sono poste nel constatare, avvertendo quasi un senso di colpa per la mia rinuncia, che ci sono tante persone, anch’esse con i capelli bianchi come me o ancora giovani e freschi d’esperienze seppur già capaci di vedere “il male ch’è nel mondo”, che non cedono alla tentazione della rinuncia e continuano a costruire sensi per sé e per gli altri, ma stando insieme agli altri. Giancarlo non c’è più, ma lui, fino all’ultimo, è stato il principe della tenacia, della non rinuncia e dello stare insieme.

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Rita Bortone