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12/03/2022

Parità di genere e di opportunità, a partire dalla scuola

di Mariella Ficocelli Varracchio

Questa è una riflessione sul senso della giornata della donna e sul significato che ha oggi per noi, lavoratori e lavoratrici della conoscenza, parlare di “8 marzo” nella scuola [1]. L’argomento è di grande attualità, perché la cronaca delle disuguaglianze è sempre aggiornata, e, nelle scuole, la legge 92/2019, nell’ambito del generale tema della “cittadinanza”, riserva attenzione alle questioni di genere.
Sicuramente, fra le infinite disuguaglianze, una delle più persistenti e sottovalutate resta ancora oggi quella tra “maschile” e “femminile”, da cui deriva una serie di discriminazioni nell’accesso ai diritti e alle opportunità: è sufficiente, ancora una volta, ricordare le lunghe liste di dati sulla differenza di reddito, di occupazione, di sicurezza nei luoghi di lavoro e nei contesti domestici.Ultima, solo in ordine di elenco ma non certo di importanza, tra le conseguenze delle discriminazioni è quella che vede le donne vittime di violenza.

Ci si può chiedere che senso abbia oggi parlare di parità di genere nelle nostre scuole. Come vivono le nostre alunne l’8 Marzo e quanta consapevolezza reale manifestano?
Noi educatori, dirigenti, personale Ata…  le vediamo ed osserviamo bene le nostre alunne, sappiamo cosa si agita nelle nostre aule tutti i giorni; riusciamo però anche ad attivare processi virtuosi di crescita e autocoscienza?

Nei gradi iniziali del percorso di istruzione si osservano, con drammatica ripetitività,  comportamenti sostenuti da antichi stereotipi: “carne viva che ripete ciò che faceva la vecchia carne”; così la voce narrante de “L’amica geniale” descrive, nel terzo volume della saga, Lenù, mentre osserva sua figlia giocare con un suo compagno. Il gioco è uno scimmiottare i giochi degli adulti: la piccola Dede dice al coetaneo, il figlio di Nino: “Picchiami…dammi uno schiaffo….(e sempre alzando la voce) picchiami!”. Il racconto diventa per noi adulti la certezza che il gioco è prefigurazione di ben più gravi violenze sulle donne.

E nei gradi più avanzati? Che cosa accade?
Come insegnante di scuola secondaria di secondo grado osservo le mie studentesse, per lo più provenienti da un background suburbano della periferia pescarese; vedo che anch’esse ripetono e rinnovano antichi stereotipi. Per nulla o poco scandalizzate dal senso di possesso che i loro ragazzi mostrano nei loro confronti (“professoré.. Lui non mi fa uscire con le mie amiche perché mi ama”), spesso inclini ad etichettare le loro coetanee a causa del loro abbigliamento (“se l’è cercata professorè”)…ascoltandole si confermano le nostre convinzioni sul lungo cammino che c’è ancora da fare in tema  di parità di genere.
Sembrerebbe che tanti anni di lotta ed emancipazione delle loro mamme e delle loro donne siano passati invano. Ci sembra di esserci impegnate, tanto e non poco, nelle nostre classi a cominciare dal linguaggio della parità “i diritti all’istruzione dei bambini e delle bambine, degli studenti e delle studentesse”…
Di sicuro nel mondo dell’educazione e della formazione non basta e non serve unicamente parlare di bambine\i di alunne\i e adottare un linguaggio con corretta declinazione di genere (di quale genere poi, considerando la richiesta di cittadinanza che arriva oggi dai tanti generi?).
Come afferma Raffaella Palladino nel secondo volume di Una scuola per la cittadinanza [2], è proprio l’ambito educativo il nodo strategico per destrutturare la più sottovalutata delle disuguaglianze, quella che rende la vita delle bambine più difficile di quella dei bambini e con un orizzonte di possibilità  decisamente meno ampio. Sarebbe importante capire come, nei servizi educativi della prima infanzia e della scuola primaria, ancor prima della secondaria di 1 e 2 grado, siano costantemente riprodotti stereotipi che riguardano il ruolo sociale e la percezione della donna.
La stessa sollecitazione a rivedere i libri di testo nella loro struttura portatrice di una cultura apparentemente neutra, realmente maschilista, è tanto ricorrente quanto disattesa, nonostante gli stimoli e le raccomandazioni della Commissione Europea.
Già la Commissione di monitoraggio dell’Onu (monitoraggio sullo stato della attuazione  della Convenzione sulla Eliminazione di ogni forma di Discriminazione in vigore dal 1981) aveva espresso preoccupazione per “l’inadeguatezza degli sforzi compiuti  in Italia per combattere gli stereotipi attraverso l’istruzione, ritenendo essenziale che i libri di testo e i materiali didattici vengano esaminati e revisionati al fine di presentare il ruolo delle donne e degli uomini in maniera non stereotipata".
D’altro canto, il gruppo di esperte del consiglio d’Europa sulla lotta contro la violenza sulle donne, nel Rapporto del GREVIO del 2020, esorta le autorità italiane ad adottare maggiori misure per proteggere le donne dalla  violenza domestica (come voluto dalla Convenzione di Istambul) e, fra le altre raccomandazioni, invita l’Italia a rafforzare le attività nel campo della  prevenzione e dell’educazione promuovendo l’attuazione di misure durevoli destinate a produrre cambiamenti in un contesto sociale e culturale ancora basato sull’idea dell’inferiorità delle donne.

