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di Annamaria Palmierila scuola "scomoda"

18/02/2018

Per andare oltre la retorica

Si susseguono  negli ultimi mesi le grida di dolore e le analisi da talkshow sul fenomeno delle cosiddette babygang, termine ossimorico con cui piace ai giornalisti definire quello che a tutti noi era meglio noto come il fenomeno del "branco": gruppo di adolescenti, non necessariamente legato a una matrice malavitosa,  ma che manifesta nei comportamenti bullistici e violenti una logica di sopraffazione non lontana da quella delinquenziale.

Nel chiacchiericcio mediatico non sono mancate voci fuori dal coro, anche di tanti parroci e di diverse realtà  scolastiche e associative, nonché del sindaco di Napoli, che hanno reagito al facile etichettamento richiamando la complessità e multifattorialità di un disagio giovanile che accomuna tristemente "vittime" e "carnefici": la violenza è il gesto di chi non ha la parola, di chi vive nell'afasia linguistica ed emotiva, di chi si incontra fisicamente nei luoghi con l'altro, ma non ha strumenti per rapportarvisi i ad esso, se non la distruzione del nemico. E queste voci hanno posto fortemente il tema dell'inclusione nei percorsi educativi, della crisi genitoriale e dell'abbandono scolastico, della necessità di prevenire le esplosioni violente intervenendo sul "brodo di coltura" in cui esse nascono. Più scuola, si è detto spesso. E finalmente, ma solo di tanto in tanto, a qualche  osservazione stereotipata  (del tipo "solo la cultura vince sulla violenza") ci si è  concentrati sulla  necessità di costruire un lavoro di rete, che serva per dare ai bambini e alle bambine un'attenzione integrata, non frammentata in tanti interventi scollegati tra loro, ma partendo dalla scuola e dalla sua centralità per estendersi agli altri luoghi, fino alla strada e al vicolo, e coinvolgendo molteplici  attori e opportunità. 

In tal senso il ragionamento va ben oltre i quartieri in cui si sono manifestate le violenze, e non ha a che fare solo con i non-luoghi delle periferie, ma si  estende a tutti i quartieri metropolitani in cui il disagio minorile si manifesta come una sorta di grumo che aggrega tanti fattori differenti, e interroga molti attori.  Non tutte le fragilità dipendono da vulnerabilità economica o da un background malavitoso, ma tutte hanno a che fare con la povertà culturale del tessuto sociale, con il vuoto valoriale e la crisi della genitorialità, con condizioni di vita in ambienti  privi di occasioni.

Non a caso,  come Assessorato alla scuola di Napoli, ormai da anni, stiamo lavorando sul disagio scolastico come fenomeno multistratico attraverso "tavoli di coprogettazione", che si basano innanzitutto sull' ascolto delle scuole, come presidio che intercetta per primo tutte le storie, e poi si allargano a cerchio ai servizi sociali, alle reti di educative territoriali, ai soggetti del privato sociale, cui di recente abbiamo affidato quattro percorsi di tutoraggio,  divisi in quattro lotti territoriali. E nei tavoli alle scuole è chiesto anche di fornire una mappa della loro offerta, fatta di tante iniziative diverse, proprio perché le differenti progettualità non si trasformino in inutili duplicazioni, ma possano armonicamente entrare in un mosaico.

Un metodo, quello del reciproco ascolto e della rete,  che oggi trova una sua valorizzazione a Napoli, grazie al lavoro che Prefetto e Sindaco stanno  conducendo congiuntamente, per promuovere una nuova interpretazione del “Comitato per l'ordine e la sicurezza”, non più visto come luogo per affrontare solo le emergenze di ordine pubblico, ma come spazio di riflessione e coordinamento per diverse azioni. Siedono a quel tavolo, accanto al prefetto e al questore, il Comune nelle diverse espressioni (politiche scolastiche, giovanili,  sociali), l'Ufficio scolastico, le altre forze dell'ordine, il Tribunale dei minori, la Procura minorile, la Regione, le autorità di gestione dei Pon ministeriali. E lì si sta lavorando alla possibilità di accompagnare, con delle nuove figure di prossimità, i passaggi tra scuole e i luoghi informali, le altre opportunità formative e di crescita, siano esse lo sport, le arti, la vita associativa.

Ma, se sul metodo siamo a buon punto, restano però i temi strutturali, come l'espansione del tempo pieno, l'implementazione dei servizi all'infanzia.  Queste necessità ci sono note da tempo, e hanno bisogno che i diversi livelli istituzionali le assumano come priorità. Per esempio, se il potenziamento del "tempo pieno" ha bisogno di un nuovo e diverso impegno del Ministero, visto che il Sud continua ad esserne quasi del tutto privo (Napoli col suo 35% è tra le città che ne ha di più), per i nidi la  città di Napoli si sta  muovendo in modo costante per ampliare l'offerta e, entro il 2019, a conclusione del Piano di Azione e Coesione, arriveremo quasi al raddoppio delle strutture rispetto al 2011. Così come lavoreremo per accedere ai nuovi 28 milioni di finanziamento messi a bando dalla Regione Campania (POR FESR), per realizzare presidi e interventi.

Ma bisogna avere un po' di onestà intellettuale e riconoscere che i nidi, una volta aperti, vanno mantenuti. E, allora è importante sottolineare che mentre il Comune di Napoli, nonostante i vincoli e il predissesto, si è speso e si spende per assumere maestre, che non bastano mai, perché  se si vuole mantenere un servizio pubblico e accessibile ai più  poveri i costi sono altissimi,  alle roboanti promesse della “Buona scuola” non sono sinora corrisposte risposte soddisfacenti. Anzi,  da un lato il riparto dei finanziamenti  ha di fatto privilegiato  le Regioni più forti del Centro Nord a discapito di quelle del Sud e, d'altro lato, nonostante le reiterate richieste anche di enti molto qualificati, come l'Istituto degli Innocenti di Firenze, siamo lontanissimi dal riconoscimento di questi servizi come servizi essenziali e non "a domanda individuale", il che consentirebbe di non dovere ogni anno temere per la loro sopravvivenza.

