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19/05/2017

Adolescenti, scuola ( e test)

di Luigi Tremoloso

La tribù adolescente
Il problema di chi siano e cosa diventeranno gli adolescenti sembra essere avvertito come sensibile ed urgente. I genitori e gli insegnanti vengono rappresentati spesso in difficoltà di fronte a questa tribù indipendente, armata (o difesa, dipende dai punti di vista) di/da smartphone, quale gli adolescenti sono diventati.
In modo abbastanza diffuso e generalizzato, c'è l'idea che qualcosa stia profondamente cambiando nel modo in cui essi fanno esperienza. Di come sempre più precocemente si muovano in autonomia e quanto si facciano coinvolgere dal gruppo dei pari a scapito dell'esperienza e dei consigli degli adulti. C'è paura per le tecnologie. Si teme questa frenesia totalizzante di tempo assorbito dalla comunicazione immediata che sovrasta la loro vita. 

Si pensa che diventino inconsapevoli prede di un mondo che li preferisce consumatori totalmente addomesticati. E c'è paura per il loro futuro.
L'idea è che loro vivano una dimensione in cui prevale l'assenza (di corporeità, di riferimenti accreditati, di responsabilità collettiva: per esempio supervisione e moderazione sulla rete ) e che questo significhi trovarsi nell'impossibilità di distinguere verso cosa indirizzare la costruzione della propria identità.
Così si esprime Maura Manca direttore responsabile dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza nel suo volume sul rapporto che essi hanno con il Web:
“Questi adolescenti sono dunque condizionabili, hanno una scarsa capacità di contestualizzare e vanno di fretta, leggono in superficie e condividono quello che postano gli altri, si fermano al contenitore, ai titoli e raramente vanno oltre." [1]

In effetti, nel loro mondo in cui il tempo sembra inesauribile e immobile, hanno intorno a sé nessun orizzonte di valori certo o credibile, nessuna prospettiva di progetto - se non una fiducia cieca nello sviluppo senza limiti della tecnologia-, e - per la perdita di definizione di sé degli adulti- nessuna guida. L'unico modello offerto è un sé individuale in connessione con tutto e tutti, ma solo, e in competizione per ogni cosa.
David Le Breton nel suo ultimo libro, Fuggire da sé , considera il fenomeno da un punto di vista generale:
“ In una società nella quale dominano flessibilità, urgenza, velocità, concorrenza, efficienza e così via, essere se stessi non è più cosa ovvia... Non è più sufficiente nascere e crescere, è ormai indispensabile costruire se stessi di continuo, tenersi in perenne movimento, dare un significato alla vita.. Il compito di divenire un individuo è arduo, specie quando si tratti per l'appunto, di divenire se stessi.” [2]

In questo quadro, la condizione degli adolescenti è sicuramente di maggiore fragilità.
La sofferenza – sostiene ancora Breton- è “propria dell'adolescenza... Spesso il giovane si dibatte entro un malessere diffuso, difficile da identificare... Più di qualunque altro periodo della vita, questo passaggio è disseminato di dubbi, turbolenze, interrogativi sul senso della vita. La sofferenza raggiunge qui una rara intensità, poiché il giovane non dispone ancora di una storia che gli consenta di relativizzare lo smarrimento ...(L'adolescente) non può che sentirsi vulnerabile se non individua limiti di senso proposti in maniera comprensibile  (corsivo mio) dai genitori o da altre persone che contano ai suoi occhi, in modo da poterli discutere o combattere e, così, alimentare la percezione del proprio valore personale.” E poi aggiunge: “La maggior parte dei (loro) comportamenti a rischio, soprattutto quelli che puntano sull'ordalia e/o sul sacrificio, sono forme di resistenza all'impossibilità di essere se stessi, attraverso tentativi brutali di ridefinizione.” [3].

Le tipologie di queste forme (che egli quantifica interessare il 15 % degli adolescenti; quasi 1 ogni 6! ) sono: fughe ed erranza, scivolare nell'infinito del virtuale fino ad annullarsi e annullare il mondo concreto intorno a sé, sviluppare una sindrome di rifiuto assoluto per la scuola, aderire a sette e forme di integralismo religioso, annullare il corpo con l'anoressia, cercare lo sballo: alcoolico (come ricerca di coma), o col ricorso a sostanze psicoattive, praticare lo svenimento autoindotto senza o con asfissia, mettere in atto tentativi di suicidio. 

Siamo noi ad aver tradito
La condizione esistenziale aeriforme dell'adolescente rappresenta la simbolizzazione più viva del significato inquietante dell'esistere oggi. Vale un po' per tutti.
Psicologi, sociologi, filosofi stanno lanciando segnali di avvertimento se non di allarme. Pongono domande: Chi guida il processo? Io utilizzo il sistema in cui mi muovo o vengo utilizzato? Quanta reale libertà c'è nell'apparente scelta che ho appena compiuto? Quanto è aperto lo spazio del nostro orizzonte? [4].

