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10/03/2021

Ecco che cosa va recuperato a scuola

di Giuseppe Bagni e Valentina Chinnici

"Recuperare il tempo perduto" nei due anni scolastici segnati dalla pandemia è il ritornello più ascoltato in questi mesi. Ciò che dovremmo recuperare, e da molti anni, invece, è la qualità del tempo scuola, oltre certamente alla quantità, almeno in quelle regioni e zone interne dove tempo pieno e prolungato restano una rarità assoluta, e i tassi di dispersione scolastica sono in crescita allarmante (mediamente un bambino siciliano perde quasi due anni di scuola primaria rispetto a un coetaneo lombardo).

Crediamo che uno dei nodi centrali dell’autonomia scolastica rimasto inattuato sia quello relativo alla funzione della scuola e degli insegnanti: secondo l’art. 6 del Regolamento sull’autonomia scolastica, infatti, le scuole dovevano diventare veri e propri centri di “ricerca, sperimentazione, sviluppo”. All’insegnante andrebbe dunque restituito con urgenza il suo profilo professionale di ricercatore in azione, di intellettuale-artigiano che maneggia e media con sapienza didattica e pedagogica i saperi, aiutando gli alunni nella costruzione degli apprendimenti disciplinari. L’ingresso massiccio delle tecnologie in questi mesi di didattica a distanza ha confermato chiaramente che non sono i media digitali a rendere, di per sé, una lezione innovativa e “laboratoriale”.


Servono piuttosto investimenti coraggiosi sulla formazione in servizio degli insegnanti che va resa effettivamente obbligatoria, capillare e riconosciuta anche economicamente. Serve lavorare sulla qualità della progettazione didattica per costruire curriculi realmente inclusivi in cui ogni scuola torni a interrogarsi sui saperi essenziali e indispensabili, ossia su che cosa occorre insegnare/imparare oggi per esercitare la propria sovranità di cittadini/e.
La scuola deve tornare a essere luogo centrale di promozione della persona, dove tutti, nessuno escluso, possono raggiungere “i livelli essenziali culturali” per la cittadinanza grazie a insegnanti competenti che maneggiano le discipline e la valutazione come strumenti di inclusione e non di segregazione socio-culturale.
 

Una scuola forte può diventare centro aperto al territorio per offrire di più a chi ha di meno, anche in termini di ampliamento dell’offerta formativa, di tempi distesi di apprendimento dove poter acquisire le competenze necessarie, aver accesso allo sport e ad attività artistiche e musicali che troppo spesso restano escluse o compresse negli orari scolastici spezzettati del mattino, e alla cui acquisizione le famiglie più attrezzate economicamente e culturalmente sopperiscono ricorrendo a servizi privati.

Più che a una generica povertà educativa, iunctura che suona anche vagamente colpevolizzante verso chi tale educazione non ha saputo impartire e/o potuto ricevere, siamo infatti convinti che vi siano "povertà istituzionali, costituite da bisogni insoddisfatti per carenza o non presenza delle istituzioni preposte ad assicurare il regolare funzionamento della scuola, inadeguatezza dell’offerta di impianti sportivi, mezzi di trasporto, servizi sanitari, centri culturali e tutte le altre infrastrutture di base capaci di assicurare un livello della qualità della vita che non sia in stridente contrasto con quello già largamente acquisito in molte altre regioni". (G. Chinnici, Trasgressioni realizzate,  Milano 1988, p. 75).

Se la Politica non innalza la qualità stessa della vita del territorio in cui la scuola è inserita, a partire dalla qualità della scuola stessa, anche i cosiddetti patti educativi territoriali rischiano di risolversi in generiche comunità di volenterosi intenti che, al pari delle stagioni all’insegna dei progettifici, nasceranno e moriranno senza incidere significativamente nell’esistenza delle migliaia di ragazze e ragazzi inseriti in spirali intergenerazionali di marginalità ed esclusione sociale.

Non abbiamo assolutamente bisogno che il Ministero dell’Istruzione si trasformi in altro, tantomeno in Ministero della comunità educante, che è implicita nel carattere “pubblico” dell’istruzione, ma che il Governo punti sul rafforzamento della scuola secondo Costituzione, degli insegnanti, degli ambienti di apprendimento e dunque della vita stessa di tutti coloro che la abitano ogni giorno. Dalla qualità della Scuola dipenderà sempre di più la qualità del Paese. Sarebbe ora di dare un segnale vero in questa direzione.

Parole chiave: autonomia, cittadinanza

gli autori

Giuseppe Bagni Insegnante di Chimica negli Istituti secondari, Presidente nazionale del Cidi, membro eletto del CSPI.

Valentina Chinnici Docente di italiano nella scuola secondaria di I grado e Dottore di ricerca in Filologia e cultura greco-latina, è Presidente del Cidi Palermo

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