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di Annamaria Palmierila scuola "scomoda"

02/11/2015

La "pedagogia" di Pasolini e Don Milani

 Pasolini legge Lettera a una professoressa

 

Con questo giudizio [1] Pier Paolo Pasolini nel 1967 recensiva in un documentario televisivo la Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana, diretta da Don Lorenzo Milani: il priore
era morto il 28 giugno dello stesso anno, ucciso dalla leucemia che lo divorava da tempo, ma che non gli aveva impedito di portare avanti per lunghi tredici anni (dal 7 dicembre del 1954),
l’esperienza di una scuola severa e austera, laica e senza secondi fini, messa su tra le umili genti della parrocchia di S. Andrea a Barbiana sul monte Giovi (Mugello) al solo scopo di «dare la parola» a chi non l’aveva, figli di poveri operai e contadini analfabeti, a loro volta destinati all’analfabetismo e alla miseria.

Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e come faccio ad averla piena, insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi le materie la tecnica didattica. Sbagliano la domanda. Non bisogna preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola ma di come bisogna essere per potere fare scuola. Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici, non bisogna essere interclassisti, ma schierati. [2]

Schierato con gli ultimi, con i Gianni figli di contadini perennemente bocciati contro i Pierini figli della borghesia, con la classe operaia e con gli obiettori di coscienza contro i benpensanti e il clero: negli anni della guerra fredda, del patto tra DC e Chiesa cattolica, dell’isolamento dei comunisti, questa volontà di schierarsi Don Lorenzo Milani l’aveva ben pagata, sin da quando venne «esiliato» nel 1954 dalla curia in una parrocchia dell’Appennino in stato di abbandono e in via di chiusura, per una campagna di diffamazione condotta contro quel prete scomodo, che nella sua opera pastorale faceva scuola agli operai e tuonava contro l’ingiustizia sociale; e ancora, dieci anni dopo, quando venne addirittura processato per aver risposto con una lettera pubblica agli insulti dei cappellani militari contro gli obiettori di coscienza. [3]

Ma il giudizio di Pasolini sul libro di Barbiana presenta una complessità che non può essere attribuita solo alla simpatia per la trasgressione e il contenuto antiborghese dell’esperienza
donmilaniana: attraverso quel giudizio è possibile ricostruire e tessere i fili di un confronto proficuo tra due maestri, due pedagoghi della società italiana, un parallelismo che affonda le radici nell’analogia di alcune scelte biografiche e si dipana attraverso la passione per il ruolo dell’educazione, praticata da entrambi in modi alternativi e anticonvenzionali, e attraverso l’intransigenza critica testimoniata dai due nel primo come nell’ultimo degli scritti e degli interventi, anche a prezzo di trovarsi sempre esclusi e posizionati al confine dell’utopia.

Pedagogia, metodo didattico e importanza della lingua

L’insegnante [...] deve svegliare nell’alunno la coscienza dell’intelligenza; da qui nascerà la voglia di studiare. [...] Bisogna provocare la curiosità, poi qualsiasi obiettivo è buono, la costruzione del verbo videor come il rapporto tra i sessi, l’ a priori di kant come le ballerine del varietà. [4]

[...] è facile intuire quale dovrebbe essere la funzione dell’educatore– insegnante: dovrebbe essere un lavoro di liberazione e depurazione (ecco perché è assurda l’obbligatorietà dell’insegnamento religioso: la religione è una conquista non un acquisto) in seguito a cui venga riprovocata nell’impube la sua vera natura, ripercorrendo a rebours le cristallizzazioni dell’autorità.[5]

L’importanza di dare spazio alla curiosità e all’inventiva, alla relazione educativa tra maestro e allievo intrisa di amore, ma anche di rispetto per la sua intelligenza, era la cifra che Pier Paolo Pasolini riconosceva come propria di un maestro: la passione del rapporto che rivitalizza l’insegnamento e rende la scoperta di una poesia fonte di felicità [6], nasceva e si alimentava della profonda convinzione, politica, che il privilegio di classe (così come il principio di autorità) andasse infranto nel rapporto con gli allievi di classe sociale inferiore. Non ancora sedotto dal sottoproletariato, nell’esperienza friulana il giovane maestro Pasolini sentiva l’importanza della reciprocità come veicolo di insegnamento: condivisione di vita con i ragazzi, a cui non solo insegnava la grammatica ma con cui giocava al calcio, e ai cui occhi appariva giovane e soprattutto “povero” come loro.
[...]
La stessa condivisione di destini e marginalità legava ineffetti il prete Don Milani ai suoi allievi di Barbiana. Anche il priore, come tutti i grandi educatori, non sceglie un metodo teoricamente accreditato: ha alcune idee chiare e sperimenta; se si può parlare di metodo si deve dire che il suo è la ricerca costante di soluzioni di lavoro insieme collettive ed individuali, basate sul dialogo, il confronto quotidiano e l’aiuto reciproco.