Sono domande rivolte a noi, non agli adolescenti. Siamo noi (come generazione) che abbiamo rinunciato al controllo sulla nostra esistenza, al bisogno di collaborazione e del sentirci solidali, alla necessità di vivere in armonia con l'ambiente, al senso di giustizia e a tanto altro, e ci siamo fatti ingabbiare nella trama sottile della solleticazione edonistica e narcisistica del desiderio. 

Cosa sia diventato il tempo - sia il passato (con i suoi insegnamenti), sia il futuro- è un nostro problema, ma facciamo finta che riguardi gli adolescenti. Siamo noi che abbiamo consegnato a grigi burocrati il potere di disporre dei desideri del mondo. Siamo noi che ci siamo lasciati sospingere sul versante infido dell'affermazione di sé (come valore guida) e della competizione continua come mezzo in cui si vive, si respira. Alla nostra libertà di affermarci hanno offerto praterie, uno scenario sconfinato di competizioni per tutto. Ridisegnando il mondo, misurando continuamente e sistematicamente ogni aspetto della vita. Anche quella a noi più prossima e cara: i nostri figli e nipoti. Ci hanno convinto che il mondo Occidentale è dei migliori e che per gli altri non c'è né spazio né speranza. Così, invece di lasciar crescere i giovani, a esercitarsi a definire con la gradualità necessaria, con la messa alla prova dei tentativi e degli errori, lasciamo che si sentano considerati oggetti di prestazioni da misurare, per di più a scuola su copioni scritti ed esterni. Mentre loro si sentono persone che vogliono capire, capirsi, sentirsi sfidati sul piano delle risorse e delle energie che possiedono. Abbiamo accettato di farli sentire dei numeri in una tabella, oggetto di diagnosi sin da piccoli. 

Scrive Matteo Lancini:
“ ...il rischio è quello di far collassare la complessità e la ricchezza del funzionamento affettivo e psichico del preadolescente o dell'adolescente sull'immagine restituita dal test. Per questo è noto a chiunque abbia studiato il tema della complessità e dunque anche dei rischi, di qualsiasi valutazione categoriale in età evolutiva, come il processo diagnostico vada gestito con attenzione e cautela.” [5]

Le tecnologie sono state l'alibi, ma siamo noi che abbiamo lasciato che diventassero clave.
Lancini propone di " 'consegnare' progressivamente la scuola all'adolescente. Prima o poi deve realizzarsi il passaggio da una scuola presidiata e governata dai genitori alla scuola gestita in autonomia. L'esperienza scolastica deve trovare qualche senso nella mente dell'adolescente che è chiamato ad integrarla nella propria vita, così come riesce a fare per altre attività, già da tempo gestite autonomamente.” [6]

Consegnare agli adolescenti il senso della scuola
Sulla linea di confine di tutto questo ragionamento c'è, infatti e ovviamente, la scuola. Ma quale scuola?
Ce ne sono almeno due possibili.

Quella che pensa agli adolescenti concentrandosi solo sui rischi della contemporaneità (come un effetto collaterale, un sottoprodotto della logica del mondo di oggi da cui noi non siamo capaci ad uscire): il ciberbullismo, le fake news, l'adescamento da parte di malintenzionati per ingenuità nelle sovraesposizioni interattive, ecc.

Una seconda che pensa agli adolescenti come a una potenziale risorsa su cui investire e di energie da liberare. Coinvolgendoli e sfidandoli ad andare in profondità di se stessi e di ciò che li circonda; a guardare con sguardo interrogativo e critico ogni cosa, a confrontarsi e a provarsi nel riconoscimento del malessere e nelle soluzioni di problemi. Giovani allora capaci di essere intelligenti nella collaborazione, nel fare squadra mettendo in sinergia le capacità, le energie, le abilità e i limiti di tutti: perché grandi saranno i problemi che dovranno affrontare rispetto ai quali noi siamo stati incapaci di risoluzione. 

In questo secondo caso, però, per avviare un primo contatto con loro, c'è un punto fermo ineludibile, senza alternativa - almeno questo noi educatori dovremmo saperlo-: occorre smetterla con questa idiozia enorme, disincentivante e avvilente, della valutazione continua.
Come dice Lancini, devono sentirsi “consegnare” il senso della scuola.

 

Note

1. Cfr. Maura Manca,  a cura di, Generazione Hastag, Alpes, 2016.
2. Cfr. David Le Breton, Fuggire da sé, Raffaello Cortina, 2016.
3. Cfr. Id.
4. Zygmunt  Bauman, Enzo, Mauro, Babel, Laterza, 2015.
5. Matteo Lancini, Adolescenti navigati, Erickson , 2015.
6. Cfr. Id.

 

Immagine


Immagine  a lato del titolo di Stella Ambel © insegnare 

 

Parole chiave: adolescenza, idea di scuola

l'autore

Luigi Tremoloso Insegnante di matematica e scienze nella scuola secondaria di I°; membro della segreteria del Cidi Torino

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