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01/07/2016

Brexit, democrazia, costituzionalismo, istruzione

di Rosamaria Maggio

L' esito del Referendum tenutosi in Gran Bretagna lo scorso 23 giugno tiene banco nella stampa, nei programmi televisivi, nei discorsi della gente. È stato come un fulmine a ciel sereno, come se anche coloro che tifavano” Leave” fossero rimasti spiazzati dal risultato. Perchè una cosa è fare “propaganda” per una posizione o l'altra, altra cosa è valutarne realmente gli effetti.
C'è chi dice che la generazione dei Beatles abbia tradito i giovani. C'è chi osserva che i giovani in realtà si siano in gran parte astenuti.

Le conseguenze di questo risultato non sono effettivamente conosciute neanche dagli esperti. Si vedrà, ma alcuni effetti si possono già ipotizzare. I giovani sono preoccupati per il loro futuro: potranno ancora andare in Gran Bretagna col progetto Erasmus? Gli inglesi potranno andare nelle Università dell'Unione Europea a studiare? I fondi per la ricerca, sempre abbondantemente finanziata in Gran Bretagna dall'Unione Europea, saranno confermati o sarà il Governo inglese a dover garantire lo stesso livello di finanziamenti?
Poi naturalmente ci sono le preoccupazioni per l'import ed export con dazi o senza, per la finanza e le grandi Banche. Resteranno o se ne andranno? Si dovranno esibire i passaporti per entrare in Gran Bretagna e gli inglesi ugualmente dovranno farlo per entrare nei paesi UE?

Le risposte piano piano saranno evidenti, ma stupisce che nessuno di chi era direttamente coinvolto si sia posto questi problemi in modo esplicito prima del voto.
Qualcuno sostiene che questa è la democrazia, la sovranità popolare prevista dalle nostre Costituzioni. Mi permetto di dissentire da questa visione.
È vero che la divisione dei poteri e la sovranità popolare sono garanzia di democrazia, ma che cosa si intende per democrazia?
Il mero voto popolare non è espressione sempre di democrazia. Il costituzionalismo ci insegna che la sovranità si esercita nei modi previsti dalla Costituzione. Questo è ciò che recita il nostro art.1. Il che vuol dire che non sempre la Costituzione prevede il voto diretto per ogni tipo di questione.
Per esempio, esclude il referendum abrogativo in una serie di situazioni come le leggi tributarie o quelle di autorizzazione alla ratifica del trattati internazionali (art.75 Cost.). Ragion per cui non credo che sarebbe possibile proporre un referendum di questo tipo nel nostro Paese e neanche a riguardo dell'eventuale uscita dall'euro. Ci sono ragioni superiori che hanno fatto sì che il legislatore costituente regolasse il  principio di sovranità proprio al fine di evitare derive populiste di questo tipo.
E queste sono cose che a scuola si dovrebbero insegnare poiché fanno parte delle consapevolezze, seppure complesse, indispensabili  al cittadino. Che poi ne farà l'uso che crede, ma intanto le dovrebbe conoscere.

Ripensando a quanto è accaduto, è inevitabile ripercorrere la storia dell'unità europea (altro tema rilevante di consapevolezza contemporanea): una unità ancora monca, che lascia insoddisfatti del grado di integrazione europea raggiunto.
In questi ultimi anni i paesi dell'Unione hanno sofferto le conseguenze delle decisioni delle nostre istituzioni prevalentemente orientate su politiche di austerità, che hanno pesato principalmente sui paesi più fragili e sugli strati più fragili delle loro popolazioni. È il caso della Grecia, ma anche dell'Italia, che stenta a riprendersi, soprattutto per quanto riguarda l'occupazione e il sostegno alle fasce più deboli. È pertanto ovvio che i ceti meno abbienti, più deprivati, di fronte a forti sperequazioni nella distribuzine della ricchezza e alle politiche di austerità volute dalle istituzioni europee, siano tentati di attribuire tutte le responsabilità a queste stesse istituzioni. Il che non è del tutto falso, ma non ci si può esimere dal considerare come la maggior parte delle istituzioni europee siano affette da deficit democratico in quanto istituzioni non elettive (fatta eccezione per il Parlamento Europeo), ed è quindi proprio in ultima istanza ai nostri Governi nazionali che dobbiamo chiedere conto di queste politiche e principalmente ognuno al proprio.

Si dice spesso che il vizio di fondo delle politiche europee sta nel fatto di essere orientate e governate più dall'economia che dalla politica. Del resto, com'è noto, tutta la vicenda europea ha avuto origine da comunità di natura economica, nel 1951, al tempo dell'istituzione della CECA, la comunità economica del carbone e dell'acciaio, istituita col trattato di Parigi tra i sei paesi fondatori, Italia, Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi.

