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11/07/2019

L'aula è vuota? Più di una recensione

di Fiorella Paone

In questa ... più che una recensione, affrontiamo il libro di Ernesto Galli della Loggia con più rigore di quanto lo stesso libro probabilmente meriti. Lo facciamo perché le tesi lì sostenute, ancorché senza un serio apparato metodologico che le sostenga, hanno purtroppo credito e seguito nel paese e soprattutto in questo momento storico rischiano di condizionare in senso assai negativo le scelte di politica scolastica.
D'altro canto, noi siamo convinti, a differenza dell'autore del volume, che la sua idea di scuola (individualistica, trasmissiva, meritocratica, valutativa, al contempo selettiva e lassista poiché ossessionata dal valutare più che dal consentire di apprendere) sia ancora assai presente nelle aule scolastiche ben al di là di quanto egli stesso non immagini e sia in realtà da annoverare fra le cause e non certo fra le soluzioni dei mali di cui la scuola italiana certamente soffre. 
In tal senso riteniamo che l'argomento meriti rigore di analisi e di argomentazioni, al di là delle affermazioni contenute nel volume, che spesso non vanno oltre  provocazioni già note. (m.a.)

La scuola, ed in particolare l'ambiente classe, è una lente micro-sociale privilegiata per avvicinarsi alla comprensione delle più ampie dinamiche macro-sociali nonché dei saperi, dei valori e degli atteggiamenti che ne costituiscono il fondamento e ne perpetuano il funzionamento, determinandone la funzionalità o la crisi. Riflettere sulla scuola, sulla sua storia e sul suo rapporto con la politica è senz’altro un modo per raccontare l’attualità socio-culturale e per mettere a fuoco i punti di forza e di fragilità dei processi che ne costituiscono l’origine e ne perpetuano le dinamiche. 
Ed è proprio questo quello che tenta di fare Ernesto Galli della Loggia nel suo testo L’aula vuota (Marsilio, 2019); egli si propone, cioè, di leggere la crisi socio-culturale italiana attraverso il filtro della scuola e dei fenomeni che hanno caratterizzato la sua evoluzione dall’Unità sino ad oggi. Anche se il presupposto ha una sua validità, il tentativo è, però, decisamente debole sia dal punto di vista dei contenuti che della costruzione del discorso. Dal punto di vista del rigore scientifico, inoltre, l’impianto complessivo del testo è semplicemente inconsistente, privo di riferimenti ad una bibliografia e a dei dati adeguatamente rigorosi. Vediamone alcune delle ragioni.

La narrazione del testo in questione prova a dimostrare che la attuale crisi della scuola sia la conseguenza di scelte ideologiche che a suo avviso hanno comportato una imperdonabile frattura con il sapere del passato, allontanando il processo di insegnamento/apprendimento [1] dal retaggio umanistico a tutto vantaggio delle discipline scientifiche. Tale supposto sbilanciamento non è avvalorato da nessun dato scientifico riportato dall’autore, ciò nonostante egli è certo che si sarebbe fatta strada nella scuola una presunta “ideologia modernista-scientista imposta dai tempi” (pag. 28), che egli ritiene sia ispirata da una ingenua quanto irrealistica volontà di innovazione, basata su presupposti inverosimili e utopici. Tali presupposti sono sintetizzabili nella proposta di un modello democratico di scuola, individuato come la causa di qualunque difficoltà di insegnanti, alunni e alunne e come l’origine della crisi dell’intero sistema. Tale crisi porterebbe a legittimare e giustificare una visione di tipo reazionario e conservatore, legittimando il desiderio di ristabilire una condizione iniziale bruscamente interrotta, ritornando al passato, ossia alla scuola della tradizione, quella basata su un modello di tipo trasmissivo. Con atteggiamento ironico, privo di qualunque riferimento che non sia la presunta autoevidenza “del sentito dire”, vengono criticati provvedimenti come quello dei Decreti delegati e dell’autonomia scolastica, contestati principi come quello della centralità degli allievi, sminuito il dibattito scientifico in materia di prevenzione della dispersione scolastica, considerato come non più attuale, e svalutate conquiste come quella del diritto  alle pari opportunità scolastiche con espressioni quali “utopismo-egualitario” e dello statuto delle studentesse e degli studenti, definito “ridicolo” (pag. 51). Galli della Loggia arriva anche a sostenere che vi sia un presunto pressapochismo della Costituzione in materia di istruzione, restringendo la sua analisi agli articoli 33 e 34 e non citando l’articolo 3, che ha ispirato in senso fortemente inclusivo e egualitario il lavoro di numerosi/e insegnanti nonché l’elaborazione di riforme, programmi e indicazioni.