La pedagogia così com’è io forse la leverei. [. . . ] Poi forse si scoprirà che ha da dirci una cosa sola. Che i ragazzi son tutti diversi, son diversi i momenti storici e ogni momento dello stesso ragazzo, son diversi i paesi, gli ambienti, le famiglie. Allora di tutto il libro basterebbe una paginetta [... ] A Barbiana non passava giorno che non si entrasse in problemi pedagogici. Ma non con questo nome. Per noi avevano sempre il nome di un ragazzo. [7]

La pedagogia di Don Milani è una pedagogia della cooperazione che mira ad educare gli alunni sul piano civico, tramite la conquista della lingua, la presa di coscienza della propria sovranità e la responsabilità nei confronti del prossimo più debole. Una scuola senza orari, compresa la domenica. E per non scambiare mezzi e finalità, Lettera a una professoressa dichiara apertamente il fine di questa scuola, che salva i ragazzi dall’alternativa di ripulire dal letame le stalle: una scuola “schierata” socialmente con i diseredati, gli oppressi e gli ultimi in nome dell’eguaglianza.

Non diversamente Pasolini aveva scritto:

la critica dovrebbe essere la prima cosa da coltivare in un ragazzo, anche se questo dovesse costare la caduta di un’infinità di idoli: primo idolo da far cadere è l’insegnante stesso. [8]

Il testo è tratto da Annamaria Palmieri, Maestri di scuola, maestri di pensiero
La scuola tra letteratura e vita nella seconda metà del Novecento: Pasolini,
Sciascia, Mastronardi,
Aracne, Ariccia, 2015.

 

Note

1. L''intervento è reperibile nel documentario “Don Lorenzo Milani e la sua scuola”,   in  Viaggio nella lingua italiana—Scrittori non si nasce , a cura di Tullio De Mauro, Giorgio Pecorini, Brunella Toscani, EMI, 1979. Si tratta di un documentario realizzato dalla Radio televisione della Svizzera italiana, poi pubblicato nella collana “Documenti. Voci, volti, memoria”.
2. da Progetto Lorenzo, Centro Documentazione Don Lorenzo Milani, Scuola di Barbiana, 1998.
3. Don L. Milani, “Lettera ai cappellani militari” in L’obbedienza non è una virtù, Editrice fiorentina, 1996.
4. “Scolari e libri di testo”, in P.P. Pasolini, Un paese di temporali e primule, Guanda, Parma, 2001., p. 270.
5. P.P. Pasolini, “Scuola senza feticci”, in Un paese di temporali e primule, cit., p. 277–278.
6. «Noi ricordiamo ancora con piacere la felicità di alcuni nostri scolari (dai dieci ai tredici anni) allorché leggemmo loro Il capitano di Ungaretti: la felicità consisteva nel meccanismo voluttuoso della scoperta. Si trattava insomma di scostare i fili d’erba per spiarvi l’insetto misterioso. Quando io scostai le difficoltà non fantastiche ma logiche, ed essi, dietro le parole difficili, lessero una storia, una leggenda, si ebbero il batticuore, l’interesse, l’impegno». Da “Scolari e libri di testo”, cit., p. 272.
7. Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, parte III, in Storia d’Italia Einaudi, p.101.
8. P.P. Pasolini, “Scuola senza feticci”, cit., p. 278.

Di che cosa parliamo

La scuola, se è vera scuola, scomoda le coscienze e le scuote dall'indifferenza poiché è luogo e pratica di democrazia, di inclusione, di tolleranza, di convivenza solidale.
La scuola, se è vera scuola, è contraria al pensiero unico, al conformismo, alle mode, al quieto vivere perché è luogo e pratica di riflessione critica, di sguardo problematico, di pensiero divergente.
E per questo la scuola è scomoda.
È  scomoda perché pratica e rispetta le diversità e i disagi, ma spesso vi si lascia travolgere e inibire e allora diviene scomoda a se stessa.
E deve essere scomoda anche per tutti coloro che la vorrebbero luogo di competizione, di gara, di apprendistato all'arrivismo e alla prevaricazione.
In tal senso  la rubrica raccoglie e racconta momenti e situazioni di scuola "scomoda", talvolta anche per se stessa e spesso per i territori in cui come Istituzione vive e agisce.

L'autrice

Insegnante di liceo, collabora a contratto con la cattedra di letteratura italiana dell'Università Orientale di Napoli, attualmente impegnata come Assessore all'Istruzione del Comune di Napoli al servizio della scuola della sua città, intesa e praticata come diritto inalienabile e bene comune.


 

maestri copertina

Annamaria Palmieri, Maestri di scuola, maestri di pensiero, Aracne, Ariccia, 2015, pp. 246, 14 euro in volume, 8,4 euro in PDF

Nella storia dell’Italia post-unitaria la scrittura letteraria dei maestri-scrittori ha assunto un’importanza straordinaria, perché proprio la scuola ha dovuto affrontare i problemi fondamentali, e tuttora in parte irrisolti, di formazione dell’unità culturale, umana e linguistica della nazione. L’autrice affronta il nodo interpretativo di questa narrazione compiendo una scelta esemplare: tre ‘maestri’, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Lucio Mastronardi, che sono stati scrittori e intellettuali e che hanno vissuto in un’aula scolastica un momento determinante della loro esperienza esistenziale. Per tutti e tre, la scuola fu il luogo di una delusione ma anche della denuncia, humus originario del loro impegno civile, contro la degenerazione del capitalismo e le storture di una società iniqua che vanificava l’utopia democratica ed egualitaria su cui la scuola di massa era nata o stava nascendo: eroi moderni del racconto di un’umile Italia che vive un’ultima stagione di ‘resistenza’ contro la trasformazione in una nazione senz’anima e senza cuore.               

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