E ci si dovrebbe anche chiedere  perché  ancora non si ha il coraggio di  affermare la  scuola dell'infanzia e la  refezione scolastica come servizi obbligatori e generalizzati! Se venissero riconosciuti come tali, ovviamente bisognerebbe compiere investimenti  centrali per supportare i Comuni, ma solo l'ipocrisia spinge a ritenere che questo investimento non sia altrettanto prioritario di quello ben consistente fatto sulla "meritocrazia" dei bonus individuali. 

Sempre per onestà intellettuale, però, non  vanno trascurate anche  le  responsabilità che riguardano l'insieme della società civile, in particolare borghese. È  triste dover notare come tante delle scuole più inclusive, quelle che non fanno distinzioni tra classi e che non formano sezioni buone e classi ghetto, quelle che non competono in meritocrazia ma in accoglienza, che si interfacciano con i servizi sociali e inseguono i genitori disattenti e inadempienti, sono spesso  in crisi di iscrizioni, perché la loro collocazione in zone difficili le rende poco appetibili nonostante la qualità dei progetti educative e l’impegno dei docent.
L'autonomia come gara ad essere più bravi e più "brillanti" ha provocato anche questo. Per Napoli, per esempio, basta leggere i dati di “Scuola in chiaro” e si scoprirà che  dobbiamo lottare perché le scuole più in prima linea non si svuotino di anno in anno, messe a rischio nella loro stessa sopravvivenza dal pregiudizio. Nel quartiere popolare della Sanità, reso tristemente famoso dalle "stese",  a lottare sono ottime scuole medie, e a poca distanza lo stesso si può dire per altre, che lavorano tutti i giorni all'integrazione interculturale, o come a Scampia dove  la "scuola dei Rom" ogni anno sfida il pregiudizio per costituire le sue classi multiculturali. E gli esempi da citare sarebbero ben numerosi...

Guardare in profondità ai fenomeni, conoscere per promuovere le soluzioni idonee, impegnarsi a supportare reti più deboli, vincere i pregiudizi che spingono a ghettizzare. Di questo hanno bisogno tanti quartieri delle  metropoli italiane e su questo quotidianamente devono impegnarsi insieme le istituzioni e la società civile. Quest'ultima guardando a fondo i disastri che l'adozione della  logica cinica e neoliberista sta provocando nei contesti educative e sociali. E ponendovi rimedio, finché siamo in tempo. Per questo i titoli sulle babygang e la retorica che spesso ne segue, serve a ben poco, se poi non si agisce di conseguenza.

Immagini


Immagini tratte dai siti di scuole "di frontiera" di Napoli, come la Croce, la Russo Montale, la Bovio Coletta, la Gabelli,  l'Alpi Levi...

Di che cosa parliamo

La scuola, se è vera scuola, scomoda le coscienze e le scuote dall'indifferenza poiché è luogo e pratica di democrazia, di inclusione, di tolleranza, di convivenza solidale.
La scuola, se è vera scuola, è contraria al pensiero unico, al conformismo, alle mode, al quieto vivere perché è luogo e pratica di riflessione critica, di sguardo problematico, di pensiero divergente.
E per questo la scuola è scomoda.
È  scomoda perché pratica e rispetta le diversità e i disagi, ma spesso vi si lascia travolgere e inibire e allora diviene scomoda a se stessa.
E deve essere scomoda anche per tutti coloro che la vorrebbero luogo di competizione, di gara, di apprendistato all'arrivismo e alla prevaricazione.
In tal senso  la rubrica raccoglie e racconta momenti e situazioni di scuola "scomoda", talvolta anche per se stessa e spesso per i territori in cui come Istituzione vive e agisce.

L'autrice

Insegnante di liceo, collabora a contratto con la cattedra di letteratura italiana dell'Università Orientale di Napoli, attualmente impegnata come Assessore all'Istruzione del Comune di Napoli al servizio della scuola della sua città, intesa e praticata come diritto inalienabile e bene comune.


 

maestri copertina

Annamaria Palmieri, Maestri di scuola, maestri di pensiero, Aracne, Ariccia, 2015, pp. 246, 14 euro in volume, 8,4 euro in PDF

Nella storia dell’Italia post-unitaria la scrittura letteraria dei maestri-scrittori ha assunto un’importanza straordinaria, perché proprio la scuola ha dovuto affrontare i problemi fondamentali, e tuttora in parte irrisolti, di formazione dell’unità culturale, umana e linguistica della nazione. L’autrice affronta il nodo interpretativo di questa narrazione compiendo una scelta esemplare: tre ‘maestri’, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Lucio Mastronardi, che sono stati scrittori e intellettuali e che hanno vissuto in un’aula scolastica un momento determinante della loro esperienza esistenziale. Per tutti e tre, la scuola fu il luogo di una delusione ma anche della denuncia, humus originario del loro impegno civile, contro la degenerazione del capitalismo e le storture di una società iniqua che vanificava l’utopia democratica ed egualitaria su cui la scuola di massa era nata o stava nascendo: eroi moderni del racconto di un’umile Italia che vive un’ultima stagione di ‘resistenza’ contro la trasformazione in una nazione senz’anima e senza cuore.               

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