L’atteggiamento nostalgico di Galli della Loggia verso una scuola di natura selettiva e basata sul nozionismo produce, inoltre, la chiusura autoreferenziale alle correnti pedagogiche più moderne e alle nuove proposte della didattica. Anche queste, infatti, sono accusate di essere di natura prettamente ideologica, incapaci di analizzare la concretezza del reale, di individuare obiettivi realizzabili e di proporre percorsi attuabili. In particolare, è sulla questione delle bocciature e dell’autorità dell’insegnante che si concentrano alcune delle critiche più esplicite di Galli della Loggia. Egli sostiene, infatti, che “proprio la dimensione dell’autorità costituisce un che di ineliminabile del rapporto docente-allievo e, quindi, dall’orizzonte della scuola” (pag. 51). Il buon insegnante a cui pensa l’autore, oltre ad essere appassionato e profondo conoscitore della propria disciplina, è quello autoritario e capace di ottenere obbedienza (pag. 50). E la sua autorità è tale  che secondo Galli della Loggia è ben simboleggiata dalla tanto discussa “predella”, come secondo l’autore dovrebbe essere evidente a qualunque persona di buon senso (pagg. 42 - 46). Una autorità che, inoltre, è tale anche grazie al potere che deriva dalla possibilità di bocciare. Nonostante la rilevanza che l’autore riconosce alla bocciatura, però, nel testo non ci si interroga mai sul suo senso né tantomeno sul senso delle posizioni critiche verso la stessa, i cui sostenitori vengono presentati come buonisti o lassisti. Non ci si interroga, inoltre, sulla preparazione metodologico-didattica del docente, evidentemente considerata non necessaria, né sulle differenze fra autorità e autorevolezza.

In maniera altrettanto semplicistica, Galli della Loggia fa riferimento ad alcuni fondamentali concetti pedagogici, quali, ad esempio, “curricolo”, ”autonomia”, “cittadinanza”, “attivismo”, “inclusione”, “intercultura”, “interdisciplinarità”, “comunità educante”, che vengono ridicolizzati e presentati alla stregua di “parole d’ordine” prive di qualunque valore sul piano dell’applicatività e della prassi. Notiamo come tutti i concetti presi di mira siano frutto di una elaborazione pedagogica di stampo democratico, tesa alla costruzione di una scuola secondo Costituzione. L’attacco alla pedagogia esplicita la sua natura di attacco politico ad una visione di scuola intesa come spazio di apprendimento e di costruzione di cittadinanza nei suoi riferimenti al pensiero di Rousseau (pagg. 63-85), De Mauro (pagg. 35-37), Milani (pagg. 197-208).  Questi passaggi sono fra i più disonesti e irrispettosi del testo in quanto il pensiero degli autori è affrontato in maniera tanto semplicistica da falsarne i contenuti e la tensione intellettuale, per di più al di là di qualunque contestualizzazione storica.

Ma Galli della Loggia arriva a sostenere di più.  Arriva, cioè, a negare alla radice la scientificità del sapere pedagogico e ad affermare l'illegittimità di un discorso di natura pedagogico-didattico come base e orientamento del sistema scolastico. Galli della Loggia sembra voler scientemente ignorare che la pedagogia sia proprio il sapere dell’educazione teoricamente elaborato secondo organicità, riflessività e rigore razionale con uno scopo critico e di coordinamento dei diversi campi dell’educazione, fra i quali quello scolastico. È un sapere di natura evolutiva, volto alla crescita e alla trasformazione disciplinare; dunque, parlare di scuola in maniera seria, riflessiva, documentata vuol dire comunque fare pedagogia, ossia aprire una riflessione che si collochi al crocevia di quattro settori di indagine, quello disciplinare, metodologico-didattico, psicologico e sociologico (A. Visalberghi, Pedagogia e scienze dell'educazione, Mondadori,  1978). Ma il discorso sulla scuola di Galli della Loggia è lontano da riflessioni di questa natura sia per i temi di cui tratta esplicitamente sia per i temi di cui sceglie di tacere, rispetto ai quali il titolo del volume è quasi predittivo.

L’aula è, infatti, vuota per almeno due ragioni che rappresentano un contenuto implicito e ingombrante, seppure inespresso del testo. In conclusione di questa analisi vale forse la pena di fare riferimento a questa ultima ipotesi.
Innanzitutto l’aula è vuota perché non ci sono gli alunni e le alunne. Nel testo, infatti, il loro ruolo sembra essere limitato a quello di semplici destinatari delle comunicazioni dei docenti; il loro punto di vista, le loro esperienza,  le loro modalità di costruzione della conoscenza, i loro stili cognitivi e di apprendimento non sono semplicemente presi in considerazione. Gli alunni e le alunne non ci sono, o meglio non sono considerati i protagonisti attivi dei processi che li riguardano. E questo equivale a non riconoscerli nel loro ruolo che è come non ammettere la legittimità del loro apporto ad un sistema che contribuiscono ad alimentare. Sarebbe proprio l'osservazione pedagogica a permettere un tale riconoscimento, rendendo possibile al docente la valorizzazione delle potenzialità di alunni e alunne, superando la disfunzionale routine spiegazione frontale-studio individuale-prove di verifica. 