La funzione della scuola su queste problematiche è essenziale, nonostante ancora oggi si tenda a tramandare modelli di mascolinità e femminilità rigidi e anacronistici.
Purtroppo, in termini di consapevolezza e parità di genere molto è stato disatteso e un patrimonio di riflessioni ed esperienze si è indebolito tanto che molti fra gli educatori delle nuove generazioni ignorano questioni di genere, a partire dalla consapevolezza critica e dalla rivisitazione dei propri metodi di lavoro, perché è da lì, dall’impostazione didattica, che si comincia a decostruire i modelli culturali discriminatori. Fin dalla scuola primaria, gli/le insegnanti dovrebbero essere più concentrati sulla decostruzione dei fondamenti discriminatori “occulti” su cui si fondano i contenuti e le pratiche delle discipline. Don Milani ha scritto: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola. Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici.”
Necessario dunque riorganizzare i curricoli, rivedere i libri di testo, promuovere su larga scala percorsi di sensibilizzazione sul tema con momenti di riflessione e confronto sulle percezioni che i diversi formatori hanno in merito alla diversità di genere: per contrastare gli stereotipi profondamente radicati nella cultura e nelle relazioni ordinarie, è fondamentale che questi vengano intercettati e smontati da coloro che, per professione, si pongono come mediatori di saperi ed educatori alla cittadinanza; ce lo chiede la storia, la cronaca, la Costituzione, nel primo  e secondo comma dell’art. 3.
A Barbiana Don Milani inserisce le ragazze nella scuola con i ragazzi, le istruisce, fa capire loro quali sono i loro diritti, perché abbiano la stessa cultura e la stessa indipendenza degli uomini.
Come racconta Fiorella Tagliaferri, allieva di Don Milani, "essere poveri non significa essere diversi…credevamo di essere diversi perchè la cultura che ci mancava non dava la parola…dovevamo abbassare la testa…vivevamo una vita di umiliazioni ogni giorno… ma, grazie a Don Milani, grazie al suo insegnamento, ai valori che ha trasmesso, alla parola, alla cultura, l’autostima è cresciuta e la vita degli ultimi è cambiata".
Sandra Passerotti, autrice del libro “Le ragazze di Barbiana”, ci dice che “c’erano anche bambine tra gli allievi di Don Lorenzo, siamo negli anni Cinquanta e in un piccolo gruppo di case contadine il Priore riesce a mettere in piedi una delle esperienze educative più travolgenti , durature e rivoluzionarie  dei tempi moderni… far studiare le femmine , soprattutto le figlie dei contadini, cosa considerata poco meno che inutile. Eppure grazie a lui successe e quelle bambine furono pronte a cogliere il cambiamento…".
Il messaggio milaniano di una povertà culturale da combattere ben prima di quella materiale, si è concretizzato anche nel rivolgersi alle ragazze, per le quali lo studio è altrettanto importante, ed è l’unico vero strumento per colmare il dislivello tra i ceti sociali e sconfiggere le stesse disuguaglianze di genere, facendo crescere cittadini e cittadine non più sudditi ma sovrani.

 

Note

1. L'occasione è stata fornita dalla iniziativa del Cidi di Pescara “Le ragazze di Barbiana”, che si è tenuto il 7 Marzo 2022, in occasione della giornata internazionale della donna, presso la Biblioteca “Falcone Borsellino”. L’incontro ha visto gli interventi di Sandra Passerotti autrice di due libri: Non bestemmiare il tempo (il racconto della vita a Barbiana di suo marito Fabio Fabbiani, allievo di don Milani) e Le ragazze di Barbiana, che sono state raccontate dalle vive parole di Fiorella Tagliaferri, proprio una di loro.  
2. Cfr. Una scuola per la cittadinanza, a cura di M. Ambel, vol 2. Gli orizzonti di senso, PM edizioni, 2020, pp. 160-164. Dell'opera e delle iniziative a essa collegate  è fornita ampia documentazione in
Una scuola per la cittadinanza , in "insegnare", orizzonti.

 

 

 

l'autore

Mariella Ficocelli Varracchio docente di discipline giuridiche ed economiche, criminologa, Presidente del Cidi Pescara

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