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01/06/2020

Lo 0-6: fare come se già esistesse...

di Paola Conti

Dio non gioca a dadi. Credo l’abbia detto Einstein. La Ministra sembra di sì, a giudicare da come si è mossa in questo periodo. Un serie di dichiarazioni, smentite, precisazioni, incertezze di cui tutti avremmo volentieri fatto a meno. Sulla Scuola dell’Infanzia un “rispettoso” silenzio. E in quel silenzio le iniziative dei singoli Dirigenti che hanno fatto a gara a fare peggio della Ministra. Chi ha preso alla lettera il silenzio ministeriale; chi lo ha interpretato come un silenzio-assenso nei confronti delle proprie iniziative. Iniziative volte a tutelare l’erario perché pur stando a casa, tutte noi abbiamo percepito uno stipendio pieno per cui era necessario dare un segnale di lavoro, qualunque esso fosse. Iniziative tese a soddisfare l’utenza (intesa sempre come genitori).

E i bambini? Andava bene la scuola di prima, per i bambini? Per tutti i bambini? Questa corsa a fare scuola, purché sia, non nasconde anche una mancanza di volontà di riflettere su ciò che poteva (doveva) essere cambiato per tornare a scuola in condizioni migliori? E la DAD era davvero l’unica risposta possibile? O è stata la più facile? In quei video ci sono le maestre, ci sono molto spesso i genitori, i loro interventi, i fratelli che passano e si fermano per curiosità. Ma i bambini? Per i bambini le maestre vivono a scuola. Quante volte incontrandoli al super mercato, o in un luogo qualsiasi, li abbiamo visti stupiti, increduli, disturbati dalla nostra presenza, che a scuola ricercano e si contendono? Le maestre, per i bambini di questa età sono degli esseri mitologici: la posto delle mani hanno le spillatrici e le forbici, al posto degli occhi, gli occhiali per leggere le storie. Le maestre hanno senso e significato a scuola, lontani dalla presenza dei genitori che falsa completamente il rapporto. Nelle videochiamate, alcuni passano lo sguardo dai genitori allo schermo perché non sanno a chi rispondere. Perché le risposte alle maestre sono diverse da quelle che si devono dare ai genitori. Quante volte ci siamo confrontate durante i colloqui su comportamenti presenti a casa ma non a scuola e viceversa? Quante volte abbiamo cercato di convincere genitori increduli rispetto al fatto che il proprio bambino mangiasse le verdure, mentre a casa no? Adesso tutto questo sembra finito, risolto dalla tecnologia. Non sto dicendo che non si debbano mandare i video o fare le video chiamate.

Sono profondamente convinta che ci siano realtà diversissime alle quali bisogna rispondere in maniera diversa. Dico però che una riflessione critica su queste cose è necessaria. Perché altrimenti diventa tutto uguale, tutto un successo. Un po’ come è raccontato nel documento "Orientamenti pedagogici sui LEAD", della Commissione che si occupa delle linee guida per il sistema integrato 0-6. A differenza della Ministra, i componneti della Commissione non giocano a dadi. Loro stanno componendo un puzzle. La cornice c’è già, viene da lontano. Loro aggiungono pezzi. Noi non vediamo ancora la figura perché la figura è nella mente di chi fa il puzzle, non di chi lo guarda fare. Noi percepiamo il pericolo ma non abbiamo mai il tempo, la lucidità, i mezzi per analizzarlo e organizzare una risposta. Ci prendono per stanchezza. Ci hanno già preso. Noi siamo sempre lì che aspettiamo il “meraviglioso” come Nora in Casa di bambola. Ma il meraviglioso non arriva e ad ogni colpo, ci sentiamo più tristi, più stanche, più incapaci di reagire.

Il documento non è grave in sé. Anzi, in realtà non conta nulla. Lo abbiamo letto solo noi perché siamo fatte così. E ha ragione chi dice che in tempi brevi non cambierà nulla nella scuola. Ma, a ben vedere, quel documento qualcosa rappresenta. È una presa d’atto, la dimostrazione di qualcosa che non deve succedere perché è già successo. I membri della Commissione si rivolgono già al servizio integrato 0-6. Non più alla Scuola dell’infanzia o al nido; non più alle insegnanti e alle educatrici. Per loro la realtà è quella. 

E non importa quanto tempo ci vorrà perché la realtà fattuale corrisponda all’elaborazione. Perché quando si parla di una cosa in termini di esistente, si pongono le basi concrete della sua realizzazione; si crea un immaginario all’interno del quale le persone cominciano a dare per scontato che quella cosa esiste. Ed esiste davvero. Noi dobbiamo partecipare ai collegi dei docenti dell’istituto comprensivo di cui facciamo parte, ma dobbiamo anche rispondere alle sempre più numerose e pressanti richieste del coordinamento di zona. Coordinamento guidato da un responsabile nominato dagli enti locali e che risponde in maniera esclusiva alla Regione. Progetti, finanziamenti, corsi di formazione. Lo 0-6 è già qui mentre noi discutiamo ancora sull’opportunità o meno della sua istituzione. Questo periodo di chiusura delle scuole ha contribuito in maniera massiccia alla creazione di quell’immaginario. I bambini più piccoli, i bambini dell’asilo, si sente dire nei tg e nei dibattiti televisivi. Sempre e solo in riferimento ai bisogni delle famiglie, delle donne che devono tornare a lavorare.
L’uso massiccio del digitale non sposta le questioni di fondo: la nostra è una scuola solo per noi. In tutta Europa le prime strutture a riaprire sono stati nidi e scuole dell’infanzia. In Cina, il contrario perché lì la politica del figlio unico ha reso i bambini una “merce” preziosa sulla quale investire molto del tempo e del denaro delle famiglie. Ma sempre le famiglie ci sono di mezzo. I bisogni dei bambini non sono pervenuti. In questo il documento è coerente con l’andazzo generale. Nessuna domanda. Solo arroganti risposte. Un documento che lusinga la vanità di tutti senza pensare minimamente alla scuola e alle sue prospettive.

Parole chiave: scuola infanzia

Scrive...

Paola Conti Insegnante di scuola dell'infanzia. Fa parte del gruppo di ricerca e sperimentazione del CIDI di Firenze con il quale svolge attività di formazione sui temi dell'educazione scientifica e della progettazione didattica.

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