Per collocare al centro alunni e alunne sarebbe necessario, dunque, rimettere al centro la pedagogia, intesa come relazione e comunicazione, ossia come spazio fecondo di incontro, reciproco riconoscimento e crescita. Ma come già detto il discorso pedagogico non incontra l’approvazione del Professor Galli della Loggia, che anzi individua nella sua presunta “egemonia” (pagg. 34 - 41) la fonte di tutti i mali della scuola. A mio avviso, al contrario, è proprio una ancora troppo poco diffusa conoscenza e padronanza del sapere pedagogico, accanto a quello delle discipline curricolari, da parte degli e delle insegnanti, una delle concause che portano il sistema scolastico a resistere gattopardescamente ai tentativi di ricerca, sperimentazione e innovazione, facendo si che tutto rimanga com’è.

L’aula è vuota, infine, perché la scuola delineata da Galli della Loggia rimane estranea alle istanze sociali emergenti. La scuola a cui pensa Galli della Loggia è una scuola impermeabile alle dinamiche del contesto, una scuola che sfugge ad una lettura ecologica di sistema. In questa scuola il docente diventa funzionale ad un processo autoreferenziale cieco nei confronti dell’impatto che i fattori extrascolastici possono avere sui processi di apprendimento. Pensiamo, solo per fare due esempi, all’influenza dei processi migratori e dei nuovi media sulle dinamiche comunicazionali di alunni e alunne. Chiudere fuori della porta della scuola tutto questo vuol dire semplicemente chiudere fuori dalla porta gli alunni e le alunne, che, sebbene, fisicamente presenti rimangono estranei al contesto scolastico. Vuol dire riprodurre un processo di scolarizzazione sterile e estraneo alla vita, incapace di intercettare i bisogni dei suoi alunni e alunne e di orientarne il processo di crescita.

Dal testo emerge  una visione di scuola semplicistica e caricaturale nonchè irrispettosa dell’impegno di alunni e alunne e del lavoro di insegnanti e di ricercatori e ricercatrici che ogni giorno si adoperano con professionalità per contribuire al funzionamento del sistema scolastico. Questo non vuol dire che non vi sia bisogno di una seria riflessione capace di mettere in discussione quanto ancora non funziona e quanto si può ancora migliorare, ma che per farlo vi sia bisogno di un atteggiamento intellettualmente onesto, rispettoso del proprio oggetto di studio e capace di un serio approfondimento basato sulla ricerca e sulla sperimentazione scientifica. Vuol dire, infine, accogliere, cercare di comprendere, ma non essere indulgenti con tutti quei discorsi che tentano, più o meno consapevolmente, di banalizzare il dibattito scientifico in materia di scuola, ricordando che il modello relazionale e comunicativo proposto in classe, di fatto è lo specchio dell'idea di società che si possiede.
Questo, a mio parere, vuol dire continuare a prendersi cura del sistema scolastico in tutte le sue declinazioni, sulla base di un importante insegnamento che Gianni Rodari sintetizza nei seguenti versi: chi ha torto tira dritto/ se chi ha ragione sta sempre zitto.

 

Note

1. In realtà, Galli della Loggia non parla mai di processo di “insegnamento/ apprendimento”, ma solo di “insegnamento” in relazione tuttalpiù alle finalità di “istruzione” del sistema scolastico, ossia di acquisizione di nozioni da parte dei discenti. Questo è sintomatico di una precisa posizione che sceglie di non evidenziare la dimensione dialettica del suddetto processo e ignora il ruolo di partecipazione attiva di alunni e alunne nel costruire le proprie abilità, conoscenze e competenze a partire dal personale background posseduto, ampliandone e rinnovandone il senso. E' una posizione che nega la legittimità del proporsi il raggiungimento anche di obiettivi formativi e di competenza volti alla crescita integrale della persona e al pieno sviluppo delle sue potenzialità. Del resto, come risulterà chiaro proseguendo la lettura di questa riflessione, l’autore ha una posizione di supponente denigrazione verso  qualunque concezione attiva della scuola.

l'autore

Fiorella Paone Assegnista di ricerca in ambito pedagogico presso l'Università di Chieti-Pescara; si occupa di professioni pedagogiche in ambito scolastico e genitoriale, di educazione linguistica e di didattica teatrale; formatrice di "Nati per Leggere".

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