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28/06/2016

Alcune questioni di non poco conto

di Caterina Gammaldi

Fra qualche giorno ricorre il settantesimo anniversario dell'avvio dei lavori della Commissione dei 75, che - fra il 20 luglio del 1946 e la la fine del 1947 -  lavorò al progetto costituzionale.
Un' occasione importante per riflettere sull'istituto  del referendum ( abrogativo, confermativo), anche dopo la vicenda che ha portato la Gran Bretagna fuori dall'Unione Europea.
Assumo come punto di vista quello dei sottoscrittori dei quattro referendum per abrogare alcune parti della L. 107/15, e quello che vede su posizioni contrapposte il si e il no alla Riforma della Costituzione.
Si tratta di scelte non irrilevanti, sia per chi sta a scuola e da educatore riflette sui principi che hanno ispirato le scelte legislative del settore, sia per chi da cittadino è chiamato a esprimersi, sottoscrivere in un senso o nell'altro.

Il testo dei quesiti referendari proposti per l'abrogazione di quattro articoli della legge 107/2015 è reperibile sul sito Scuorum. I referendum per la scuola pubblica.

Il testo, realizzato a cura del Servizio studi della Camera dei Deputati, del progetto di riforma Costituzionale 
Disegno di legge costituzionale A.C. 2613-D è scaricabile qui.

Sul sito La nascita della Costituzione, a cura di Fabrizio Calzaretti, è possibile leggere gli interventi in Assemblea Costituente a commento dei singoli articoli della Costituzione. 
Appare assai utile, in questo frangente, ripercorrere il dibattito relativo sia agli articoli sulla scuola (3, 33-34) sia (ma sono assai di più!) a  quelli sottoposti a revisione costituzionale.

Parto dai quesiti referendari che intendono proporre alcune modifiche della L. 107/15, che come è noto intervengono sull'alternanza scuola lavoro, sulla premialità e sul merito, sui poteri del dirigente scolastico e sul complesso tema dell'allocazione delle risorse finanziarie. Si tratta di questioni riconducibili, e non in modo pretestuoso, agli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione.
Sul difficile rapporto scuola - lavoro andrebbe ribadita senza ambiguità la scelta legislativa che si è espressa a vantaggio della formazione dell'uomo e del cittadino, scegliendo per tutte e per tutti un percorso scolastico significativo almeno fino a 16 anni e in prospettiva a 18. Una scelta poi compromessa da una impostazione economicistica  successiva, che ha portato a proporre a scuola percorsi formativi variamente denominati, nella sostanza vere e proprie scorciatoie per chi a scuola non ce la fa. Un ritorno improvvido alla società degli anni '50- '60, che considerava l'avviamento professionale e la bottega le uniche esperienze formative per chi non fosse "portato"  per la scuola. Una impostazione  mai del tutto rimossa, stante il modello culturale e organizzativo imperante che separa di fatto  i destini degli studenti dopo l'esperienza nella scuola del primo ciclo. Ne è segnale preoccupante nel nostro paese il tasso di presenze di NEET, per non parlare delle difformità di trattamento  in ragione delle condizioni socio - economiche e strutturali a Nord come a Sud, e il gradimento che leggo in chi dichiara l'importanza di esperienze formative fatte fuori dalla scuola o nella stessa, simulando situazioni lavorative all'insegna di "tanto per loro fuori dalla scuola è  meglio". Che ne è del diritto allo studio e del diritto all'apprendimento?

Non sfugga la contraddizione fra premialità e merito e il dettato costituzionale che ha scelto la libertà di insegnamento, a garanzia della nostra professione. Autonomia culturale e professionale, libertà nei vincoli inscritti nelle norma e nelle leggi sottolineano con dovizia di particolari l'assoluta necessità di restituire alla dimensione dell'insegnare e dell'apprendere la collegialità delle scelte, quel "sortirne insieme" che don Milani ha indicato come l'unica via di uscita, in grado di aumentare la nostra consapevolezza politica.
Non sfugga, infine,  che il tema dell'allocazione delle risorse finanziarie, fortemente influenzata da scelte che hanno privilegiato l'asse pubblico - privato, con il pretesto dell'equipollenza di trattamento, rafforza l'idea di servizio a domanda individuale, che poco ha a che fare con un principio sempre attuale di "dare di più a chi a di meno", non diverso dal "rimuovere gli ostacoli" che impediscono nei fatti l'esercizio dei dritti.

E siamo alla riforma costituzionale. Che ne sarà della legislazione esclusiva dello Stato e delle Regioni e di quella concorrente delle Regioni, quando fosse modificato il complesso rapporto fra i poteri legislativo e esecutivo, in materie quali, per esempio, l'ordinamento scolastico?
Il superamento del bicameralismo perfetto pone in tutta evidenza il tema della rappresentanza democratica, soprattutto se gestita con una pessima legge elettorale. Infatti, si può risparmiare in democrazia? Si può pensare che il diritto di voto a suffragio universale sia (anche questo) a "tutela crescente"? Ci piace considerare il punto di vista dei Padri e delle Madri  Costituenti che oggi  impegnerebbero  energie per capire l'incremento senza precedenti di astensionisti, che forse più correttamente chiameremmo cittadini che non esercitano il diritto di voto. Forse non basta chiamare gli studenti della "maturità" a riflettere sulle conquiste democratiche che segnarono il tempo della Costituente; forse sarebbe più coerente che a quelle conquiste e al loro spirito si continuasse a prestar fede.

Questioni di non poco conto per chi ci governa pro-tempore e per la scuola che ci ostiniamo a voler rappresentare.

l'autore

Caterina Gammaldi A lungo docente di scuola media; già componente del CNPI