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di Annamaria Palmierila scuola "scomoda"

22/01/2019

Riprendiamo a parlare

Nel suo saggio sulla mutazione mentale e tecnologica, The game, Alessandro Baricco ci mostra in maniera convincente quanto sia confortevole per gli umani rifugiarsi nel paradigma del declino, della catastrofe culturale, piuttosto che comprendere e agire il presente, uscendo dalla propria tana. Temo sia esattamente quello che sta accadendo a tanti di noi di fronte allo sdoganamento furioso del sovranismo e del becerismo di Stato. 
Quello per capirci che fa dire a Salvini che Ong, scafisti e mafia sono la stessa roba, salvo poi combattere solo contro i primi; quello che fa dichiarare a Di Maio, che ripesca in modo confuso tra le memorie di scolaro, che la colpa è tutta della politica coloniale della Francia (“Scusi, vicepresidente, ma il capitolo sull'Italia in Libia l'ha saltato?”); quello che consente alla Meloni di parlare di "paghetta ai nomadi" per definire il reddito di inclusione, piuttosto che ragionare di una conquista di civiltà, come esso dovrebbe essere al di là delle retoriche di chi se ne appropria come di una bandiera. 

Ebbene, non è più tempo di fare gli schizzinosi: ad evitare il rischio di credersi davvero élite intellettuali da buttar via, cedendo al parossismo simbolico dei Cinque Stelle e della Lega che mirano a cementarsi intorno il presunto popolo della "gente",  bisogna scendere nell'agone della discussione ogni giorno, con tutti e su ogni argomento. Il PD ha dimenticato per decenni il suo popolo e preferito le convention di industriali e le Leopolde? Si vede la fine che ha fatto. Not in our name, però.

Al mercato o sugli autobus non ci si può andare solo in campagna elettorale, bisogna farci la spesa, o viaggiare stretti gli uni agli altri. È la cifra di amministratori che hanno scelto di stare in strada, anche se è meno comodo. E lì, per strada, ci si confronta anche con il rancore degli ultimi, con quel senso di solitudine che alimenta il pregiudizio, verso i politici come verso i mendicanti. Lì, anzi in una macelleria per la verità, ho chiacchierato a lungo con un simpatico cliente che, avendomi riconosciuto come assessore,  mi ha chiesto con semplicità, senza acredine: “Ma perché  il nostro sindaco non vuole il decreto sicurezza? Non è meglio che tutti questi qua [i migranti, intendeva, n.d.A.)] se ne vanno?" 
E nella nostra conversazione, a volto aperto, ho provato a spiegargli che il punto è proprio lì, che non solo se impedisci l'iscrizione all'anagrafe ai poveri stranieri non se ne vanno, ma che restano, invisibili e privati di diritti, e non va bene, perché sono persone come noi, eccetera eccetera. Ne sono uscita pensierosa, da quel dialogo improvvisato, ma conscia di un’evidenza: la fatica che dovremo fare per ricordare a tutti il volto dell'umano, e argomentare su ciò che non pensavamo andasse più argomentato, al riparo della cultura degli ultimi 60 anni. 

Mi é  stato ancor più chiaro di quanto già non fosse che dobbiamo cominciare dai ragazzi, dai bambini,  a riallacciare i legami di fiducia con gli altri, con le istituzioni, con la scuola... Certo, i ragazzi sono più avanti di noi, in tante cose, ma bisogna guardarli, ascoltarli, essere al loro fianco come adulti non distratti e stanchi, complici dell’individualismo competitivo dominante. Mio figlio adolescente,  tornando da una sera trascorsa in  piazza coi compagni di scuola, l'altro giorno mi fa: "Mamma, ma ce ne sono proprio tanti di fascisti, sai?”.
Mi é corso un brivido dietro la schiena: in un mondo che evolve in un modo che non sappiamo spiegare, anzi che ci duole spiegare e con cui ci è odioso confrontarci, rimbocchiamoci le maniche, tutti, con l'orizzonte dei valori costituzionali avanti (non dietro le spalle o sotto il cuscino conservatore) e la convinzione di poter incidere ancora sui discorsi che ci fanno orrore solo se non si ripiegano le truppe.

 

Di che cosa parliamo

La scuola, se è vera scuola, scomoda le coscienze e le scuote dall'indifferenza poiché è luogo e pratica di democrazia, di inclusione, di tolleranza, di convivenza solidale.
La scuola, se è vera scuola, è contraria al pensiero unico, al conformismo, alle mode, al quieto vivere perché è luogo e pratica di riflessione critica, di sguardo problematico, di pensiero divergente.
E per questo la scuola è scomoda.
È  scomoda perché pratica e rispetta le diversità e i disagi, ma spesso vi si lascia travolgere e inibire e allora diviene scomoda a se stessa.
E deve essere scomoda anche per tutti coloro che la vorrebbero luogo di competizione, di gara, di apprendistato all'arrivismo e alla prevaricazione.
In tal senso  la rubrica raccoglie e racconta momenti e situazioni di scuola "scomoda", talvolta anche per se stessa e spesso per i territori in cui come Istituzione vive e agisce.

L'autrice

Insegnante di liceo, collabora a contratto con la cattedra di letteratura italiana dell'Università Orientale di Napoli, attualmente impegnata come Assessore all'Istruzione del Comune di Napoli al servizio della scuola della sua città, intesa e praticata come diritto inalienabile e bene comune.


 

maestri copertina

Annamaria Palmieri, Maestri di scuola, maestri di pensiero, Aracne, Ariccia, 2015, pp. 246, 14 euro in volume, 8,4 euro in PDF

Nella storia dell’Italia post-unitaria la scrittura letteraria dei maestri-scrittori ha assunto un’importanza straordinaria, perché proprio la scuola ha dovuto affrontare i problemi fondamentali, e tuttora in parte irrisolti, di formazione dell’unità culturale, umana e linguistica della nazione. L’autrice affronta il nodo interpretativo di questa narrazione compiendo una scelta esemplare: tre ‘maestri’, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Lucio Mastronardi, che sono stati scrittori e intellettuali e che hanno vissuto in un’aula scolastica un momento determinante della loro esperienza esistenziale. Per tutti e tre, la scuola fu il luogo di una delusione ma anche della denuncia, humus originario del loro impegno civile, contro la degenerazione del capitalismo e le storture di una società iniqua che vanificava l’utopia democratica ed egualitaria su cui la scuola di massa era nata o stava nascendo: eroi moderni del racconto di un’umile Italia che vive un’ultima stagione di ‘resistenza’ contro la trasformazione in una nazione senz’anima e senza cuore.               

Leggi la recensione su insegnare di Rosanna Angelelli

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