Quella comunità  aveva uno scopo ben preciso, e cioè il controllo delle risorse energetiche che  erano state il presupposto degli scontri bellici della prima metà del secolo. Si trattava quindi di uno scopo ambizioso, diretto a mantenere la pace, ma realizzato su presupposti prioritariamente economici. Fu una scelta molto importante, che se fosse fatta ora per esempio fra i paesi produttori del petrolio, potrebbe contribuire a fermare molte guerre; quindi il fatto che si trattasse di un accordo economico non deve sminuirne l'importanza. Anche se i trattati non avevano come scopo ufficiale la pace, la assicurarono in Europa per ben 70 anni. Sempre auspicando che gli eventi attuali non aprano nuove conflittualità fra i paesi europei. Le ragioni successive di una unione economica più complessa, attraverso la istituzione della Comunità Economica Europea e poi attraverso Maastricht fino  all'unione monetaria, all'eurozona, sono stati importanti passi verso l'integrazione.

Dal punto di vista istituzionale e politico, però, i passi fatti non sono stati sufficienti. E  in questi ultimi anni da più parti si è denunciata la carenza democratica delle varie istituzioni e l'atteggiamento poco europeista dei vari Governi dei 28. Lo si è visto nell'incapacità di gestire il terrorismo internazionale, di affrontare la crisi economica dal 2008 e infine di gestire unitariamente il problema dei flussi migratori.
Questa incapacità è alla base di questo voto e della sfiducia dei cittadini europei. Ma nel contempo è probabile che questi non abbiano fatto i conti con gli effetti di una uscita dall'Unione. In queste ore ognuno di noi forse sta cominciando a rendersi conto che non si tratta di un gioco, che - come sempre - i forti cadranno in piedi e che i deboli pagheranno ancora una volta il prezzo più alto.

Qualche considerazione andrebbe fatta sugli elettori inglesi. Sembra che quelli fra i 18 ed i 24 anni abbiano votato “Remain”, ma essi rappresentavano solo il 36 % circa. Gli altri, quelli dai 25 anni in su (peraltro forbice troppo larga per poter essere considerato un campione di adulti) che hanno votato “Leave” hanno rappresentato oltre l'80%. Ricordiamo che la Gran Bretaga è entrata nella CEE solo nel 1973, con oltre 20 anni di ritardo rispetto ai Paesi fondatori:  malgrado gli auspici di Winston Churchill, che è stato uno dei primi politici a parlare di Stati uniti d'Europa nel 1946 in un famoso discorso alla gioventù accademica all'Università di Zurigo,  essa ha un trascorso di poco più di cinquanta anni senza mai aver aderito alla moneta unica.

Questi giovani, che hanno votato seppure in percentuale ridotta a favore del “Remain”, sono   nati a ridosso dell'era euro e del processo di Copenaghen, che dal 2002 si è proposto di migliorare la qualità dell'istruzione e della formazione professionale dei paesi dell'Unione. È vero che non esiste una politica comunitaria unitaria in questo settore in quanto ogni Paese ha un suo sistema di istruzione, ma i vari Ministri europei si sono spesso espressi nel senso di una maggior cooperazione nel settore.
Le azioni che sono state portate avanti attraverso la progettazione europea hanno favorito lo scambio di esperienze, la mobilità fra studenti, la cooperazione per favorire l'apprendimento. E ora da insegnanti, non possiamo non chiederci quale politica per l' istruzione sia stata portata avanti dall'Unione in questi anni. I processi di Copenaghen e di Bologna per l'Università sono stato sufficienti a sviluppare nei giovani l'idea di una Europa solidale?
Evidentemente questo voto giovanile, soprattuto nella sua parte astensionista, ci dice che nei giovani non è maturata la consapevolezza di una cittadinanza euopea, e questo al di là dei risultati e degli effetti che si produrranno con questo voto. Gli altri 27 paesi dovranno molto riflettere sia sulle politiche dell'Unione sia sul messaggio che stiamo trasmettendo ai nostri ragazzi. Non basta che una grande percentuale di essi si spostino con facilità nell'Unione, conoscano le lingue, studino e lavorino lontani da casa. In Gran Bretagna, come negli altri Paesi della Unione Europea,  c'è il fenomeno dei  NEET (acronimo costruito proprio in lingua inglese), che indica come larghe fasce di giovani non studino, non lavorino non si formino. Sono ragazzi che hanno rinunciato a un progetto di vita. Sono ragazzi che non credono che l'Unione rappresenti quella opportunità in più che nella loro famiglia e nel loro paese non hanno avuto.

Quindi è da questa riflessione da cui dobbiamo ripartire. E la risposta certo non ce la potranno dare le forze politiche, sempre più populiste, diffuse in Europa. A chi ha a cuore l'uguaglianza delle opportunità e i diritti della persona spetta il compito di riflettere e di agire.

Credits


Immagine a lato: Giovane europea, fonte Flickr.

Parole chiave: democrazia

l'autore

Rosamaria Maggio Docente di diritto nelle scuole superiori, già vicepresidente nazionale del Cidi

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