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18/09/2019

Tocca a noi

di Maria Luigia Amoroso

Un cumulo di errori

Siamo all’esordio di un nuovo anno scolastico. Dalle mie parti, per esempio, grande spolvero per l’inaugurazione di un superattrezzato ambiente contenitore, eletto a nodo formativo… a seguire, la solita raffica di corsi, di quelli che aggiornano facendo buio sui luoghi reali della didattica. Intendo quelli occupati da soggetti docenti che incontrano soggetti discenti, soggetti appunto, determinati e differenti, profili in carne e ossa che ancora sfidano l’algoritmo, magari emaciati dal rovello corrosivo delle proprie insufficienze, eppure persistenti allo sguardo di chi ancora nutre passione di realtà. Convitati di pietra di ogni immaginifica performance partorita dalle menti eccelse dell’avanguardia, riacciuffati tutt’al più come appigli di copertura per progetti che di fatto li ignorano. Eppure in cerca di luce, oltre le pailettes degli scampoli esposti, tendenzialmente refrattari ai bagliori freddi delle reti tecnologiche bucate d’aria, stese qua e là fra i mercati nei giorni delle ricorrenze...

Molti di noi si sono accontentati di quei lucori ottonati, altri hanno trascorso venti anni a cavarne una luce viva, svuotati infine da questa inutile fatica, altri si sono raccontati la favoletta che nel chiuso della propria aula un sole potesse sorgere… Pochissimi riescono a contemplare il vuoto di scena, ma con l’efficacia propria di una Cassandra: per queste ragioni sue interne, la scuola va male e opera male, un risultato negativo che si aggrava a fronte di mille altre difficoltà esterne che filtrando le implodono dentro alquanto indisturbate: per illuminarle occorrerebbe un fascio di riflettori, altro che i riflessi di ottone! E con l’ottone non intendo soltanto l’obnubilamento tecnologico ma la faciloneria di ogni progetto alieno, scelto dall’alto per il buon nome della scuola o di qualcuno, di ogni pacchetto formativo timbrato dalla sigla inglese che lo fa potente.

Un cumulo di errori impastati di ignoranza e menzogna con vari tocchi di malafede: ignoranza di chi, a torto (per sua indisponibilità a “corciarsi le maniche”) o a ragione (vista l’approssimazione dei percorsi formativi di base e l’inconsistenza o assenza di quelli successivi), non possiede gli strumenti necessari per la sfida difficile che pongono la verità e la gravità dei problemi in questione, quelli interni ed esterni di cui sopra; menzogna di chi, non avendo la forza di ammettere questa insufficienza, allontana il problema, scrollandoselo di dosso con mossa vuoi goffa vuoi elegante (limiti/doni di natura), facendo finta che le formule funzionino grazie al miracolo defatigante delle loro sintesi e allo schizzo dei tempi necessari ad apprenderle e applicarle; malafede di chi lungimirante da questo disastro ricava il proprio tornaconto ( innalzamento di prestigio e/o di reddito) tentando la scalata alla stanza dei bottoni, generosamente votato al principio della competizione, unica ideologia in atto.

Di questo occorre parlare, urlare: le analisi di questo degrado, di questa bolla mistificatoria, se presenti, non valicano quasi mai i confini degli addetti ai lavori. C’è bisogno di accendere un dibattito pubblico perché occorre bonificare questa palude: un’operazione necessaria per recuperare qualche stella caduta/affogata e al contempo illuminare eventuali interventi legislativi.

A ben vedere, di scuola ultimamente si parla attraverso i mass media. Lo hanno già fatto diversi intellettuali, anche di valore: le uscite di Ernesto Galli Della Loggia e di Silvia Ronkey fanno notizia, frettolosamente - spesso inopinatamente - puntano il dito proprio sui fondamenti in cui alcuni di noi hanno creduto e credono ancora, indicano come una necessità il revisionismo sulle posizioni dei don Milani e dei De Mauro, fra i principali imputati, tacciati di buonismo irresponsabile o di lassismo fanfarone.

Bene! Allora tocca a noi - se non ora quando? - anche approfittando di questa occasione, raddrizzare la barra di un cammino interrotto: non di certo dobbiamo far quadrato per negare l’evidenza delle nostre debolezze, piuttosto prima di tutto centrarne e indicarne le cause più probabili, così straniate nella lettura di chi, per prima cosa, del nostro universo non ne sa granché. Tocca a noi farlo. Noi che siamo ancora nella facoltà di cogliere lo snaturamento in atto, noi che siamo rimasti col nostro slancio trasformato in rovello, noi che cerchiamo la costituzione: parlare tutti, anche se pochi, parlare tutti insieme, cercare la giusta strategia per farlo in un discorso informativo e critico, infine propositivo…
In questo passaggio può aprirsi, forse, una possibilità di futuro diversa dal precipitare lungo la china: nei collegi, nelle sedi pubbliche, nelle nostre associazioni in primis, e in simultanea, cercando un effetto di rinforzo reciproco, un’eco che renda alte le voci… Mi ripeto: sulla scuola e per la scuola abbiamo bisogno di accendere una dibattito pubblico: i nostri fulgidi riferimenti sono i don Milani, i De Mauro che oggi sono in troppi a svilire. La loro lezione va difesa e rilanciata, ma prima di tutto, forse, fatta conoscere, recuperata alla forza difficile della loro visione … e senza sconti o accomodamenti tapini.

Costruire una scuola democratica.

Operare nella complessità e nella differenza, in considerazione di obiettivi nati dalla cura assidua dei traguardi auspicabili per tutti e delle effettività di ciascuno :

  1. analizzare e tenere i problemi, tutti, che pone la realtà in cui si opera, quella specifica, inalienabile, composta di coloro (docenti/alunni/famiglie) che ci stanno dentro, oltre ogni astrazione o virtualismo, degli oggetti disciplinari ogni volta da studiare/ristudiare perché una relazione con chi li usa sia possibile; dunque cercare in ogni esperienza il senso e i modi di questo servizio: guardando all’articolo 3, rilanciando questo nostro lavoro oltre le angustie della carriera o la vanagloria competitiva;
  2. contestualizzare i problemi perché la scuola filtra e trasuda il contesto: lo riflette non solo ma, pur nei propri limiti, lo illumina anche, se riesce a trovare in autonomia lo sguardo che le si confà;               
  3. cercare/costruire gli strumenti necessari per affrontare/risolvere i problemi: in una parola, la formazione. Di certo non quella in vitro o pacchetto, di cieco addestramento all’uso degli strumenti, ma una formazione che si misuri, anch’essa, con la complessità di cui sopra, aderisca al processo e lo segua nelle sue fasi: pertanto bisognosa di uno svolgimento collegiale (l’insegnamento è dei consigli), di spazi e, soprattutto, di tempi (obbligati ma rivestiti di chiari sensi), dunque bisognosa di risorse straordinarie in termini non solo economici (se si smettesse il costume dell’allegra estemporaneità oggi in vigore, già se ne potrebbero recuperare di notevoli) ma anche di adeguate competenze (di chi sappia supportare i percorsi nell’incognita delle loro complesse effettività) e di coerente immaginazione organizzativa. Pertanto una formazione che chiede atti politici coraggiosi e, prima ancora, rigorosamente mirati, mille miglia distanti dall’obolo casual dei 500 euro.

Immagine


Barbiana, "Cammino della Costituzione", art. 33 - © insegnare, 2019

l'autore

Maria Luigia Amoroso docente di lettere nella scuola secondaria di II grado, membro della segreteria del cidi di Pescara

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